Bon Jovi e la magia del tempo: riascoltare “Keep the Faith” a cinquant’anni

Copertina dell’album Keep the Faith dei Bon JoviGiunto al mezzo secolo di permanenza su questa terra, ho alle spalle esperienze, gioie, dolori e riflessioni che la vita mi ha regalato strada facendo. In questi giorni estivi ho sentito una voglia immensa di riascoltare Keep the Faith dei Bon Jovi, un album che ha segnato profondamente un’intera generazione, la mia. Non si è trattato di un semplice desiderio di tornare al passato, ma del bisogno di rientrare nelle emozioni che hanno plasmato la mia giovinezza.

Quando il disco uscì, il 3 novembre 1992 per la Mercury, i Bon Jovi venivano da un periodo difficile. Dopo i circa sedici mesi di concerti del tour di New Jersey, i cinque musicisti erano tornati a casa svuotati, senza piani precisi, e ognuno si era dedicato ai propri progetti: Jon aveva firmato la colonna sonora di Young Guns II, da cui era nata Blaze of Glory, mentre Richie Sambora aveva pubblicato il suo album solista Stranger in This Town. Nell’ottobre del 1991 la band si ritrovò sull’isola di St. Thomas per chiarirsi, lasciando parlare ciascuno senza interruzioni, e Jon ricorse anche a un mediatore esterno, che in seguito definì decisivo. A gennaio del 1992 il gruppo entrò ai Little Mountain Sound Studios di Vancouver con Bob Rock, già tecnico del suono e responsabile del missaggio di Slippery When Wet e New Jersey, reduce dalla produzione del cosiddetto Black Album dei Metallica. Le sessioni andarono avanti fino ad agosto.

Il risultato fu un disco più maturo, con testi più seri e un suono meno patinato rispetto agli anni Ottanta, mentre il grunge cambiava il panorama del rock. Anche l’immagine si trasformò: il taglio di capelli di Jon finì perfino nei notiziari della CNN. Keep the Faith arrivò al numero uno nel Regno Unito, al quinto posto della Billboard 200 e al sedicesimo in Italia, conquistando il doppio disco di platino negli Stati Uniti. La title track salì in vetta alla classifica Mainstream Rock, Bed of Roses entrò nella Top 10 americana e in Gran Bretagna sei singoli raggiunsero i primi venti posti. Il tour che seguì toccò trentasette paesi, con 177 concerti.

La voce di Jon, con la sua profondità e la sua passione, sembra ancora toccare le corde più intime del mio essere. Ogni brano, ogni strofa risveglia sentimenti sopiti, ricordi di amori estivi, di sogni inseguiti, di promesse fatte sotto un cielo stellato. Attraverso quelle parole riesco a rivivere quei momenti con una chiarezza sorprendente, sentendo ancora il calore di quelle notti e l’ebbrezza delle avventure vissute.

Poi c’è la batteria di Tico Torres, stupefacente nella sua potenza, che sembra raccontare una storia tutta sua. Ogni colpo di rullante mi fa vibrare, come se potessi sentire il battito del mio cuore di diciannovenne, pieno di speranze e di aspettative. Torres ha spiegato in un’intervista del 2005 di suonare al servizio del brano, senza cercare di essere un batterista per batteristi, e in questo disco lo si percepisce bene. Fra i brani spicca Dry County, una lunga suite di quasi dieci minuti che racconta il declino dell’industria petrolifera e il suo peso su una piccola comunità, pubblicata come singolo in Gran Bretagna nel 1994 ed entrata nella Top 10.

Riascoltare Keep the Faith a cinquant’anni è un’esperienza emotiva intensa. Non è soltanto un tuffo nel passato, ma un’occasione per riconnettermi con le emozioni più pure e genuine, quelle che nonostante il tempo restano indelebili dentro di noi. In questo momento, tra le note di un “vecchio” album, ritrovo un pezzo di me, il ricordo di chi ero e un promemoria di tutto ciò che ho vissuto. Sono momenti che non hanno veramente prezzo.

Fonti: uDiscover Music; Ultimate Classic Rock; Tuonela Magazine; Modern Drummer; Wikipedia.

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