David Bowie e Jimmy Page: Crowley e la serata che li divise
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Nel mondo del rock le storie di occultismo e paranormale hanno sempre esercitato un fascino particolare. Pochi racconti, però, sono inquietanti quanto quello dell’incontro tra David Bowie e Jimmy Page a metà degli anni Settanta, un episodio che avrebbe spinto il Duca Bianco a tagliare definitivamente i ponti con il chitarrista dei Led Zeppelin. I due si conoscevano da tempo. Nel 1965 i Manish Boys, il gruppo del giovanissimo Bowie, avevano chiamato Page, allora uno dei session man più richiesti di Londra, a suonare nella loro versione di I Pity the Fool di Bobby Bland. Dieci anni dopo erano entrambi star mondiali, legati da un interesse comune: l’opera di Aleister Crowley, l’occultista inglese che la stampa del suo tempo aveva ribattezzato l’uomo più malvagio del mondo.
Jimmy Page non ha mai fatto mistero della sua passione per l’esoterismo. Il suo interesse nacque durante gli anni scolastici, quando si immerse nella lettura di Magick in Theory and Practice di Crowley: ha raccontato di averlo letto intorno agli undici anni, anche se gli servì parecchio tempo per capirlo davvero. Quella passione lo portò ad aprire a Londra una libreria specializzata in testi esoterici, battezzata The Equinox come la rivista fondata da Crowley, perché in città, spiegò, non esisteva un negozio con una scelta decente di libri sull’argomento. Nel 1970, con i guadagni dei primi dischi dei Led Zeppelin, acquistò anche Boleskine House, l’antica dimora di Crowley sulle rive del Loch Ness, considerata da molti un portale per l’inferno. La tenne per circa vent’anni.
Bowie l’occulto lo frequentava già: nel 1971, in Quicksand su Hunky Dory, aveva citato per nome Crowley e la Golden Dawn. Fra il 1974 e il 1975, negli Stati Uniti, quell’interesse tornò a farsi pressante, alimentato da una dipendenza dalla cocaina che lo stava consumando. Viveva a Manhattan, in una casa che divideva con la cantante Ava Cherry, allora sua compagna.
Secondo quanto riportato nel 2019 dal podcast Disgraceland di Jake Brennan, che attribuisce il racconto a una persona vicina a Page, nel 1974 si verificò un inquietante episodio durante un incontro fra i due musicisti. La serata, già segnata da un copioso consumo di cocaina, prese una piega sinistra quando Page iniziò a raccontare a Bowie di un’esperienza paranormale vissuta una notte a Boleskine House.
Bowie, che secondo lo stesso racconto aveva ereditato l’interesse per l’occulto dal fratello maggiore, si mostrò inizialmente affascinato e lo incalzò di domande. L’atmosfera, però, si fece sempre più tesa man mano che la serata procedeva. Page manifestava un comportamento sempre più strano, alternando lunghi silenzi con lo sguardo nel vuoto a inquietanti sorrisi, mentre le luci dell’appartamento, secondo il racconto di Bowie, sembravano tremolare inspiegabilmente.
Il culmine della serata si raggiunse quando Bowie, sempre più a disagio, chiese a Page di andarsene. La risposta del chitarrista fu un inquietante gesto verso una finestra aperta alle spalle di Bowie, seguito da un silenzio glaciale. Dopo quello che sembrò un tempo infinito, Page si alzò e se ne andò senza dire una parola.
Esiste anche un’altra versione, forse la più documentata. È quella del biografo Paul Trynka, che nel libro Starman si basa sulla testimonianza di Ava Cherry e colloca la serata nel febbraio del 1975, nella casa di Manhattan. Qui l’atmosfera è tesa fin dall’inizio. A un certo punto Page rovescia del vino rosso su alcuni preziosi cuscini di seta e cerca di scaricare la colpa sulla Cherry. Bowie gli chiede di andarsene e, gelido, gli suggerisce di uscire proprio dalla finestra. I due restano a fissarsi in silenzio: Page, scrive Trynka, sembrava evocare forze oscure contro il padrone di casa, mentre Bowie, ha ricordato la Cherry, voleva dimostrargli che la sua volontà era più forte. I dettagli cambiano da una versione all’altra; la finestra, curiosamente, c’è sempre.
L’esperienza segnò profondamente Bowie. Si convinse che Page avesse messo in pericolo la sua anima e lasciò New York per Los Angeles, dove sprofondò ancora di più: restava sveglio per giorni, si nutriva di latte, peperoni e cocaina, divorava testi occulti. Arrivò a credere che un gruppo di streghe volesse usarlo per concepire l’Anticristo, tanto che, secondo alcune ricostruzioni, cominciò a conservare la propria urina in frigorifero. Si rivolse alla moglie Angela, che gli procurò un esorcismo per la casa, organizzato addirittura al telefono. Da allora, secondo Disgraceland, fece di tutto per evitare qualsiasi contatto con Jimmy Page. Page, dal canto suo, non ha mai fatto cenno a nulla di simile.
Resta da sfatare l’ultima parte della leggenda, quella di un Bowie che dopo quella notte avrebbe chiuso per sempre con le arti occulte. Non andò così. Nel gennaio 1976 uscì Station to Station, la cui title track è intrisa di riferimenti alla Cabala e a Crowley, fino al celebre passaggio da Kether a Malkuth, due sfere dell’Albero della Vita. Solo dopo il 1976, lasciata l’America per l’Europa, Bowie prese pubblicamente le distanze dall’occultismo.
Fra cocaina, paranoia e leggende, separare del tutto i fatti dalle suggestioni è impossibile. Rimane l’immagine di due giganti del rock seduti nella stessa stanza, ciascuno convinto che la propria volontà fosse la più forte, con una finestra aperta alle spalle.
Fonti: Paul Trynka, Starman; Ethan Doyle White, Correspondences; Classic Rock / Louder; Disgraceland; Far Out; iHeart; Rolling Stone; The Scotsman.