Beat It e l’assolo di Eddie Van Halen: quando Michael Jackson mi portò l’hard rock
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Era il 1983 e io ero un bambino di dieci anni con il caschetto da paggio. Appena tornato da scuola, come sempre, accesi la televisione in cerca di qualche cartone animato. Su un canale che ancora oggi non riesco a ricordare cominciarono invece a scorrere le prime immagini di un video di Michael Jackson che non avevo mai visto. Non era la prima volta che lo ascoltavo: Billie Jean passava già su gran parte delle radio e ne parlavano tutti. Questa volta, però, qualcosa era diverso. I primi accordi di Beat It avevano un’energia strana, che percepivo come vagamente minacciosa. Di hard rock e di metal non sapevo nulla, perché i miei ascolti erano orientati al pop dell’epoca e ai cantautori italiani.
Poi arrivò quello che solo più avanti avrei imparato a chiamare assolo di chitarra, e mi colpì come un pugno allo stomaco. Mi alzai di scatto dalla sedia, incredulo. Non avevo mai sentito niente del genere: era aggressivo, veloce, potente, la chitarra sembrava urlare, correre e volare. Le mie mani, ancora scoordinate, provavano a inseguire quella cascata di note. La sera non riuscivo a pensare ad altro e continuavo a canticchiare quel che ricordavo dell’assolo, massacrandolo senza pietà. Era il mio primo incontro con l’hard rock, anche se allora non lo sapevo, e mi sembrava che all’improvviso si fosse aperto un mondo sconosciuto.
Beat It era il terzo singolo estratto da Thriller, l’album uscito il 30 novembre 1982. Era nato come un vero brano rock, costruito su un riff di chitarra di Steve Lukather, e per l’assolo il produttore Quincy Jones aveva pensato a Eddie Van Halen. Quando ricevette la telefonata, Eddie credette a uno scherzo e rispose in malo modo, salvo scusarsi non appena Jones si fece riconoscere. Quincy gli lasciò mano libera e lui prese quella libertà alla lettera.
In studio ascoltò il pezzo e chiese se poteva cambiarne alcune parti. Prima che Jackson arrivasse, fece rimontare al tecnico del suono la sezione centrale, unendo frammenti del breakdown, del pre-chorus e del chorus: secondo il suo racconto bastarono una decina di minuti. Sopra quella nuova struttura improvvisò due assoli e in tutto gli servì meno di un’ora. Lo fece gratis, e sul disco il suo nome non comparve nemmeno.
Quando Jackson entrò in studio, Eddie era preoccupato. Lo avvertì subito di aver cambiato la parte centrale del brano, chiedendosi come avrebbe reagito. La risposta lo sorprese: Michael ascoltò e lo ringraziò per aver avuto la passione di prendersi cura dell’intero pezzo, invece di limitarsi a piazzare un assolo. Dopo l’uscita del disco, in fila in un negozio Tower Records, Eddie sentì passare Beat It. Due ragazzi davanti a lui commentarono che quello era un tizio che cercava di suonare come Eddie Van Halen, e lui, battendo sulla spalla di uno dei due, rispose che era proprio lui. Nel 1984 il pezzo vinse due Grammy, come registrazione dell’anno e per la migliore interpretazione vocale rock maschile.
Quel giorno del 1983, seduto davanti alla televisione con i compiti ancora da fare, di tutto questo non sapevo nulla. Non conoscevo Eddie Van Halen né la sua band e non immaginavo quanto quel brano sarebbe diventato importante per me. Sapevo soltanto di aver ascoltato qualcosa di straordinario, lontano da tutto quello che girava allora. Beat It è stata la mia porta d’ingresso in un altro universo musicale, il primo assaggio di quella potenza che avrei imparato a chiamare hard rock. Grazie Eddie, grazie Michael: senza saperlo siete stati la mia prima guida nel mondo del rock.
Fonti: Van Halen News Desk; CNN; Associated Press; Ultimate Classic Rock; Wikipedia.