Bilbao, 28 giugno 2010. Il tour di Black Ice si chiude con un concerto che nessuno, in quel momento, considera un addio. In fondo al palco, alla destra della batteria e quasi in penombra, Malcolm Young suona come ha sempre fatto: plettro che picchia verso il basso, nessun passo verso il proscenio. Sarà la sua ultima serata con gli AC/DC. Nell’aprile del 2014 la band annuncia una pausa per motivi di salute, a settembre comunica che Malcolm non tornerà e a fine mese la famiglia conferma la diagnosi di demenza. Il nipote Stevie Young, che lo aveva già sostituito nel 1988 durante il tour di Blow Up Your Video, prende il suo posto in studio per Rock or Bust e poi dal vivo. Malcolm muore a Sydney il 18 novembre 2017, a 64 anni. Nel comunicato Angus scrive che il loro legame era unico e chiude con tre parole, lavoro ben fatto, che dicono tutto del rapporto fra i due.
Per capire che cosa se ne sia andato quel giorno bisogna tornare a Glasgow, dove Malcolm nasce il 6 gennaio 1953, e a Sydney, dove la famiglia emigra nel 1963. A iniziarlo alla chitarra e allo studio di registrazione è il fratello maggiore George, già famoso con gli Easybeats. Nel 1973 Malcolm fonda gli AC/DC con il fratello minore Angus e dà al gruppo la direzione che Angus riconoscerà decenni dopo: il suono e lo stile erano chiari nella testa di Malcolm fin dal primo giorno, e la band non ha fatto che seguirli per tutta la carriera. Brian Johnson lo ha chiamato il loro leader, l’uomo a cui si deve l’idea di un suono che nessun altro potesse copiare.
Quel suono passa da una chitarra sola. La Gretsch Jet Firebird del 1963, rossa in origine e ribattezzata The Beast, arriva a Malcolm dall’ambiente degli Easybeats, da Harry Vanda e dal fratello George, alla fine degli anni Sessanta. Lui la spoglia di tutto: toglie due dei tre pickup e lascia soltanto quello al ponte, fa carteggiare la vernice fino al legno, sostituisce il vibrato con un ponte fisso. Dietro, un Marshall Super Bass da cento watt e nessun effetto. Il gain resta basso, il suono quasi pulito; la potenza la mettono il volume degli stack e la mano destra. Le corde sono pesantissime, un set da .012 a .058 con il Sol avvolto, e il plettro è un Fender extra heavy. Angus ha detto che il fratello di sicuro non la sfiorava, quella chitarra, e che la sua mano destra era probabilmente la migliore del mondo.
La tecnica, vista da vicino, è una lezione di economia. Accordi aperti al posto dei barré, plettrate quasi sempre verso il basso, pause lasciate respirare, palm muting dosato: il riff di Back in Black nasce così, e per settimane Malcolm non ne è convinto, finché lo incide su cassetta e chiede ad Angus se sia roba da buttare. L’intro di Thunderstruck, al contrario, è un trucco di Angus sulla tastiera, e Malcolm ci mette sotto la parte ritmica che lo trasforma in un brano. Nei primi anni, raccontava lui, entravano in studio con un riff e basta, perché per Malcolm un riff era già un pezzo. Tony Platt, che ha inciso Back in Black, ha confermato che i brani arrivavano in studio già definiti, costruiti dai due fratelli.
Dal vivo Malcolm era il direttore d’orchestra. La band guardava il suo cenno per i cambi, Cliff Williams avanzava per i cori e tornava fra gli amplificatori secondo uno schema che lui aveva disegnato. Angus ha ripetuto più volte che Malcolm era sottovalutato, che faceva suonare piena la band, che avrebbe potuto fare gli assoli meglio di lui e che sapeva, soprattutto, quando non suonare. Johnson ha ricordato che in Let There Be Rock consumava due plettri a sera e ha riassunto il suo apporto con un’immagine: Malcolm ha dato un pugno al rock and roll.
Il resto del mondo se n’è accorto tardi. Nel 2003 gli AC/DC entrano nella Rock and Roll Hall of Fame, presentati da Steven Tyler. Nel gennaio 2017 Gretsch presenta una replica della Beast in quaranta esemplari, con l’usura riprodotta e senza i pickup che Malcolm aveva tolto; nel comunicato Jerry Cantrell lo definisce il miglior chitarrista ritmico del rock, punto, e Dave Mustaine lo colloca nella sacra trinità dei più grandi chitarristi ritmici del mondo. Dopo la morte, Mustaine ha scritto che la maggior parte della gente ignora due cose: che gli AC/DC erano la band di Malcolm e che Malcolm sapeva di essere il migliore nel suo ruolo. Eddie Van Halen lo ha chiamato cuore e anima degli AC/DC; Scott Ian degli Anthrax si è fatto tatuare il suo volto sul braccio.
Anche l’ultimo disco porta la sua firma. Power Up, uscito nel 2020, è costruito su idee che Malcolm aveva lasciato nei nastri dei tempi di Black Ice, e il suo nome compare fra gli autori di tutti e dodici i brani. Chi vuole seguire tutta la storia, dal ragazzo di Glasgow che lascia la scuola a quindici anni fino all’uomo che decise di andare avanti dopo la morte di Bon Scott, trova in Malcolm Young: The Man Who Made AC/DC di Jeff Apter la biografia che gli mancava. Il titolo, per una volta, non esagera.
Fonti: Rolling Stone; Guitar World; Premier Guitar; Guitar Player; MusicRadar; Blabbermouth; Ultimate Classic Rock; Sound On Sound; Gretsch; Grammy.com; Billboard.