Note di libertà: esplorando “Full Moon Fever” di Tom Petty

Locandina promozionale dell’album Full Moon Fever di Tom PettyTutto cominciò per un guantone da baseball. Nel giorno del Ringraziamento del 1987 Tom Petty era uscito a comprarne uno quando, fermo a un semaforo di Los Angeles, vide Jeff Lynne in un’altra auto. I due si erano già incontrati a Londra poche settimane prima, e Lynne, secondo uno dei racconti, era in città per produrre Brian Wilson. Un mese dopo il musicista inglese cominciò a frequentare casa Petty per scrivere. Da quell’amicizia, e da un garage, sarebbe nato Full Moon Fever.

Petty aveva da poco passato un periodo duro: nel maggio 1987 un piromane aveva incendiato la sua casa, e lui ha collegato quella vicenda alla scrittura dell’album. Gli Heartbreakers erano sparsi per gli Stati Uniti, così i primi demo li incisero Petty, Lynne e il batterista Phil Jones. Petty ha raccontato che già così sembravano un disco finito. Le registrazioni si svolsero nel garage trasformato in studio di Mike Campbell, il chitarrista degli Heartbreakers: uno spazio così piccolo che ci stavano quattro persone, mentre gli altri aspettavano fuori dopo aver spostato le auto. Lynne si occupò di basso, tastiere e produzione insieme a Campbell, e Campbell ha ricordato che il collega montava un brano in cinque o sei ore.

Yer So Bad nacque in un giorno, dopo che Lynne aveva suggerito di cambiare un accordo in si minore. Il giorno dopo nacque Free Fallin’: Campbell partì da un riff di tastiera, Lynne lo apprezzò e Petty improvvisò delle parole per divertirlo, impiegando circa mezz’ora. Lynne gli fece notare un accordo di troppo, e Petty ne tolse uno. Il titolo fu un suggerimento di Lynne, e le parole citano luoghi reali di Los Angeles come Reseda, Ventura Boulevard e Mulholland. Il videoclip, diretto da Julien Temple, accompagnò il brano fino al settimo posto della Hot 100, il maggiore successo pop della carriera di Petty.

I Won’t Back Down, il primo singolo, uscì nell’aprile 1989 e arrivò al dodicesimo posto. George Harrison suonò la chitarra acustica e cantò i cori, e Lynne aggiunse basso e sintetizzatori. Una sera Petty era raffreddato: Harrison bollì della radice di zenzero e lui inalò il vapore prima di incidere. Ringo Starr compare alla batteria soltanto nel video, mentre sul disco suonò Phil Jones. Runnin’ Down a Dream partì da un riff discendente di Campbell, provato a tempo veloce da Petty; l’assolo fu registrato in un solo take, con Campbell di spalle e una Gibson Les Paul Junior del 1962 presa lì per caso. Il finale lungo fu mantenuto al posto della dissolvenza, e il brano arrivò al ventitreesimo posto. Il titolo cita Runaway di Del Shannon, e il videoclip animato si ispira a Little Nemo in Slumberland di Winsor McCay.

Sul disco suonarono anche Howie Epstein, che cantò i cori su un paio di brani, e Benmont Tench, mentre Stan Lynch fu l’unico Heartbreaker assente. Roy Orbison cantò i cori in Zombie Zoo, e questo dà una misura della galassia dei Traveling Wilburys, il supergruppo con Harrison, Orbison, Bob Dylan, Lynne e Petty il cui primo album era uscito nell’ottobre 1988 e aveva toccato il terzo posto della Billboard 200. Proprio quell’uscita, secondo Petty, contribuì a far slittare il disco, previsto per agosto 1988 con il titolo provvisorio Songs from the Garage, perché le case discografiche non volevano due dischi ravvicinati.

La MCA, intanto, rifiutò l’album perché secondo loro mancava un singolo: Petty aveva già in mano Free Fallin’, I Won’t Back Down e Runnin’ Down a Dream, e rimase sbalordito. Riprese il nastro, aggiunse Alright for Now e una cover dei Byrds, Feel a Whole Lot Better, e lo riconsegnò dopo i cambi ai vertici della casa discografica. Per il titolo e la copertina, con Petty fra gli strumenti nel garage, il produttore Denny Cordell, che apprezzava la musica ma non l’impostazione grafica, gli chiese di trovare un nome: Petty scelse Full Moon Fever, dicendo che gli era venuto in mente un giorno.

L’album uscì il 24 aprile 1989 per la MCA e arrivò al terzo posto della Billboard 200. Fu il diciannovesimo disco più venduto del 1989 negli Stati Uniti, raggiunse il doppio platino entro la fine dell’anno e col tempo il cinque volte platino. Petty ricevette tre nomination ai Grammy. Soprattutto ribadì che, pur lontano dagli Heartbreakers, non intendeva lasciare la band e non avrebbe girato con un’altra formazione. Chi lo ascolta oggi trova un disco che unisce la libertà del garage alla cura di un produttore con le idee molto chiare, e che dopo oltre trent’anni suona ancora come una radio accesa in una sera d’estate.

Fonti: Ultimate Classic Rock; MusicRadar; American Songwriter; Songfacts; uDiscoverMusic; SPIN; Power Pop.

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