Il caso Marilyn Manson e Columbine: quando i media attaccano

Ritratto di Marilyn MansonIl 20 aprile 1999 la strage alla Columbine High School sconvolse l’America nel profondo. Quel giorno due studenti, Eric Harris, 18 anni, e Dylan Klebold, 17, entrarono nella scuola di Littleton, in Colorado, armati di fucili, pistole e ordigni artigianali. Verso le undici e venti cominciarono a sparare su chiunque incontrassero. Le televisioni trasmisero l’assedio in diretta. Circa quarantacinque minuti dopo i due si tolsero la vita nella biblioteca della scuola. Avevano ucciso dodici studenti e un insegnante e ferito altre ventuno persone. L’attacco scatenò un dibattito nazionale sul possesso delle armi, che però non restò l’unico tema sul tavolo. In cerca di risposte, una parte dei media puntò il dito contro Marilyn Manson, accusandolo di aver ispirato i due ragazzi.

Nei giorni successivi uscirono titoli che descrivevano gli assassini come adoratori del cantante e sostenevano che durante l’attacco avessero indossato trucco e magliette di Manson. Nulla di tutto questo era vero. Harris e Klebold non erano suoi fan: ascoltavano i Rammstein e i KMFDM, due band che diffusero comunicati di cordoglio per le vittime, prendendo le distanze da qualsiasi legame con la strage. Manson ha poi spiegato che l’America profonda non aveva mai sentito nominare quei gruppi e che i media avevano scelto qualcosa che a loro sembrava simile. Con il suo aspetto, i suoi spettacoli provocatori e la fama conquistata con Antichrist Superstar e Mechanical Animals, era il bersaglio più comodo. Il concerto in programma pochi giorni dopo al Red Rocks Amphitheatre, in Colorado, fu cancellato.

Le conseguenze sulla sua carriera furono pesanti. Anni dopo Manson ha raccontato che Columbine gli aveva bloccato del tutto la carriera, al punto che perfino i casinò rifiutavano di ingaggiarlo. Davanti alle richieste di interviste, all’inizio scelse il silenzio: non voleva alimentare il circo che, a suo dire, aveva finito per mettere i due assassini sulla copertina di un celebre settimanale. Ruppe il silenzio con un lungo articolo intitolato Columbine: Whose Fault Is It?, in cui ricordò che i media, da Jesse James a Charles Manson, avevano sempre trasformato i criminali in eroi popolari e che quei due ragazzi erano solo gli ultimi di una lunga serie. Di quelle morti, sostenne, erano colpevoli in molti, a partire da una società che accetta che dei ragazzi possiedano armi e poi segue in diretta, minuto per minuto, quello che ne fanno. Sottolineò anche che i giornalisti più seri avevano già chiarito come i due non fossero suoi fan, anzi detestassero la sua musica.

Nel 2002 Manson tornò sull’argomento nel documentario di Michael Moore Bowling for Columbine. Osservò che in quegli stessi giorni il presidente faceva sganciare bombe oltreoceano, eppure nessuno si chiese se avesse esercitato su quei ragazzi un’influenza più grande di quella di un cantante rock. Accusò i media di vendere paura per spingere le persone a consumare. Alla domanda su cosa avrebbe detto agli studenti di Columbine, rispose che non avrebbe parlato affatto: li avrebbe ascoltati, cosa che nessuno aveva fatto. È probabilmente la replica più ricordata di tutta la vicenda.

Già nel 2000 Manson aveva pubblicato Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death), un disco che rifletteva sulla strage e sul culto della celebrità, arrivato al tredicesimo posto della classifica americana. Col tempo i riflettori si spostarono su altri bersagli e le accuse contro di lui si spensero per mancanza di fondamento. Questa vicenda ricorda quanto possa essere pericolosa una narrazione mediatica costruita in fretta. Nei momenti di crisi la tentazione di trovare un colpevole facile è forte, con conseguenze durature per chi viene accusato ingiustamente. Di fronte a tragedie complesse come quella di Columbine, servono un giornalismo responsabile e la pazienza di andare oltre le spiegazioni più comode.

Fonti: Metal Hammer (Louder, 2017); Louder (dichiarazioni di Marilyn Manson, 2015); Marilyn Manson, Columbine: Whose Fault Is It? (Rolling Stone, 1999); Bowling for Columbine (estratto su YouTube).

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