Dalle casse del Rolling Stone partì una voce che non era quella di Layne Staley. Apparteneva a Tom Araya degli Slayer ed era incisa su Iron Gland, il frammento di poco più di quaranta secondi che gli Alice in Chains avevano nascosto dentro Dirt. Era il 17 febbraio 1993 e mi trovavo in mezzo alla sala gremita del locale di corso XXII Marzo, a Milano. Pochi istanti dopo il nastro lasciò il posto al riff di Dam That River e la band di Seattle cominciò a fare sul serio.
Entrammo senza comprare il biglietto, perché eravamo ospiti di alcuni amici. Del tragitto fino al locale conservo pochi dettagli: quella notte mi è rimasta addosso soprattutto per come finì, e ci arriverò. Era la tappa milanese del tour europeo di Dirt e sul cartellone c’erano anche gli Screaming Trees di Mark Lanegan, un’altra band della scena grunge del Nord-Ovest americano.
Sul palco salì una formazione appena rinnovata. Il bassista Mike Starr era stato allontanato dopo il concerto all’Hollywood Rock di Rio de Janeiro, il 22 gennaio 1993, durante il tour con Ozzy Osbourne. Al suo posto era entrato Mike Inez, ex bassista proprio di Ozzy: quella sera a Milano faceva parte del gruppo da poche settimane.
Dirt era uscito il 29 settembre 1992. Negli Stati Uniti raggiunse il sesto posto della classifica di Billboard e ci restò per 102 settimane, fino a diventare cinque volte disco di platino, oltre a ricevere una candidatura ai Grammy. Lo avevano prodotto Dave Jerden e la band stessa, con un’eccezione: Would?, registrata prima del resto del disco e già comparsa nella colonna sonora del film Singles, portava la firma di Rick Parashar. Le sessioni si erano divise fra gli Eldorado Studios di Burbank, i London Bridge Studio di Seattle e gli One on One Studios di Los Angeles, gli stessi in cui i Metallica avevano inciso il Black Album. Il primo giorno di registrazione erano scoppiati i disordini di Los Angeles, dopo l’assoluzione dei quattro agenti accusati del pestaggio di Rodney King. La band aveva lasciato la città per quattro o cinque giorni e si era rifugiata nel deserto di Joshua Tree, portando con sé proprio Araya: da quella fuga nacque la voce che aveva aperto la serata.
Il cuore del disco era la dipendenza, raccontata senza filtri. Staley spiegò più volte che quei testi non volevano rendere affascinante l’eroina: desiderava che i fan ne vedessero i danni, non che la prendessero a modello. Fra i brani c’era Rooster, che Jerry Cantrell aveva composto con una chitarra acustica sul divano di casa di Chris Cornell, pensando al padre, veterano del Vietnam, che da bambino tutti chiamavano proprio Rooster. Gran parte del materiale era di Cantrell, mentre Hate to Feel e Angry Chair erano opera di Staley.
Dopo Dam That River arrivarono Them Bones e Would?, il brano che apre Dirt e quello che lo chiude, suonati uno dopo l’altro. La scaletta pescò quasi tutto dall’ultimo album, da Junkhead a Rain When I Die, da God Smack a Rooster e Sickman, alternandolo ai pezzi di Facelift come Love, Hate, Love, We Die Young, Bleed the Freak e It Ain’t Like That. Della versione di Bleed the Freak eseguita quella sera esiste anche una registrazione, catalogata con la data del concerto. Staley guidava il pubblico brano dopo brano e la sala gli restituiva un’energia che si sentiva sulla pelle. Nel primo bis risuonarono Dirt e Hate to Feel, nel secondo Angry Chair e, per chiudere, Man in the Box.
Proprio durante quell’ultimo pezzo mi ritrovai nel cuore di un pogo selvaggio. L’intensità crebbe di colpo, finché una caduta improvvisa mi fece sparire sotto una marea di corpi. Lo spavento fu enorme: in quei momenti pensai davvero che fosse la fine. Come nei temi di lotta e di speranza che attraversavano Dirt, però, scattò un gesto di solidarietà. Mani sconosciute mi afferrarono e mi tirarono fuori da lì.
Quella serata mi insegnò il valore della comunità che nasce sotto un palco e l’importanza di ogni singolo momento. Da allora ho vissuto i concerti in un altro modo, ascoltando la musica in maniera più consapevole. Il concerto degli Alice in Chains non fu soltanto un’esibizione memorabile: fu una lezione di vita, arrivata sulle note di un album che aveva già segnato un’epoca.
Fonti: setlist.fm, Concert Archives, Wikipedia, Guitar Player, MusicBrainz, Rolling Stone Italia.




