Dal Sunset Strip a Paramount+: il viaggio selvaggio dell’hair metal
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Nel giugno 2024 la piattaforma di streaming Paramount+ ha annunciato una serie documentaria in tre episodi dedicata all’hard rock degli anni Ottanta, intitolata Nöthin’ But a Good Time: The Uncensored Story of ’80s Hair Metal. La serie ha debuttato il 17 settembre 2024, con tutte e tre le puntate disponibili lo stesso giorno. Il progetto si basa sul libro Nöthin’ But a Good Time: The Uncensored History of the ’80s Hard Rock Explosion, scritto dai giornalisti musicali Tom Beaujour e Richard Bienstock, già colleghi nelle redazioni di Guitar World e Guitar Aficionado. Uscito negli Stati Uniti il 16 marzo 2021 per St. Martin’s, il volume è una storia orale costruita su oltre 200 interviste a musicisti, addetti alla sicurezza, groupie e promoter, sul modello di The Dirt, l’autobiografia dei Mötley Crüe. Un libro straordinario.
La regia è stata affidata a Jeff Tremaine, noto per la serie Jackass e per The Dirt, il film del 2019 sulla storia dei Mötley Crüe. Il racconto passa attraverso le testimonianze di alcuni protagonisti dell’epoca: Bret Michaels dei Poison, Stephen Pearcy dei Ratt, Nuno Bettencourt degli Extreme e Dave “Snake” Sabo degli Skid Row. Accanto a loro compaiono Riki Rachtman, storico conduttore di Headbangers Ball su MTV, Corey Taylor degli Slipknot e Steve-O, uno dei volti di Jackass. Presentando la serie, il regista l’ha definita una celebrazione del decennio più oltraggioso della storia del rock ’n’ roll e la sua personale lettera d’amore agli anni Ottanta.
Le tre puntate seguono un ordine cronologico. La prima, The Sunset Strip, parte dalla Los Angeles di fine anni Settanta, quando la scena rock dei capelli lunghi sul Sunset Strip si era spenta sotto l’onda della new wave, e racconta come un nuovo look e un nuovo sound l’abbiano riportata in vita aprendo l’era dell’hair metal. La seconda, The Second Wave, mostra il periodo in cui, dopo l’esplosione dei Mötley Crüe e dei Quiet Riot, band ambiziose arrivano da tutti gli Stati Uniti a Los Angeles e lo Strip tocca il suo apice. La terza, The Final Chapter, racconta la saturazione della scena, invasa dai gruppi imitatori, l’affermazione delle band glam della costa orientale e l’arrivo del grunge di Seattle, che chiude la stagione dell’hair metal prima del revival nostalgico degli anni successivi.
Dietro la produzione ci sono la Gorilla Flicks di Tremaine e Shanna Newton, Spoke Studios, società del gruppo Wheelhouse, con Eric Wattenberg, Scott Lonker e Will Nothacker, il produttore Erik Olsen e MTV Entertainment Studios con Bruce Gillmer e Michael Maniaci. Beaujour e Bienstock, autori del libro, hanno partecipato come co-produttori esecutivi.
L’accoglienza della critica è stata tiepida. Il critico Nick Schager ha descritto la serie come un ritratto affettuoso ma superficiale, che si affida più alla nostalgia che all’analisi, povero di interventi dei nomi più grandi del decennio e ancora più povero di approfondimento. Secondo Schager, il racconto definitivo di quella scena resta The Decline of Western Civilization Part II: The Metal Years, il documentario di Penelope Spheeris.
Al di là dei giudizi, la serie ha riportato sullo schermo un periodo irripetibile del rock, fatto di eccessi ma anche di talento e di ambizioni smisurate, che continua ad affascinare gli appassionati e a influenzare la cultura contemporanea. Per chi ha amato quegli anni resta un’occasione per rivedere volti e luoghi di quella scena, e magari per tornare al libro da cui tutto è partito.
Fonti: Blabbermouth; Consequence; Loudwire; InsideHook; Rotten Tomatoes; The Daily Beast.