Mendicanti aggressivi: un problema ignorato dalle istituzioni

Banconote immaginarie sparse su un tavoloLa situazione, almeno per come la vivo io ogni giorno, è diventata difficile da sopportare e la pazienza è al limite. Non mi riferisco alla semplice presenza di persone che chiedono soldi per strada, che in una grande città fa ormai parte del paesaggio quotidiano, ma al modo in cui alcune di loro lo fanno: con un’insistenza sempre più marcata e, in certi casi, aggressiva. Non parlo di una mano tesa o di una richiesta educata, ma di un comportamento che rasenta l’assillo, che ti segue lungo il marciapiede, che interrompe conversazioni e momenti di relax. In certe zone la città sembra diventata un palcoscenico di tensione continua, dove ogni angolo può riservare un nuovo fastidio.

Credo sia giusto fare subito una distinzione, perché il tema è delicato. Molte delle persone che chiedono aiuto vivono una condizione reale di povertà o di emarginazione, e la solidarietà nei loro confronti resta un valore da non mettere in discussione. Il problema che voglio sollevare è un altro: l’insistenza molesta, il contatto non richiesto, la pressione esercitata su chi passa. Si tratta di due cose diverse, e confonderle non aiuta nessuno, né chi è in difficoltà né chi si sente a disagio.

Questo clima rovina l’esperienza quotidiana di vivere in città e solleva anche dubbi sulla sicurezza. Quando una richiesta di denaro si fa pressante diventa una minaccia velata, che aggiunge un ulteriore strato di stress alla vita di tutti i giorni. La domanda nasce spontanea: è giusto vivere in uno stato di allerta costante nel proprio ambiente quotidiano?

Sul piano delle regole, la legge italiana tiene già conto di questa differenza. Con la sentenza n. 519 del 1995 la Corte costituzionale dichiarò illegittimo il primo comma dell’articolo 670 del codice penale, che puniva la semplice mendicità in luogo pubblico: secondo i giudici, una richiesta di aiuto avanzata in modo composto non mette seriamente in pericolo la tranquillità pubblica, e la risposta più adeguata è quella sociale, affidata anche al volontariato. La Corte lasciò invece in vigore la parte dedicata alla mendicità invasiva, che fu poi abrogata insieme al resto dell’articolo dalla legge n. 205 del 1999. Nel 2018 il decreto-legge n. 113, il cosiddetto decreto sicurezza, convertito dalla legge n. 132, ha introdotto l’articolo 669-bis sull’esercizio molesto dell’accattonaggio: chi chiede l’elemosina con modalità vessatorie, simulando deformità o malattie o ricorrendo a mezzi fraudolenti per destare pietà rischia l’arresto da tre a sei mesi e un’ammenda da 3.000 a 6.000 euro. Il codice prevede inoltre, all’articolo 600-octies, la reclusione da uno a tre anni per chi si avvale di minori di quattordici anni per mendicare e per chi organizza l’accattonaggio altrui a scopo di profitto.

Gli strumenti, quindi, esistono. Ciò che manca, almeno nella mia esperienza di cittadino, è la sensazione che vengano applicati con continuità, e che accanto ai controlli ci siano interventi sociali capaci di togliere spazio a chi sfrutta la mendicità e di offrire alternative concrete a chi vive davvero in strada. Le istituzioni mi sembrano assenti o, peggio ancora, indifferenti. Si parla molto, si promette ancora di più, ma le azioni concrete che vedo sono poche e poco efficaci. La burocrazia si perde in un mare di procedure e i cittadini restano spesso soli a gestire un problema che dovrebbe essere affrontato da chi ne ha la responsabilità.

Non è più il momento delle mezze misure o delle soluzioni temporanee. La tolleranza ha raggiunto il suo limite e la richiesta è chiara: servono azioni concrete e immediate, che facciano rispettare le regole verso chi molesta e diano un sostegno reale a chi ha bisogno. Le strade devono tornare a essere luoghi di passaggio e di socialità, non palcoscenici di disagio e di tensione. La pazienza è esaurita e il momento di agire è adesso.

Fonti: Corte costituzionale; Senato della Repubblica; Filodiritto; Studio Cataldi.

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