Sudore, acciaio e rock: il maestro e i suoi roadies

I camion di un tour davanti a un palcoIl sole non era ancora sorto quando Mike arrivò all’arena. Era tra i primi sul posto, come sempre. Sorseggiando il suo caffè bollente, osservò i quattro imponenti TIR Volvo FH16 parcheggiati uno di fianco all’altro, carichi di tutta l’attrezzatura della band. Questi giganti della strada erano il cuore pulsante del circo itinerante, trasportando tonnellate di equipaggiamento da una venue all’altra per migliaia di chilometri ogni settimana.

Con un sospiro ed un pizzico di eccitazione, Mike iniziò a coordinare lo scarico. Amplificatori, cavi, strumenti, luci, tralicci, ogni pezzo aveva la sua destinazione precisa. Mentre svolgeva le sue attività, arrivarono gli altri membri della crew: John, il Maestro del suono, già immerso nei suoi appunti sulle particolarità acustiche del luogo; Sarah, la regina delle luci, che iniziò subito a verificare le evoluzioni dei fari di ultima generazione e programmare alcune nuove varianti visive sulla sua consolle.

Le ore correvano veloci. Mike passò non poco tempo a supervisionare il montaggio della batteria e la sua pedana, assicurandosi che ogni tamburo e piatto fosse esattamente dove il batterista lo voleva ed i microfoni fossero ben posizionati sul set per garantire un uscita ottimale sul mastodontico impianto di diffusione sonora. Accanto a lui, Tom accordava meticolosamente ogni chitarra ed ogni basso, controllando qualsiasi dettaglio e le specifiche di ciascuna accordatura non trascurando che ogni strumento fosse assolutamente scintillante.

Improvvisamente, una voce sicura risuonò nell’arena: “Soundcheck tra 15 minuti!”. Mike e la sua squadra accelerarono il ritmo. Quando la band arrivò sul palco, tutto era pronto.

Durante il soundcheck, Mike osservò attentamente ogni movimento, pronto a segnalare via radio un intervento al minimo problema. Notò il chitarrista solista un po’ teso e gli si avvicinò dopo le prove, offrendogli una parola di incoraggiamento e ridacchiando qualche battuta sconcia. Questi momenti di connessione umana e cameratismo erano la parte più profonda e intima del suo lavoro.

Le ore che anticiparono il concerto furono un turbine di ultime verifiche e ottimizzazioni. Quando le luci si abbassarono e la folla iniziò a urlare, Mike era nella sua postazione di sempre, a lato palco, con una perfetta visuale su ogni membro della band.

Lo show si svolse fortunatamente senza particolari problemi. Si occupò di lanciare una chitarra al volo al chitarrista ritmico quando una corda si ruppe, fece sostituire rapidamente il microfono del tastierista non perfettamente performante nelle backing vocals, sempre nell’ombra, sempre essenziale.

Quando l’ultimo accordo risuonò nella grande struttura e la band lasciò il palco tra gli applausi assordanti, il lavoro di Mike era tutt’altro che finito. C’era da fornire supervisione per lo smontaggio del palco e della strumentazione, ricaricare i quattro bestioni da strada con la massima cura, prepararsi per la prossima città.

Mentre il carico dei TIR stava per concludersi, esausto ma soddisfatto del lavoro svolto, Mike sorrise tra sé. Pochi capivano davvero l’importanza del suo lavoro, ma per lui, contribuire a rendere quella magia ogni sera era tutto ciò che contava. Con un ultimo controllo, chiuse con un sigillo il portellone dell’ultimo TIR, pronto per il viaggio notturno verso il prossimo live show.

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