Risveglio rock: l’impatto strumentale di “Pump” degli Aerosmith nel 1989

Copertina dell’album Pump degli AerosmithIl giorno in cui uscì Pump avevo sedici anni e una sola cosa da fare: andare in centro, entrare nel negozio di dischi e uscirne con quel CD. A casa lo infilai nello stereo componibile di famiglia e dopo il primo brano mi lasciai cadere sul divano a occhi chiusi. Quel primo brano era Young Lust, un pezzo che Joe Perry ha paragonato a un dinosauro che mangia automobili, con Joey Kramer che per una volta usa la doppia cassa. Da lì in avanti il disco è diventato per anni il mio rifugio; solo molto tempo dopo ho capito quanto lavoro ci fosse dietro quell’energia.

Gli Aerosmith arrivavano da Permanent Vacation, il primo album inciso senza droghe né alcol, dopo la disintossicazione collettiva imposta nel 1986 dal manager Tim Collins. Nell’autunno del 1988, finito il tour, Perry e Steven Tyler ricominciarono a scrivere; da dicembre la band provò in un piccolo studio nel Massachusetts, scelto per stare lontano dalle distrazioni, e mise insieme quasi venti pezzi divisi in una lista A e una lista B. Il produttore Bruce Fairbairn, trombettista di formazione classica reduce da Slippery When Wet e New Jersey dei Bon Jovi, passava ogni paio di settimane a dare indicazioni. Tyler lo ha definito un urbanista che mette ordine fra le sue idee sparse; Perry un tiranno sul lavoro, molto obiettivo, che a fine disco spesso odiava e con cui non vedeva l’ora di tornare a lavorare. Nei primi mesi del 1989 la band si trasferì ai Little Mountain Sound Studios di Vancouver, con il fonico Mike Fraser, nella sala accanto a quella dove Bob Rock stava registrando Dr. Feelgood dei Mötley Crüe. Brad Whitford ha ricordato una band molto più sana, con la musica che tornava a fluire come nei primi anni Settanta, e il titolo lo propose lui: smesse le droghe, erano tutti pompati.

Love in an Elevator fu il primo singolo, quinto nella classifica americana. Tyler ha raccontato l’episodio dell’ascensore in più versioni, e nel 1989 disse che la storia vera era di Perry, il quale aggiunse che gli anni negli Holiday Inn gli avevano dato una certa esperienza di ascensori d’albergo. L’assolo che mi aveva trascinato, a sedici anni, era in realtà diviso in due: il primo è di Whitford, quello nel breakdown è di Perry, registrato subito dopo un’intossicazione alimentare presa in una domenica libera a Vancouver Island, per metà alla prima take. Il finale a cappella lo cantano tutti e cinque; nella coda si sente la tromba di Fairbairn.

Janie’s Got a Gun era il brano che quel pomeriggio mi aveva fermato il respiro con basso e batteria in primo piano. Tyler ebbe il titolo e l’atmosfera molto prima delle parole, che gli costarono quasi un anno, fra un articolo sulle morti da armi da fuoco e le sedute di terapia di gruppo della riabilitazione; Tom Hamilton costruì la linea di basso sul riff portato dal cantante e firmò il pezzo con lui, ricordando la prima prova come una visita degli dei. Il singolo arrivò al quarto posto negli Stati Uniti e al Grammy del febbraio 1991 come miglior interpretazione rock di gruppo, il primo della band; il video, diretto da David Fincher, vinse due premi agli MTV Video Music Awards del 1990. What It Takes, scritto con Desmond Child, era nato come un pezzo country struggente e Whitford lo ricorda come una song da tastiera; Perry non voleva un’altra Angel e la fisarmonica che io avevo sentito al primo ascolto, aggiunta per volere di Fairbairn, è secondo Perry la cosa che ha dato al brano il sapore giusto. Fu il terzo Top 10 del disco e l’ultimo della band fino al 1998.

Il resto di Pump vive di dettagli. Fra un brano e l’altro ci sono interludi che Fairbairn fece costruire a Randy Raine-Reusch, un musicista di Vancouver che aveva sentito alla radio: Tyler e Perry andarono nel suo studio, provarono un centinaio di strumenti e ne scelsero una trentina. Water Song è fatta di armonica a bicchieri, wind gong e rombi; Dulcimer Stomp di un dulcimer appalachiano; Hoodoo di un organo a bocca thailandese su cui Perry suonò insieme a lui; Don’t Get Mad Get Even si apre con due tracce di didgeridoo. The Other Side, scritta con Jim Vallance, somigliava tanto a Standing in the Shadows of Love dei Four Tops che Holland-Dozier-Holland ottennero il credito d’autore. Monkey on My Back racconta la lotta con le dipendenze, Voodoo Medicine Man lascia la chitarra solista a Whitford, F.I.N.E. nasconde un acronimo poco elegante che compare anche sui cofani dei due camion in copertina, dello stesso tipo che la band usava negli anni Settanta per l’attrezzatura. I testi non furono stampati nel libretto: la Geffen temeva le reazioni della PMRC.

Uscito il 12 settembre 1989, Pump arrivò al quinto posto della Billboard 200 e fu il quarto album più venduto del 1990 negli Stati Uniti, dove ha superato i sette milioni di copie, più di dieci nel mondo; fu anche il primo disco degli Aerosmith a entrare nella classifica britannica. Il tour riportò la band in Europa per la prima volta dalla fine degli anni Settanta, con quattro serate londinesi nel novembre 1989, e in America ebbe gli Skid Row come gruppo di apertura. Un cameraman aveva seguito la band a Vancouver per catturare i momenti creativi: ne uscì The Making of Pump, il documentario del 1990 che mostra anche le liti in sala. Chi vuole la storia intera, con la voce di tutti e cinque, la trova in Walk This Way, l’autobiografia della band scritta con Stephen Davis. Io, di quel pomeriggio del 1989, ricordo soprattutto il divano.

Fonti: Ultimate Classic Rock; Louder; Classic Rock; Guitar World; American Songwriter; Rolling Stone; Songfacts; Georgia Straight; Classic Rock Review; Canadian Encyclopedia; sito di Randy Raine-Reusch; RIAA.

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