Livin’ on a Prayer, sognando Sciacca: il viaggio di Jon

Ritratto di Jon Bon Jovi davanti al mareAmedeo lo riconobbe subito. Lavorava nel ristorante di suo padre Tommaso Ardagna, il Miramare, in piazza Scandaliato, affacciato sul mare e sul porto di Sciacca. In sala era appena entrato un uomo che pochi giorni prima mezza Italia aveva visto sul palco del Teatro Ariston. Nessun ufficio stampa aveva annunciato quella tappa e nessuna telecamera seguiva l’ospite. Jon Bon Jovi era arrivato nella cittadina agrigentina per una ragione che con la promozione discografica non aveva niente da spartire.

Bisogna tornare al febbraio del 1996 per capire quanto fosse improbabile la scena. La quarantaseiesima edizione del Festival della canzone italiana andò in onda dal Teatro Ariston con Pippo Baudo alla direzione artistica e alla conduzione, affiancato da Sabrina Ferilli e Valeria Mazza. La lista degli ospiti internazionali di quell’anno resta impressionante ancora oggi: Bruce Springsteen, Tina Turner, Cher, Céline Dion, i Blur, i Cranberries, i Simply Red, i Take That, Michael Bolton, Kenny G, Alanis Morissette. Nella stessa vetrina si esibirono i Bon Jovi.

La scelta del brano dice molto di dove fosse la band in quel momento. All’Ariston i Bon Jovi non portarono un inno da stadio. Scelsero Lie to Me, uno dei pezzi più cupi di These Days, l’album uscito l’anno prima, da cui era stata estratta come singolo nel novembre del 1995. Era il disco in cui la band del New Jersey lasciava alle spalle l’ottimismo della stagione di Slippery When Wet per raccontare vite che non tornano, amori che si consumano, promesse che si scoprono false. In Europa ebbe più fortuna che negli Stati Uniti, con l’Italia tra i paesi più affezionati. Presentarsi al pubblico generalista del Festival con una canzone lenta, costruita su un crescendo che rifiuta la liberazione facile del chorus, fu una decisione coraggiosa. Chi si aspettava Livin’ on a Prayer rimase spiazzato. Finito il passaggio televisivo, Jon approfittò della sua presenza in Italia per scendere verso sud.

La ragione di quel viaggio va cercata negli archivi dell’agrigentino. Gli atti conservati all’Archivio di Stato di Agrigento, studiati da un genealogista, collocano la nascita del bisnonno di Jon, Giuseppe, a Cianciana, paese dell’entroterra. Il padre di Giuseppe, Luigi, nato nel 1830 e morto nel 1903, era un calzolaio di Sciacca e aveva sposato Antonina Baiamonte, originaria proprio di Cianciana. I fratelli di Luigi rimasero a Sciacca a fare lo stesso mestiere. Risalendo ancora si trovano un fornaio, Mastro Domenico, e prima di lui un mugnaio e panettiere. I Bongiovi di Cianciana lavorarono nelle solfare, il lavoro che per generazioni ha consumato uomini in quella provincia. Ecco perché nelle interviste Jon ha sempre indicato Sciacca. Il ceppo familiare è saccense, la nascita del bisnonno avvenne a pochi chilometri di distanza. Sono due dettagli che convivono senza contraddirsi, purché li si tenga distinti.

Giuseppe Bongiovi partì per l’America ancora giovanissimo e una volta arrivato trovò lavoro come barbiere. Faceva parte di quel movimento che tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento svuotò interi paesi del Mezzogiorno, con milioni di persone imbarcate verso gli Stati Uniti in cerca di un salario. Il mestiere di barbiere passò di padre in figlio: lo esercitava anche John Francis Bongiovi Sr., il padre del cantante, americano di nascita e con radici anche slovacche. Sua moglie Carol Sharkey aveva origini tedesche e russe e da ragazza aveva lavorato come cameriera nei Playboy Club. Il figlio John Francis Bongiovi Jr. nacque a Perth Amboy, nel New Jersey, il 2 marzo 1962. Nella sua infanzia la Sicilia esisteva soltanto come racconto. Il padre e il nonno erano entrambi nati negli Stati Uniti. Restava l’idea di un paese sul mare da cui era partito tutto.

Quel paese, nel 1996, Jon decise di andarlo a vedere. Sciacca lo accolse senza cerimoniali. Al Miramare pranzò come un cliente qualunque. Amedeo, il figlio di Tommaso Ardagna, si avvicinò e gli chiese se fosse davvero lui. Jon glielo confermò, si trattenne a tavola e alla fine accettò di farsi fotografare, con una cordialità che Amedeo ricorda ancora oggi emozionato. La voce si sparse con il passaparola e Jon finì per incrociare Giovanni Bongiovì, un uomo che portava il suo stesso cognome nella grafia rimasta in Sicilia. Qualche fotografia scattata in giro per la città documenta il passaggio della rockstar, testimonianza di una visita mai ufficializzata.

Di quel giorno Jon ha parlato molti anni dopo, nel 2021, ospite del podcast Life is Short di Justin Long. Alla domanda sul viaggio in Sicilia ha precisato che i luoghi in questione erano quelli dei bisnonni più che dei genitori, ha detto di essere stato a Sciacca e di avere incontrato lì qualcuno con il suo stesso cognome. Sulla comunicazione è stato onesto: le differenze linguistiche resero l’incontro complicato. Sul cibo si è mostrato entusiasta, perché a suo dire la cucina era ottima. Il tono con cui ha raccontato l’episodio, a venticinque anni di distanza, resta quello di chi conserva il ricordo di una giornata riuscita più che di una rivelazione mistica.

Vale la pena soffermarsi su questa sobrietà. Le storie di ritorno alle radici assumono spesso i toni di agnizioni improvvise, con il discendente che riconosce nel paesaggio qualcosa di ancestrale. Jon Bon Jovi non ha mai forzato quel registro. La sua famiglia è americana da generazioni, la Sicilia gli è arrivata come eredità orale e il viaggio del 1996 fu una curiosità soddisfatta senza clamore. Proprio questa misura rende l’episodio credibile.

Sciacca, dal canto suo, non ha mai smesso di rivendicarlo. Il 9 gennaio 2013 il sindaco Fabrizio Di Paola e l’assessore comunale al turismo Salvatore Monte trasmisero una lettera allo staff dell’artista, con l’invito a tornare per una visita ufficiale e la proposta di conferirgli la cittadinanza onoraria. Il testo parlava al suo cuore siciliano prima ancora che al musicista, riconosceva che la città non aveva mai valorizzato abbastanza quel legame e chiedeva di costruire insieme un progetto culturale per il territorio. L’iniziativa nacque un mese dopo una puntata del David Letterman Show in cui Jon aveva parlato delle proprie origini saccensi. Ancora nel 2024 la stampa locale si augurava di rivederlo in città.

Sciacca non è un caso isolato. La cittadina termale ha dato agli Stati Uniti una quantità sorprendente di discendenti illustri, dallo scienziato Anthony Fauci alla famiglia di Mike Piazza, leggenda del baseball. Sono tutte storie nate dallo stesso esodo, quello che tra il 1880 e il 1920 portò oltre quattro milioni di italiani del Sud oltreoceano. Famiglie che nel bagaglio avevano poco e che trasmisero ai figli un’idea di provenienza destinata a sopravvivere alla lingua.

Chi ascolta i Bon Jovi soltanto attraverso le hit degli anni Ottanta fatica a vedere il filo. Eppure quella cultura del lavoro operaio, del riscatto conquistato con la fatica, dell’identità legata a un luogo preciso, attraversa la produzione della band. Livin’ on a Prayer mette in scena due ragazzi che tengono duro con lo stipendio di tutti i giorni, lontani da qualsiasi favola di successo. Tommy che lavora al porto finché il sindacato non entra in sciopero, Gina che serve ai tavoli, la promessa di resistere restando uniti: la geografia è il New Jersey degli anni Ottanta, l’impianto emotivo viene da molto più lontano. Sopra il talk box di Richie Sambora che apre il pezzo, Tico Torres scandisce il tempo con un beat asciutto, senza fronzoli, tutto al servizio della canzone. Da qualche parte, in fondo a quella storia, c’è un barbiere siciliano sbarcato con una valigia.

Trent’anni dopo quel pranzo, Sciacca continua a raccontare la giornata in cui una rockstar americana entrò al Miramare e si sedette a tavola. Chi volesse capire da dove viene quella storia, e i milioni di storie parallele che l’hanno preceduta, farebbe bene a passare da L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi di Gian Antonio Stella. È un libro che ricostruisce l’emigrazione italiana senza retorica e spiega, meglio di qualsiasi biografia rock, cosa significasse davvero imbarcarsi da un porto siciliano con l’idea di non tornare più.

Fonti: Sicilia L’Identità (testimonianza di Amedeo Ardagna); Rivista Zoom (ricerca genealogica sull’Archivio di Stato di Agrigento); Corriere di Sciacca e la Repubblica Palermo (lettera del 9 gennaio 2013); Jon Bon Jovi a Life is Short with Justin Long (2021); Recensiamo Musica (Sanremo 1996); Bon Jovi, Lie to Me a Sanremo 1996 (YouTube).

2 thoughts on “Livin’ on a Prayer, sognando Sciacca: il viaggio di Jon”

  1. Francesco Crivelli scrive:

    Bellissimo articolo! Piu lunghi la prossima volta…! Avrei letto una roba cosi per ore per quanto è bella

  2. Hardigor scrive:

    Ciao Francesco! Sono molto contento che ti piaccia! A presto e buon weekend! Hardigor

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