Il viaggio spirituale di Ian Astbury, dalla riserva al palcoscenico
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Ian era solo un ragazzino di undici anni quando, nel 1973, si trasferì con la sua famiglia dall’Inghilterra in Canada, a Hamilton, nell’Ontario. Figlio di madre scozzese e padre inglese, nato il 14 maggio 1962, si era già sentito un estraneo in patria e in Canada lo diventò ancora di più: a scuola lo misero subito fra gli “altri”. Fin da subito cercò di integrarsi nel nuovo ambiente e si unì a una vita multiculturale in cui erano presenti ragazzi arrivati da ogni parte del mondo e anche alcuni ragazzi nativi della riserva delle Sei Nazioni. Lui stesso ha raccontato che quei compagni lo presero per quello che era, senza fare domande. Erano un gruppo strano, tutti un po’ ai margini, uniti dall’amore per la musica.
Un giorno, che diventò cruciale, durante una gita alla riserva delle Sei Nazioni del Grand River, Ian ebbe un’illuminazione che gli cambiò la vita. Annoiato dai percorsi “preconfezionati” organizzati dalla guida, si allontanò dal gruppo e si avvicinò ad alcuni bambini nativi che giocavano allegramente a lacrosse. Ricordiamo che Ian è sempre stato affascinato dalle diversità, considerandole vere e proprie fonti di forza e resilienza. Osservandoli correre liberi e spensierati, provò una sensazione profonda di appartenenza che non aveva mai sperimentato prima. Quella sensazione si accentuò quando sedette accanto a un anziano nativo che fumava la pipa sui gradini di una casa. L’uomo gli sorrise gentilmente e in quel momento Ian ebbe la conferma di sentirsi davvero a suo agio in quel luogo e con quella gente. Lo ha definito la sua prima esperienza di epifania: si sentiva a casa, sentiva di appartenere a quel posto.
Fu allora che nacque in lui la passione per la cultura, lo sciamanesimo e la filosofia dei nativi americani. Quella visita segnò profondamente il giovane Ian. Iniziò a leggere, studiare e informarsi sulla storia, la spiritualità e le tradizioni dei popoli nativi, sempre più affascinato dal loro profondo legame con la natura e con la Terra. Da loro ha detto di aver imparato un’idea semplice e rivoluzionaria: l’uomo non sta sopra la natura, ne è parte, insieme a tutto il resto. Ha imparato anche che la cultura e la conoscenza sono la chiave di ogni cosa. Senza mai rivendicare un’identità che non era la sua, anzi ricordando le proprie radici celtiche, ha sempre visto un parallelo fra la storia degli sradicati d’Europa e quella dei popoli nativi.
Quell’interesse costante lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, influenzando marcatamente anche la sua carriera musicale. Tornato in Inghilterra, nel 1981 fondò a Bradford i Southern Death Cult, diventati poi Death Cult e infine, nel gennaio del 1984, semplicemente The Cult. Già in quei primi pezzi, come Ghost Dance, Horse Nation e Moya, i riferimenti erano espliciti: il massacro di Wounded Knee, le deportazioni, le cerimonie. In Moya, ha spiegato, se la prendeva con l’indifferenza di un Occidente consumista davanti alle sofferenze dei popoli nativi. Il primo album dei Cult, Dreamtime, uscito proprio nel 1984, portava già nel titolo e in brani come Spiritwalker quello stesso immaginario.
Anni dopo Ian avrebbe continuato ad affrontare nei testi riferimenti a queste esperienze, cercando di trasmettere soprattutto quel messaggio di armonia con il mondo circostante che aveva imparato a conoscere dai nativi. Quell’incontro fortuito nella riserva delle Sei Nazioni aveva piantato un seme importante, destinato a crescere gradualmente nel tempo e a plasmare la sua visione artistica e personale.
Questa influenza divenne un tratto distintivo dei Cult, differenziandoli da altre band dell’epoca. Ian cercò sempre di integrare elementi spirituali e mistici anche nei loro concerti, creando un’atmosfera unica. La sua voce potente e carismatica dava vita a testi intrisi di riferimenti allo sciamanesimo. Nonostante il successo commerciale, rimase fedele a quella visione giovanile, continuando a studiare e approfondire negli anni l’universo e le tradizioni dei nativi americani. Ancora oggi, nelle interviste, invita ad ascoltare i popoli indigeni e la loro conoscenza della Terra invece di cercare soluzioni lontane dalla loro esperienza.
Il suo percorso ha preso anche strade inattese. Fra il 2002 e il 2007 Astbury ha prestato la voce ai Doors of the 21st Century, accanto a Ray Manzarek e Robby Krieger, raccogliendo l’eredità di un altro sciamano del rock, Jim Morrison. Oggi vive a Los Angeles.
Quell’incontro con i ragazzi e con l’anziano nella riserva aveva acceso in Ian una scintilla che non si sarebbe mai spenta. Attraverso il suo percorso in musica, Ian Astbury è diventato un ponte fondamentale tra culture, portando la saggezza e la spiritualità dei nativi americani nel mondo dell’hard rock.