La dolce storia dietro “Pour Some Sugar on Me”: quando una tazza di tè creò un hit mondiale
Pubblicato il
Esistono brani musicali che nascono da momenti di pura ispirazione artistica e altri che emergono dalle situazioni più quotidiane e banali. Pour Some Sugar On Me dei Def Leppard appartiene decisamente alla seconda categoria. È proprio questo a renderlo ancora più affascinante.
Fra i fan circola da anni una storia deliziosa. Joe Elliott, il frontman dei Def Leppard, si stava preparando a quello che per ogni britannico che si rispetti è un rituale sacro: la tazza di tè. Il produttore Robert John “Mutt” Lange gli avrebbe chiesto se preferisse una o due zollette di zucchero. La leggenda narra che in quel momento Elliott rispose con quella che sarebbe diventata una delle frasi più iconiche della storia del rock: versami un po’ di zucchero. La risposta di Joe, apparentemente insignificante, avrebbe contenuto il seme di uno dei più grandi successi della band di Sheffield.
Come spesso accade nelle storie del rock, però, la verità si mescola alla leggenda. Di questo aneddoto esistono diverse versioni, nessuna confermata dai diretti interessati. Il racconto che Elliott e i compagni hanno fatto più volte porta altrove: fuori dall’Inghilterra, dentro uno studio di registrazione.
Siamo alla fine del 1986, ai Wisseloord Studios di Hilversum, in Olanda. I Def Leppard lavorano a Hysteria da quasi due anni, un’eternità segnata anche dall’incidente d’auto in cui il batterista Rick Allen, l’ultimo giorno del 1984, aveva perso il braccio sinistro. Il disco sembra finito. Durante una pausa dalle registrazioni della voce di Armageddon It, Elliott prende una chitarra acustica e comincia a strimpellare un giro di accordi che aveva in testa da un po’. Per lui è un’idea come tante, niente di speciale.
Lange, però, drizza le orecchie: secondo lui quello è il miglior gancio sentito da anni. Lo convince a svilupparlo e il riff acustico di Elliott diventa il chorus del brano. Lange ci aggiunge lui stesso un basso al sintetizzatore e in meno di due settimane il pezzo è pronto, con la firma di Elliott, Lange, Phil Collen, Steve Clark e Rick Savage. È l’ultimo brano scritto per Hysteria e il più rapido da registrare, in un album che per tutti gli altri aveva richiesto un lavoro lunghissimo.
Il modo in cui nacque il testo è curioso quanto la leggenda del tè. Mentre girava la base, Elliott e Lange registrarono ciascuno su un proprio dittafono le parole che venivano loro in mente, a ruota libera. Poi si scambiarono i nastri e provarono a decifrare quello che aveva borbottato l’altro. Su quello di Lange, Elliott sentì una frase sull’amore che è come una bomba: fu quella, ha raccontato, a dare il tono a tutto il testo. Il cantante ha ammesso anche un’altra influenza, Walk This Way nella versione di Run-DMC con gli Aerosmith: in quel miscuglio di rap e rock aveva visto un potenziale enorme. Il modo quasi parlato delle strofe lo dimostra.
Sull’origine del titolo esiste poi una pista più musicale del tè. Fra le ispirazioni viene citata Sugar, Sugar degli Archies, il successo del 1969 in cui compare un verso molto simile. Secondo alcune fonti, sarebbe stato il primo disco comprato da Elliott.
Lo stesso Elliott, quando gli chiedono di spiegare il significato della canzone, ha spesso preferito lasciare la risposta a chi ascolta, dicendo che non spetta a lui interpretarla. Su un punto, però, è stato esplicito: il brano, ha spiegato, è diventato una metafora per qualsiasi preferenza sessuale si desideri. Quello che è certo è che la canzone si è evoluta ben oltre la sua presunta origine legata a una semplice tazza di tè. Un innocente momento di tradizione domestica si è trasformato in un inno provocatorio e sensuale, che ha definito un’era e conquistato milioni di persone. I doppi sensi, abbastanza allusivi da stuzzicare e abbastanza velati da passare in radio, sono una delle chiavi della sua fortuna.
Il pezzo uscì come singolo il 7 settembre 1987, poche settimane dopo Hysteria. In Gran Bretagna si fermò al diciottesimo posto. Il video, girato da Russell Mulcahy, mostrava la band che suonava fra le macerie di una villa irlandese in demolizione, Mount Merrion House, alle porte di Dublino. In America, invece, l’album partì a rilento. Per rientrare delle enormi spese di produzione doveva vendere circa cinque milioni di copie. Per molti mesi sembrò destinato a deludere.
La svolta arrivò nella primavera del 1988, quando Pour Some Sugar On Me venne rilanciato negli Stati Uniti come quarto singolo. Per l’occasione Wayne Isham montò un nuovo video con le riprese del concerto di febbraio alla McNichols Sports Arena di Denver. A spingerlo, ha raccontato Collen, furono anche le spogliarelliste di alcuni locali della Florida, che cominciarono a richiederlo di continuo a una radio locale. Il brano arrivò al secondo posto della Billboard Hot 100, il 23 luglio 1988, bloccato soltanto da Hold On to the Nights di Richard Marx. Trascinò così Hysteria in vetta alla classifica americana degli album. Il singolo successivo, Love Bites, diventò l’unico numero uno della band negli Stati Uniti.
Il pezzo è diventato uno dei brani più riconoscibili dei Def Leppard e un pilastro del rock degli anni ’80. Nel maggio del 1991 MTV mise il suo video al primo posto della classifica dei trecento migliori di sempre. Nel 2006 VH1 lo ha inserito al secondo posto fra le cento canzoni più belle degli anni Ottanta. Il riff accattivante, il chorus impossibile da dimenticare e quella frase in apparenza innocente, carica di doppi sensi, hanno creato un classico senza tempo che pulsa ancora oggi.
La magia di Pour Some Sugar On Me si manifesta proprio in questa sua duplice natura: da un lato la semplicità quasi casuale della sua nascita, dall’altro la ricchezza delle interpretazioni che ne sono scaturite. È un perfetto esempio di come, nell’hard rock, anche il momento più ordinario possa trasformarsi in qualcosa di straordinario.
Che la storia della tazza di tè sia vera o meno, poco importa. Ciò che conta è che questo brano continua a rappresentare uno dei momenti più dolci della storia del rock. Dimostra come l’ispirazione possa arrivare nei modi più inaspettati: da un giro di accordi suonato per passare il tempo, durante una pausa in studio, è nato un inno generazionale.