Il lato oscuro dell’eccessiva gentilezza: pericoli e soluzioni

Fiori bianchiViviamo in un’epoca in cui il successo personale e professionale sembra richiedere un’attenzione quasi ossessiva verso sé stessi, e in questo contesto la bontà è una qualità che riceve ampio plauso ma che può trasformarsi in un’arma a doppio taglio. Esiste un confine sottile tra l’essere buoni e l’essere eccessivamente accondiscendenti, un territorio insidioso in cui si rischia di restare intrappolati se non si presta attenzione.

In una società guidata dalla competizione, la gentilezza estrema può farci apparire come prede facili agli occhi di chi ha meno scrupoli. L’ingenuità e l’apertura possono essere sfruttate, con una serie di conseguenze negative che vanno dalle situazioni lavorative svantaggiose alle relazioni personali tossiche. L’incapacità di porsi dei limiti o di dire di no quando serve può trasformarsi in un invito aperto alla manipolazione.

Oltre ai rischi esterni, essere troppo buoni ha un costo interno. L’eccessiva gentilezza può portare all’esaurimento emotivo e a uno svuotamento di energie, perché si tende a mettere le esigenze altrui prima delle proprie, con effetti sul benessere psicologico e anche su quello fisico, sotto forma di stress e di ansia. La psicologia ha dato un nome a questo squilibrio. Vicki Helgeson, docente di psicologia alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, studia da anni quella che in inglese si chiama unmitigated communion, cioè un’attenzione verso gli altri che arriva a escludere sé stessi: un coinvolgimento eccessivo nei problemi altrui accompagnato dalla trascuratezza dei propri bisogni. Le ricerche su questo tratto lo associano a più sintomi depressivi, a un benessere soggettivo più basso e a un disagio maggiore dopo conflitti e tensioni nelle relazioni.

L’autostima è un altro elemento che può subire danni. Sacrificare di continuo i propri bisogni per accontentare gli altri genera un senso di inadeguatezza che, nel tempo, può diventare devastante. Gli studi sulla unmitigated communion descrivono comportamenti che molti riconosceranno: scusarsi di continuo anche per errori minimi, sopportare offese e insulti, dare ragione agli altri anche quando non ce l’hanno, misurare il proprio valore soprattutto sulle reazioni di chi sta intorno.

Questo non significa che la generosità sia una debolezza. Lo psicologo Adam Grant, docente alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, nel libro Give and Take ha osservato che le persone portate a dare più di quanto ricevono si trovano sia in fondo sia in cima alla scala del successo. In basso finiscono quelle che si sacrificano al punto da non portare a termine il proprio lavoro o da farsi sfruttare da chi pensa solo a prendere. In alto arrivano quelle che Grant chiama otherish: generose, ma capaci di considerare anche i propri interessi per decidere quando, dove, come e chi aiutare, e pronte a cambiare atteggiamento davanti a chi si approfitta di loro.

Essere troppo buoni in un mondo che spesso non lascia scampo può rendere la vita più difficile e portare perfino a perdere il senso di sé. La bontà resta una virtù preziosa, ma va bilanciata con un solido senso della propria identità e dei propri limiti. Saper dire di no quando serve non significa diventare egoisti: significa proteggere le proprie energie per poterle offrire davvero, nel modo giusto e a chi ne ha bisogno. La gentilezza deve accompagnarsi a saggezza e discernimento, mantenendo un equilibrio che tuteli sia il nostro benessere interiore sia la nostra integrità nel mondo esterno.

Fonti: Carnegie Mellon University; SAGE Encyclopedia of Human Relationships; Next Big Idea Club; Kitces.com.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Input

Volume

Gain

Treble

Bass

Standby
Power
On

Il pezzo finisce qui
ma il concerto continua
su Instagram

Aneddoti, retroscena e approfondimenti hard rock e metal. Nessun cliché, solo passione

Alza il volume · @hardigor