It’s Five O’Clock Somewhere: la vera storia del primo disco degli Slash’s Snakepit
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A metà degli anni Novanta i Guns N’ Roses erano fermi, e Slash cercava un modo per continuare a suonare. Sopra il garage della sua casa di Mulholland Drive, a Los Angeles, aveva costruito un piccolo studio soprannominato The Snakepit, la fossa dei serpenti. Lì cominciò a provare con Matt Sorum, poi arrivarono Gilby Clarke e Mike Inez degli Alice in Chains. Secondo Clarke quei brani erano pensati per un nuovo disco dei Guns N’ Roses, ma Axl Rose li scartò: in un’intervista del 1995 Slash raccontò che il cantante li trovava un hard rock troppo semplice, in un periodo in cui ascoltava soprattutto i Pearl Jam. Nella sua autobiografia Slash ha poi ammesso di aver usato quei testi anche per sfogare la tensione con Axl.
Per la voce furono provati una quarantina di cantanti, finché la scelta cadde su Eric Dover, già nei Jellyfish. L’album fu prodotto da Mike Clink, l’uomo dietro Appetite for Destruction, il primo album dei Guns N’ Roses,, insieme allo stesso Slash. Fra gli ospiti comparvero Dizzy Reed alle tastiere e Teddy Andreadis all’armonica, mentre Duff McKagan firmò con Slash Beggars & Hangers-On. Fu la Geffen a insistere perché il progetto si chiamasse Slash’s Snakepit. Il titolo, invece, nacque da una battuta: quando Slash ordinò da bere in un bar di un aeroporto molto prima delle cinque del pomeriggio, il barista gli rispose che da qualche parte erano già le cinque.
It’s Five O’Clock Somewhere uscì il 14 febbraio 1995 con quattordici brani, anticipato dal singolo Beggars & Hangers-On e seguito a giugno da Good to Be Alive. L’album arrivò al settantesimo posto della classifica americana e, secondo quanto la Geffen riferì a Slash, vendette circa un milione di copie nel mondo. Il riff principale di Dime Store Rock lo portò Gilby Clarke, che firmò da solo anche Monkey Chow, mentre lo strumentale Jizz da Pit nacque da Slash e Inez.
Sorum e Inez non potevano partire in tour, così al loro posto arrivarono James LoMenzo e Brian Tichy, entrambi dai Pride & Glory di Zakk Wylde. La tournée partì da Memphis alla fine di marzo 1995 e toccò Stati Uniti, Europa, Giappone, Australia e Sud America, con una tappa in Italia al Pistoia Blues Festival. A MTV Slash spiegò che, dopo due anni e mezzo di stadi, aveva bisogno di tornare con i piedi per terra, e che il disco era nato proprio per questo. L’avventura si chiuse quando Axl si disse pronto a lavorare al nuovo album dei Guns N’ Roses e la Geffen smise di sostenere il tour.
Ogni brano del disco mostra un lato diverso del talento di Slash. Neither Can I apre con un riff incalzante, Beggars & Hangers-On lascia spazio al suo blues rock più caldo, Dime Store Rock guarda al classico hard rock degli anni Settanta e Back and Forth Again rivela il suo lato più melodico e introspettivo. Gli Slash’s Snakepit furono la sua valvola di sfogo artistica, lontano dalle aspettative e dalle pressioni dei Guns N’ Roses: grinta, energia e tecnica fuse in un disco senza compromessi. In queste prime ore del mattino, ascoltarlo ancora non ha veramente prezzo.
Fonti: Ultimate Classic Rock; Louder; Songfacts; The Virginian-Pilot; Georgia Straight; Pistoia Blues; YouTube (servizio di MTV News sugli Slash’s Snakepit, 1995; intervista a Slash al Pinkpop 1995); Wikipedia.