Quando Jake E. Lee lasciò Ozzy Osbourne, nel 1987, dopo circa cinque anni, sulla scrivania di Sharon Osbourne si accumularono i nastri di decine di chitarristi. Lei insisteva perché Ozzy li ascoltasse; una mattina lui ne prese uno da una borsa, e fu il primo e l’unico che sentì: apparteneva a un ragazzo di vent’anni del New Jersey. Colpito subito, dopo un paio di incontri di persona lo assunse. Il ragazzo era Zakk Wylde, che quando Sharon telefonò per fissare l’incontro pensò a uno scherzo di un amico. Il debutto con Ozzy fu il 28 luglio 1987 nella prigione di Wormwood Scrubs, nel Regno Unito, su invito di una band di detenuti: Ozzy lo voleva come rodaggio lontano dalla stampa.
Zakk era nato come Jeffrey Phillip Wielandt il 14 gennaio 1967 a Bayonne, nel New Jersey. Aveva preso in mano la chitarra a otto anni e l’aveva ripresa a quattordici o quindici, con LeRoy Wright come maestro per circa due anni; la sua prima band, gli Stone Henge, faceva cover dei Black Sabbath, e prima di Ozzy suonava negli Zyris, un gruppo locale. È stato Wright a insegnargli i pinch harmonics, i suoni fischianti ottenuti sfiorando la corda con il pollice, mentre spiegava un brano di ZZ Top o dei Lynyrd Skynyrd: Zakk non ricorda se fosse La Grange o Tush, ma cita Billy Gibbons come una delle sue influenze.
Con Ozzy incise No Rest for the Wicked nel 1988, e nel 1991 No More Tears, disco di platino arrivato dopo sei mesi di riabilitazione del cantante. Zakk co-scrisse diversi brani con Lemmy, fra cui Hellraiser, e Mama, I’m Coming Home nacque al pianoforte nel suo appartamento di Burbank: Ozzy portò la melodia e i versi li scrisse Lemmy, che li consegnò in poche ore insieme ad altri due brani. Nel 1995 Axl Rose lo invitò a una jam con i Guns N’ Roses, senza seguito; Ozzy lo richiamò per il tour del 1998 in Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Tornò stabilmente con lui fra il 2017 e il 2018, e il 5 luglio 2025 fu fra gli artisti del concerto Back to the Beginning a Villa Park, a Birmingham, che lui definì una specie di Ozzfest sotto steroidi. Zakk ha raccontato un messaggio di Ozzy dopo la serata, che si scusava per il caos dietro le quinte e lo ringraziava, e lo ha descritto come quasi un fratello maggiore. Ozzy morì il 22 luglio 2025.
Il suo marchio visivo è la Les Paul a bersaglio. La base era una Les Paul Custom color crema del 1981 con pickup EMG, ottenuta da Scott Quinn, della Garden State Music del New Jersey, in cambio di una doppio manico che Gibson gli procurò. Ci scrisse Miracle Man, e per No Rest for the Wicked era ancora crema; Zakk la fece rifinire perché somigliava troppo alla chitarra di Randy Rhoads. Pensava a un disegno ispirato al poster di Vertigo di Hitchcock, ma tornò dal laboratorio con il bersaglio, e gli piacque. Intorno al 2000 la chitarra cadde da un rimorchio, fu ritrovata in un banco dei pegni e tornò a Zakk circa tre anni dopo.
I Black Label Society nacquero come progetto solista: per Sonic Brew Zakk suonava chitarra, basso e pianoforte e cantava, con il solo batterista Phil Ondich, reclutato dopo una jam. Registrò a partire dal maggio 1998 a Miami con i produttori Ron e Howard Albert, e Mike Inez degli Alice in Chains ospite in No More Tears. Il nome iniziale, Hell’s Kitchen, non era registrabile, così scelse Black Label Society dal whisky Johnnie Walker Black Label; la casa produttrice inviò una diffida per la copertina, poi sostituita da un logo in stile motoclub. Il disco uscì in Giappone a ottobre 1998 e altrove nel maggio 1999. Da allora i BLS sono arrivati a dodici album in studio, con Engines of Demolition uscito il 27 marzo 2026: l’ultima traccia, Ozzy’s Song, nacque dopo il funerale di Ozzy, con il testo scritto verso l’una di notte.
Fra i progetti collaterali ci sono i Pride & Glory, con un solo album nel 1994, e il disco solista Book of Shadows del 1996, più country e folk. Nel 2020 Zakk ha pubblicato con Zakk Sabbath l’album Vertigo, un tributo dal vivo in studio al debutto dei Black Sabbath, brani che aveva imparato a suonare nei gruppi del liceo. Con Dimebag Darrell, ha detto, non suonò mai: l’amicizia era fatta di bevute, risate e telefonate. Dal 2022 fa parte del tour tributo ai Pantera con Phil Anselmo, Rex Brown e Charlie Benante.
Ho visto i Black Label Society dal vivo a Milano, e uscii dal concerto con una carica che durò giorni: i classici suonati con una grinta contagiosa, la passione evidente di un chitarrista che è anche cantante e showman. Speravo di rivederlo con il progetto tributo ai Pantera. Ripensandoci, ciò che mi colpì allora resta valido oggi: dietro i bersagli, le armoniche artificiali e il whisky c’è un musicista che non ha mai smesso di suonare come se fosse il primo giorno.