Angeli immobili

Statue di un angelo e di un demoneQuante facce, quante dinamiche. Quanta gente si odia, si ama e si confronta, con tanta, tantissima velocità. Nelle grandi metropoli funziona così: gli incontri si accendono e si spengono nel tempo di una fermata, le simpatie e le ostilità nascono in un attimo e in un attimo si consumano. La città moltiplica le occasioni e accorcia i tempi, così ogni relazione corre più in fretta di quanto riusciamo a pensarla.

Che bello da giovani, quando tutto era da vivere e da scoprire, nel bene o nel male. Tante sciocchezze, viste con gli occhi di oggi, allora erano speranze alla portata immediata. È il privilegio di un’età in cui il futuro sembra infinito e ogni errore rimediabile, in cui si sbaglia con leggerezza perché c’è tutto il tempo per correggersi. Riguardate da adulti, quelle illusioni fanno sorridere. Eppure avevano una funzione precisa: spingevano ad andare avanti, a provare, a mettersi in gioco.

I rapporti di oggi tra le persone sono diversi, molto più consapevoli ma duramente reali. Questi due anni di pandemia hanno cambiato veramente tutto. La clausura forzata e le poche certezze internazionali sono state difficili da accettare, soprattutto per i giovani. Per un adulto, due anni sono una parentesi faticosa; per un ragazzo coincidono con un passaggio decisivo della crescita, quello in cui si impara a stare con gli altri, a misurare i propri limiti, a gestire la frustrazione dentro un gruppo. Toglierli di colpo, o ridurli a uno schermo, lascia un vuoto che non si colma in fretta.

Loro, nel pieno degli anni, sono stati spesso protagonisti di gesti e storie che hanno avuto dell’impossibile. Aggressioni, risse, soprusi e purtroppo, sempre più di frequente, uccisioni. Davanti a certe notizie viene spontaneo cercare un colpevole unico, che sia la pandemia, la famiglia, la scuola o la città. La verità è probabilmente più scomoda: la rabbia accumulata ha bisogno di una forma e quando non trova strade costruttive finisce per scaricarsi sugli altri, spesso su chi capita a tiro.

Da giovane sono sempre stato un ribelle; su questo mi spiegherò meglio più avanti. Mai però ho superato quella soglia che portava al pericolo per chi mi circondava. La differenza sta tutta lì. Ribellarsi significa rifiutare ciò che non si accetta, mettere in discussione le regole, scegliere una strada propria anche quando è scomoda. Fare del male a qualcuno è un’altra cosa: è il momento in cui il proprio disagio diventa il problema di un altro, che non ha nessuna colpa. Si può essere ribelli tutta la vita senza mai alzare le mani.

Fare del male agli altri non è mai una soluzione. Valutiamo sempre con attenzione reazioni di questo tipo e, solo in casi estremi di legittima difesa, quando è davvero in gioco la nostra vita, tuteliamoci. È un confine che vale per tutti, giovani e meno giovani: la forza ha senso solo come ultima difesa, mai come linguaggio per affermarsi o per sfogare una frustrazione.

Speriamo di tornare presto a una stabilità comunicativa, senza eccessi di malignità e di insoddisfazione. Di quelle ne abbiamo viste abbastanza. Basta, basta. Le città continueranno a correre e i rapporti a nascere e finire alla loro velocità. Una cosa, però, possiamo pretenderla da noi stessi: che la velocità non diventi mai un pretesto per smettere di rispettarci.

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