La mia collezione di Dylan Dog: albi in prima stampa, heavy metal e cinema horror

Illustrazione ispirata a Dylan DogC’è un aspetto della mia crescita che ha un posto preciso in casa: la collezione di albi di Dylan Dog, tutti rigorosamente in prima stampa originale, acquistati tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Alcuni mi arrivavano per posta, spediti direttamente dalla Sergio Bonelli Editore. Altri li scovavo all’edicola della stazione Bonola, sulla linea rossa della metropolitana di Milano. Per me non sono mai stati una semplice raccolta, ma una parte del mio bagaglio culturale, forse quella che più di ogni altra ha orientato i miei gusti.

Il primo numero, L’alba dei morti viventi, arrivò in edicola il 26 settembre 1986, con un titolo che rendeva omaggio al cinema di George A. Romero. Il personaggio era un’idea di Tiziano Sclavi, che firmò le sceneggiature di tutti gli albi del primo anno. Il nome univa il poeta gallese Dylan Thomas e il romanzo Dog figlio di di Mickey Spillane. Claudio Villa ne definì l’aspetto seguendo l’indicazione di Sclavi di farlo somigliare all’attore inglese Rupert Everett, mentre le tavole dell’esordio portavano la firma di Angelo Stano. Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo, abita al numero 7 di Craven Road, a Londra, e ha come assistente Groucho, sosia di Groucho Marx sempre pronto alla battuta. Per riordinare i pensieri suona al clarinetto il Trillo del diavolo di Giuseppe Tartini.

Il successo fu enorme. Nel 1991 la testata superò nelle vendite Tex, l’ammiraglia della casa editrice, e a metà degli anni Novanta toccò una tiratura di circa mezzo milione di copie. Se ne accorse anche Umberto Eco. Nel 1998, in un dialogo con Sclavi raccolto nel volume Dylan Dog. Indocili sentimenti, arcane paure, sostenne di poter leggere per giorni la Bibbia, Omero o Dylan Dog senza annoiarsi. Sclavi ricambiò l’attenzione trasformandolo nel professor Humbert Coe, personaggio del numero 136, Lassù qualcuno ci chiama, uscito nel gennaio di quello stesso anno.

Il primo ambito in cui quegli albi hanno lasciato un segno profondo è la musica, insieme all’identità che da lì ho costruito. Le atmosfere cupe e avventurose delle storie si specchiavano quasi naturalmente nell’intensità dell’heavy metal. Band come i Black Sabbath e gli Iron Maiden smisero di essere un semplice sottofondo e diventarono una sorta di contrappunto sonoro alle indagini del detective dell’incubo. Il legame non era casuale. I Black Sabbath, nati a Birmingham nel 1968, avevano preso il nome dal titolo inglese di I tre volti della paura, il film di Mario Bava del 1963 con Boris Karloff, e il loro primo album uscì nel Regno Unito venerdì 13 febbraio 1970. Gli Iron Maiden avevano affidato la propria immagine a Eddie, la creatura dall’aspetto di zombie disegnata da Derek Riggs, comparsa nel 1980 prima sulla copertina del singolo Running Free e poi su quella dell’album d’esordio.

Il secondo territorio in cui Dylan Dog mi ha accompagnato è il cinema horror, da cui la serie attingeva a piene mani. Oltre a Romero, le prime storie guardavano a registi come John Carpenter, Sam Raimi e David Cronenberg, pur seguendo spesso strade proprie nelle trame. Film come L’esorcista, diretto da William Friedkin nel 1973 e tratto dal romanzo di William Peter Blatty, o Venerdì 13, girato da Sean S. Cunningham nel 1980, allargavano l’esperienza della lettura: rappresentavano un’estensione dello stesso linguaggio e degli stessi temi che ritrovavo negli albi.

Con il tempo fumetti, musica e film hanno smesso di essere passioni separate. Sono diventati tessere di uno stesso mosaico, che si richiamano a vicenda e che fanno parte di me più di qualsiasi hobby. Per questo sento di dover essere grato a Dylan Dog, che di questo percorso di scoperte è stato il catalizzatore. Nel settembre 2026 la serie ha compiuto quarant’anni. Quegli albi, quelli spediti dall’editore e quelli trovati all’edicola della metropolitana, restano al loro posto: non credo che venderò mai questa collezione.

Fonti: Il Post; Sky TG24; L’Espresso; Domani; Tom’s Hardware; Libreriamo; TicketOne Magazine; Guitar World; MoviePlayer; Wikipedia.

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