The Final Countdown degli Europe: disco colonna sonora di un amore adolescenziale
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Nell’autunno del 1986 ero in terza media e The Final Countdown, uscito a fine maggio, aveva già conquistato mezzo mondo. Per me quel disco si intrecciò con il primo amore, intenso e per nulla ricambiato, verso una compagna di classe che mi trattava con totale indifferenza. Le tastiere degli Europe accompagnavano i miei tentativi di farmi notare, e Carrie diventò il mio rifugio: la voce di Joey Tempest, gli assoli carichi di emozione di John Norum e un dolore che, ascoltato in cuffia, sembrava più sopportabile. Solo molto tempo dopo ho scoperto quante storie di scantinati, litigi e addii stessero dietro a quel suono.
Il riff che apre il branoThe Final Countdown nacque molto prima del disco. Tempest ha raccontato di averlo scritto a diciassette anni su un Korg Polysix prestato da Mic Michaeli, compagno di scuola e futuro tastierista del gruppo, e di averlo inciso in un demo di circa un minuto in uno scantinato di famiglia a Stoccolma, con un registratore Tascam a otto piste. Fra i primi singoli che aveva comprato c’era Space Oddity di David Bowie, e l’immaginario spaziale di quel brano ispirò titolo e parole: Tempest ha spiegato che i versi arrivarono dopo la musica, cantati più volte sul demo, e che l’idea era una colonna sonora per una Terra lasciata alle spalle. Per anni il riff restò in un cassetto, usato come apertura dei concerti, finché il gruppo lo riprese per il terzo album.
Gli Europe avevano firmato con la Epic nel 1985, dopo due dischi per la svedese Hot Records, e la casa discografica li affiancò a Kevin Elson, il produttore dei Journey di Frontiers. Anche la band voleva quel suono: Norum ha ricordato circa cinque settimane ai Powerplay Studios di Zurigo, con il gruppo alloggiato sul posto dopo due settimane di preproduzione in Svezia con Elson, e il missaggio ai Fantasy Studios di San Francisco, dove Elson aveva già lavorato per i Journey. Le sedute si distribuirono fra il settembre 1985 e il marzo 1986. La versione finale del brano contava undici tastiere sovrapposte. Il gruppo discusse a lungo sul tempo e scherzò sul titolo, trasformandolo in The Final Breakdown, ma Tempest volle mantenere il galoppo. Norum, da parte sua, all’inizio non amava il pezzo e temeva una deriva synth pop. Registrò comunque l’assolo in una quindicina di minuti, con una Stratocaster del 1965 e un Marshall JCM800 a noleggio, ispirandosi nell’apertura a Ritchie Blackmore, come gli aveva suggerito Tempest.
Il resto del disco ebbe storie più piccole. Carrie fu scritta da Tempest e Michaeli; Michaeli ha raccontato che nacque in sala prove come intermezzo dal vivo, simile a una jam, e oggi la trova un po’ datata, anche se resta in scaletta. Tempest ha precisato che non esiste nessuna Carrie reale, perché il tema è quello di una rottura e di un nuovo amore. Michaeli avrebbe preferito Rock the Night come primo singolo, ma Elson si schierò con Tempest. Cherokee, secondo Tempest, fu l’ultimo brano scritto per l’album, mentre Seven Doors Hotel diventò un successo inatteso in Giappone.
Il video del brano fu girato dal vivo alla Solnahallen, vicino a Stoccolma, il 26 e 27 maggio 1986, con la regia di Nick Morris: un’idea con lo shuttle fu scartata per i costi, un elicottero della polizia sorvolò la scena e sul tetto fu dipinta la scritta Europe 86. Per il singolo e per il video, il pezzo fu accorciato da circa sei minuti e mezzo a circa cinque. Il risultato arrivò al primo posto della classifica britannica per due settimane, dal 30 novembre al 14 dicembre 1986, e fu l’unico numero uno degli Europe nel Regno Unito. Negli Stati Uniti il singolo toccò l’ottavo posto della Hot 100, Carrie il terzo, e l’album arrivò all’ottavo posto della Billboard 200 con tre dischi di platino. Le fonti parlano di un primo posto in oltre venti paesi, senza accordo sul numero esatto, e il video ha superato il miliardo di visualizzazioni su YouTube. Oggi il brano è usato negli stadi di mezzo mondo; Tempest ha citato fra gli sport che lo adottano la Formula 1, il baseball e il basket.
Mentre io ascoltavo il disco in camera, la band stava cambiando. Durante la prima tournée giapponese, nel settembre 1986, Norum annunciò di voler lasciare: la direzione si faceva più commerciale, con le tastiere in primo piano, e lo stile di vita non faceva per lui. L’ultimo concerto fu a Monaco il 14 ottobre 1986. Al suo posto arrivò Kee Marcello, che sul disco non suona: compare soltanto nelle registrazioni dal vivo aggiunte alle ristampe. Norum tornò nel gruppo nel 2003. Ripensando a quell’autunno, rimane il paradosso di un album fatto di luce e di sintetizzatori, nato fra dubbi e dissidi, che mi insegnò una cosa semplice: la musica può tenerti compagnia anche quando il primo amore non ti risponde.
Fonti: MusicRadar; Guitar.com; Louder; Songfacts; Loudwire; Billboard; Wings of Tomorrow; Rushonrock; Mike Ladano; Number1s; VW Music Rocks; Fox News.