Da Stoccolma a West Hollywood: il segreto dei Le Baron Boys

Il Whisky a Go Go di West HollywoodEra una sera di settembre del 1989 e le luci di West Hollywood dipingevano di rosa e blu le facciate anonime degli edifici lungo il boulevard più famoso del rock mondiale. Il caldo estivo avvolgeva ancora le strade nonostante l’ora tarda e i frequentatori abituali dei club più celebri si preparavano per un’altra notte di musica e trasgressione. Al tempio leggendario dove avevano calcato le scene band come The Doors e i Led Zeppelin, il Whisky a Go Go, quella sera era annunciato un gruppo dall’identità enigmatica: Le Baron Boys.

Nessuno conosceva la loro storia. Il cartellone fuori dal locale non forniva indizi e il nome stesso suonava più come una provocazione che come una formazione vera. C’era comunque qualcosa nell’atmosfera quella sera, un’energia particolare che solo i veterani del rock hollywoodiano sapevano riconoscere. Quando si profilava un evento speciale, quando un gruppo importante decideva di fare una sortita clandestina nei santuari storici del boulevard, la notizia circolava sussurrata tra gli addetti ai lavori.

Gli habitué del tempio musicale erano abituati a sorprese. Lo Strip del 1989 rappresentava l’apice della sua età dell’oro, definita da Vince Neil dei Mötley Crüe come un pozzo nero di depravazione. Era l’epoca in cui, secondo Bret Michaels dei Poison, bisognava essere in grado di dare il 1000% e non il 100%. Le formazioni arrivavano da ogni angolo d’America per conquistare quel miglio e mezzo di asfalto che definiva un’intera generazione musicale.

Questi enigmatici nuovi arrivati erano diversi. Quando salirono sul piccolo palco quella sera del 17 settembre, c’era qualcosa di familiare nei loro volti anche se celati dietro pseudonimi e un’aura di segretezza. Il frontman possedeva una presenza scenica magnetica, l’axeman eseguiva riff che risuonavano già noti e quando attaccarono Ready or Not, il brano d’apertura, alcuni spettatori iniziarono a scambiarsi sguardi complici.

La scaletta si rivelò un viaggio attraverso composizioni inedite e classici riarrangiati in modo sorprendente. Yesterday’s News e Let the Good Times Rock esplosero nel club con una potenza che superava le capacità acustiche della venue. Quando eseguirono Superstitious con un inserto di No Woman, No Cry di Bob Marley l’atmosfera divenne incandescente. Era evidente che non si trattava di una formazione qualunque che tentava l’assalto alla giungla competitiva di Hollywood.

Il momento culminante arrivò con Bad Blood, una composizione che nessuno aveva mai sentito prima. Era la sua anteprima mondiale e l’energia sprigionata nel suonarla rivelava che si trattava di qualcosa di straordinario. Il frontman avrebbe ricordato in seguito che il materiale era più spontaneo e grezzo rispetto ai loro lavori precedenti. Il pubblico della venue, composto principalmente da musicisti e addetti ai lavori che avevano sentito tutto, accolse le canzoni nuove sorprendentemente bene.

C’era anche una presenza europea quella sera nel tempio musicale. Un giornalista svedese, Anders Tengner della rivista OKEJ, aveva affrontato quasi ventiquattro ore di viaggio da Stoccolma via New York per presenziare allo spettacolo. Aveva fiutato qualcosa, intuito che dietro la denominazione si nascondesse qualcosa di rilevante per la scena rock scandinava. Quando acquistò la sua birra ghiacciata pochi minuti prima dell’inizio del concerto, non immaginava di essere sul punto di assistere a un momento storico.

I musicisti non utilizzavano nemmeno la loro strumentazione abituale, era tutto in prestito, improvvisato, come se stessero davvero cercando di preservare l’anonimato ad ogni costo. Il bassista spiegò dopo l’esibizione che erano stati sulla costa occidentale per diverse settimane, avevano composto brani e provato, poi era sorta la voglia di uscire e suonare dal vivo. Aggiunse che si trattava solo di un divertimento, tanto che non usavano nemmeno la loro attrezzatura.

Durante il guitar solo a metà concerto, quando le luci si attenuarono e il chitarrista si lanciò in un assolo che fece vibrare le pareti del locale, molti iniziarono a comprendere. Non erano una formazione locale che tentava la fortuna. Non erano nemmeno americani, nonostante la padronanza perfetta dell’inglese e la conoscenza intima della tradizione rock statunitense.

Little Bit of Lovin’ e Cherokee continuarono a costruire la tensione, mentre Wild Child scatenò una reazione entusiasta del pubblico. Quando arrivarono a Rock the Night, ormai anche i più distratti avevano capito di essere davanti a qualcosa di sensazionale.

Il bis rappresentò la conferma definitiva. The Final Countdown esplose dal palco con una potenza che pochi brani potevano eguagliare. Furono però le cover scelte per chiudere la serata a svelare completamente l’identità degli enigmatici performer: A Hard Day’s Night dei Beatles e Hound Dog, il classico reso celebre da Elvis Presley. Solo artisti di primo piano potevano permettersi di concludere un’esibizione clandestina con due dei brani più iconici della storia musicale.

La denominazione aveva un significato preciso, come avrebbe scoperto chi si fosse preso la briga di indagare. L’axeman spiegò che si erano chiamati così perché la Chrysler li aveva sponsorizzati con le loro vetture più economiche durante quel periodo. Quelle stesse automobili che ogni mattina trasportavano i cinque artisti dai loro alloggi in un complesso residenziale di San Francisco verso la sala prove, un magazzino della città.

Perché questi enigmatici musicisti nordici si trovavano sulla costa occidentale in quel periodo? La storia iniziava mesi prima, nella primavera del 1989. Dopo aver concluso una tournée europea a Bruxelles ad aprile, avevano deciso di trasferirsi oltreoceano per scrivere e registrare nuovo materiale. Era la prima volta nella loro carriera che lavoravano completamente negli Stati Uniti, immergendosi totalmente nella cultura rock americana.

Avevano stabilito la loro base operativa nel nord della California, affittando alloggi nello stesso complesso residenziale. Ogni membro possedeva il proprio spazio privato ma la prossimità facilitava la collaborazione quotidiana. Era un esperimento sociale oltre che artistico: cinque artisti del nord Europa che tentavano di assorbire l’essenza del rock americano vivendolo dall’interno.

Il processo creativo era completamente diverso dal loro metodo abituale. Il frontman raccontò che avevano discusso e deciso che tutti gli altri componenti della formazione sarebbero stati più coinvolti nella composizione. Il bassista spiegò la trasformazione: precedentemente Joey inviava loro demo e poi si incontravano per provarle mentre ora che condividevano la quotidianità e si recavano negli studi ogni giorno con la mentalità di creare canzoni, si era generata una dinamica diversa.

Il tastierista aveva finalmente iniziato a dare forma concreta al suo materiale. Il vocalist rifletteva che Mic era sempre stato molto musicale e creativo ma sulla costa occidentale aveva iniziato a concretizzare le sue idee. Li accoglieva con entusiasmo, riteneva fosse fantastico. Si conoscevano così bene che era naturale assemblare il materiale collettivamente.

Questa immersione totale nella scena aveva portato il gruppo a frequentare regolarmente i club del boulevard. Avevano vissuto in prima persona l’epoca d’oro di quella strada leggendaria, quando secondo Bret Michaels bisognava essere pronti a dare il 1000% per sopravvivere nella competizione più feroce del mondo del rock. Il boulevard del 1989 era ancora quello che Vince Neil aveva definito un pozzo nero di depravazione dove ragazzi dai capelli voluminosi e le ragazze che li amavano trasformavano la strada nel loro parco giochi personale.

L’esibizione sotto il nome fittizio aveva però un significato che trascendeva il semplice test del nuovo materiale. Era necessario per motivi legali: non possedevano permessi di lavoro per esibirsi ufficialmente negli Stati Uniti. L’axeman avrebbe spiegato che in quel momento avrebbero probabilmente potuto riempire un’arena come l’Irvine Meadows ma volevano realizzare un concerto riservato. Era la scelta giusta ed era un’opportunità perfetta per testare come sarebbero state recepite le nuove composizioni. La denominazione fittizia permetteva loro di aggirare le restrizioni burocratiche preservando l’anonimato.

Quella sera nel tempio musicale, il cronista svedese Anders Tengner si trovava di fronte a una rivelazione. Scrisse nella sua cronaca che dopo aver viaggiato per quasi ventiquattro ore, aveva persino il tempo di acquistare una birra ghiacciata, definendolo un tempismo perfetto. Stava assistendo alla trasformazione di una delle formazioni più famose del suo paese. Gli artisti che aveva seguito per anni in Svezia stavano dimostrando di poter conquistare anche il santuario del rock americano, eseguendo materiale inedito che prometteva di essere all’altezza dei loro più grandi successi.

Il concerto si concluse tra gli applausi di un pubblico che aveva assistito a qualcosa di unico. Gli esecutori lasciarono il palco sapendo di aver superato un test cruciale. Il cronista presente osservò che le persone che pensavano che gli Europe stessero calando di popolarità dovevano ricredersi, perché le nuove composizioni erano di alto calibro.

Nei mesi successivi, il progetto sulla costa occidentale sarebbe continuato. Nella primavera del 1990, la formazione si trasferì a Los Angeles, dove rimase negli appartamenti di North Fuller Avenue. Le registrazioni ufficiali iniziarono nell’autunno del 1990 presso gli Enterprise Studios, con la produzione affidata a Beau Hill. Il frontman ricordò che Beau si era avvicinato a lui dopo l’esibizione nel settembre 1989 e aveva manifestato il suo desiderio di collaborare con la band.

Il produttore portò al progetto la sua esperienza nel rock commerciale. Aveva realizzato album multimilionari e singoli di successo per alcune delle formazioni più importanti del genere. La sua comprensione della prospettiva del musicista, derivata dalla sua esperienza come cantante e compositore con le sue band, lo rendeva il candidato ideale per guidare questi enigmatici artisti nordici.

L’album che nacque da questa collaborazione, Prisoners in Paradise, rifletteva profondamente l’esperienza sulla costa occidentale. L’axeman ricordò che fu un grande periodo di registrazione a Los Angeles con il produttore e sentiva che avevano materiale con un carattere più incisivo, più in linea con quello che stava accadendo musicalmente nel rock ‘n’ roll in quel momento.

Tuttavia, la pressione dell’industria discografica si fece sentire durante il processo. Lo stesso axeman spiegò che sfortunatamente le case discografiche non ragionavano in quel modo. Dopo che quattro dirigenti della Epic avevano visitato lo studio per ascoltare le composizioni che avevano registrato, respinsero l’album, ordinando loro di scrivere più ballate. Le etichette si affidavano pesantemente alle statistiche e sapevano che il brano più grande in classifica per loro negli Stati Uniti era Carrie da The Final Countdown.

Durante questo periodo, la formazione visse un’esperienza autentica della vita rock hollywoodiana. Il frontman raccontò che alloggiavano agli appartamenti Oakwood registrando l’album Prisoners in Paradise, era l’inizio degli anni ’90 ed era lì che Kurt Cobain presumibilmente scrisse who the fuck is Joey Tempest sul muro. Fu lì che acquistò un piccolo scooter giallo da una signora anziana attraverso un annuncio su un quotidiano di Los Angeles per 50 dollari. Era stanco di condividere un’auto con il resto del gruppo. Lo utilizzava per raggiungere lo studio ogni giorno, si muoveva molto lentamente, era uno di quegli scooter con i pedali. Lo parcheggiava accanto alle imponenti Harley delle altre formazioni che registravano nello stesso periodo. Faceva ridere molti e probabilmente aveva irritato qualcuno.

Il titolo stesso Prisoners in Paradise derivò da un commento del loro manager durante una delle fasi del progetto. Herbie Herbert, accompagnandoli avanti e indietro dalle isole Turks e Caicos, dove la band risiedeva per ragioni fiscali, disse loro che sembravano prigionieri in paradiso.

Quella sera di settembre nel tempio musicale, niente di tutto questo era ancora chiaro. C’erano solo cinque artisti enigmatici che si facevano chiamare con un nome fittizio, due Chrysler parcheggiate fuori dal club e la sensazione elettrizzante che stesse accadendo qualcosa di importante nella storia del rock.

Quando le ultime note di Hound Dog si spensero nel silenzio del venue e la band salutò per l’ultima volta il pubblico di West Hollywood, pochi sapevano di aver assistito a un momento cruciale nella carriera di una delle formazioni rock più importanti della Scandinavia e del mondo. Quegli enigmatici artisti del nord Europa erano gli Europe e quella sera avevano dimostrato che il loro viaggio nell’America del rock era appena iniziato.

Racconto basato su interviste e documentazione d’epoca.

Fonti: Anders Tengner, OKEJ n. 24, 1989 (traduzione su wingsoftomorrow.com); Sweden Rock Magazine n. 8, 2021 (storia di Prisoners in Paradise, traduzione su wingsoftomorrow.com); Classic Rock (Louder, i ricordi di Joey Tempest); Vinyl Writer Music (intervista a Kee Marcello); Rolling Stone (cronologia del Sunset Strip anni Ottanta); setlist.fm; YouTube (Wild Child dal vivo al Whisky a Go Go, 17 settembre 1989).

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