Ozzmosis di Ozzy Osbourne: il disco che mi accompagnò dopo il servizio militare
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Nel 1996, dopo aver concluso il servizio militare, mi trovavo in un periodo di adattamento alla vita civile, alla ricerca di un nuovo senso di normalità. Proprio in quel delicato momento di riconnessione con me stesso e con il mondo incrociai Ozzmosis di Ozzy Osbourne, pubblicato poco prima, alla fine di ottobre del 1995. La scoperta fu quasi casuale: un giorno, mentre cercavo qualcosa che potesse accompagnarmi, la copertina di quell’album attirò la mia attenzione e fu come se una forza invisibile mi spingesse a inserire il CD nel lettore. Quando partirono le note di Perry Mason capii di aver trovato qualcosa di speciale. La voce di Ozzy, intensa e profonda, insieme ad arrangiamenti ricchi e coinvolgenti, mi portò in un luogo dove potevo finalmente affrontare i miei sentimenti più intimi.
Solo più tardi avrei scoperto quanto quel disco fosse nato a sua volta da una ripartenza. Nel 1992 Ozzy aveva salutato il pubblico con il No More Tours, annunciando il ritiro dalle scene, ma ci ripensò quasi subito. Un primo tentativo di scrittura con Steve Vai venne accantonato, e di quelle sessioni sopravvisse soltanto My Little Man. Anche una prima versione dell’album, prodotta da Michael Wagener, non convinse la Epic, che chiese un suono diverso e affidò il lavoro a Michael Beinhorn, il produttore dei Soundgarden. Il disco venne registrato fra Parigi, New York e Woodstock con Zakk Wylde alla chitarra, Geezer Butler al basso e Deen Castronovo alla batteria, l’unica volta in cui Butler e Castronovo suonarono insieme in un album di Ozzy. Alle tastiere, accanto a Beinhorn, comparve anche Rick Wakeman, con il suo Mellotron proprio in Perry Mason.
Fra gli autori c’erano nomi importanti: Lemmy firmò con Ozzy e Wylde See You on the Other Side, mentre Jim Vallance scrisse con lui I Just Want You. Perry Mason, composta con Wylde e John Purdell, fu il primo singolo e arrivò al ventitreesimo posto nel Regno Unito. L’album debuttò al quarto posto della classifica americana, il miglior risultato di Ozzy fino a quel momento, e negli anni diventò doppio disco di platino. Il tour che seguì si chiamava, con ironia, Retirement Sucks, il ritiro fa schifo, e il 16 dicembre 1995 passò anche dal PalaTrussardi di Milano. Wylde, nel frattempo, lasciò il gruppo per inseguire un posto nei Guns N’ Roses, e nell’ottobre 1996, dopo che il Lollapalooza aveva rifiutato Ozzy, nacque il primo Ozzfest.
Per me Ozzmosis divenne un rifugio sicuro in cui raggomitolarmi. Anni dopo la mia Volkswagen Polo nera, con il suo stereo incredibile, diventò il luogo ideale per riascoltarlo: durante i viaggi e gli spostamenti di lavoro l’album creava un’atmosfera che andava oltre il semplice ascolto, un momento di profonda connessione con me stesso. Anche le serate con gli amici, illuminate dalla sua musica, acquistarono un significato speciale, e il disco divenne un punto d’incontro nei nostri dialoghi, il simbolo di quel periodo di transizione.
Oggi, quando riascolto quelle tracce, torno a quei mesi di adattamento, con un’emozione in più da quando Ozzy se n’è andato, il 22 luglio 2025, poche settimane dopo il concerto d’addio a Birmingham. Ozzmosis non è stato solo un insieme di brani, ma un compagno di viaggio, una fonte di conforto nei momenti di solitudine e un faro verso una nuova fase della mia vita. Attraverso questo disco ho imparato che la musica può essere più di un intrattenimento: può diventare un sostegno, un alleato nel percorso di crescita, un modo per elaborare le esperienze più complesse.