Batteria, rudimenti e cervello: il mio percorso dietro i tamburi
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Nel 1990 decisi di avvicinarmi a uno strumento musicale e la scelta cadde sulla batteria. Negli anni successivi mi ci dedicai con passione, convinto, come lo sono ancora oggi, che imparare a suonare qualcosa da giovani sia una splendida occasione per far crescere la propria creatività. La batteria, però, portava con sé un problema pratico: a casa non potevo esercitarmi con regolarità e suonavo davvero soltanto in sala prove, un paio di volte alla settimana.
Ricordo con affetto lo studio dei rudimenti sul pad e sulla batteria muta, e quanta fatica mi costava. I rudimenti sono l’alfabeto del batterista, le combinazioni di colpi su cui si costruisce tutta la tecnica, e affondano le radici nella tradizione militare. Negli Stati Uniti la National Association of Rudimental Drummers ne fissò 26 nel 1933, riprendendo in larga parte le lezioni pubblicate da Gardiner Strube nel 1870. Nel 1984 la Percussive Arts Society, al termine di un lavoro di cinque anni guidato da Jay Wanamaker, ha ampliato l’elenco ai 40 International Drum Rudiments: conservano i 26 storici e aggiungono figure provenienti dal drum corps, dalla musica orchestrale, dalla tradizione europea e dal linguaggio contemporaneo, come il Single Stroke Seven, il Six Stroke Roll o lo Swiss Army Triplet. Rulli, paradiddle, flam e drag restano tuttora le quattro famiglie su cui si lavora, con il metronomo e tanta pazienza.
Che la fatica sul pad non sia solo una questione di mani lo suggerisce anche la ricerca. Il Clem Burke Drumming Project, gruppo che coinvolge l’Università di Chichester e la Hartpury University, porta il nome del batterista dei Blondie, che ne è stato uno dei fondatori ed è scomparso nell’aprile 2025 a 70 anni. Da anni il progetto indaga gli effetti della batteria sul corpo e sul cervello. Uno studio pubblicato nel 2020 su Scientific Reports, firmato fra gli altri da Marcus Smith e Steve Draper, ha seguito 15 adulti senza alcuna formazione musicale che per otto settimane hanno preso lezioni di batteria in gruppo, con tre sessioni da 30 minuti alla settimana, confrontandoli con 16 coetanei che non suonavano. Gli esami hanno rilevato modifiche strutturali nel cervelletto, l’area legata al controllo del movimento, e un aumento dello spessore di alcune regioni della corteccia a esso collegate. Un secondo lavoro dello stesso gruppo, uscito nel 2022 sui Proceedings of the National Academy of Sciences, ha coinvolto adolescenti autistici fra i 16 e i 20 anni, anche loro alle prime armi. Dopo due lezioni settimanali da 45 minuti per due mesi, chi aveva migliorato la propria tecnica mostrava meno segni di iperattività, disattenzione e comportamenti ripetitivi, oltre a un migliore controllo delle emozioni.
Qualche anno fa, a quasi cinquant’anni, mi si è presentato un pensiero: riprendere gradualmente lo studio, ma con un assetto diverso da quello di allora. Rispetto ai miei inizi il panorama degli strumenti è cambiato parecchio. Nel 1997 Roland ha lanciato la prima batteria elettronica della serie V-Drums, la TD-10, con i primi pad in mesh per rullante e tom, a cui l’anno seguente si è aggiunta una cassa con la stessa pelle a rete. Nel 2007 la stessa Roland ha presentato i modelli V-Drums Lite, pensati espressamente per suonare in casa, a scuola e al lavoro. Sono proprio il genere di strumenti che da ragazzo mi avrebbero permesso di esercitarmi senza aspettare la sala prove. Sarà divertente rivivere con una testa diversa un percorso che per me è stato così importante.
Fonti: Percussive Arts Society; Bloom Drums; University of Chichester; Ulster University; Roland; Radio X; Billboard.