Scott Weiland: la voce che cantava per non urlare

Ritratto ad acquerello di Scott WeilandC’era una volta un ragazzino di dodici anni che ogni mattina saliva sull’autobus per andare a scuola a Bainbridge Township, tranquillo comune del nord-est dell’Ohio. Sullo stesso autobus viaggiava ogni giorno un ragazzo dell’ultimo anno di liceo, grande e muscoloso, imponente come solo i liceali possono apparire agli occhi di un dodicenne. Un giorno quel ragazzo lo invitò a casa sua. Quello che accadde quel pomeriggio avrebbe segnato per sempre la vita di Scott Weiland.

Nella sua autobiografia Not Dead & Not for Sale, uscita nel maggio 2011, Scott raccontò che quel ragazzo lo violentò. L’episodio fu rapido e lo lasciò terrorizzato. Il suo aggressore lo minacciò: se ne avesse parlato con qualcuno, gli avrebbe rovinato la reputazione e in quella scuola non avrebbe più avuto un solo amico. Così quel bambino custodì il segreto, portandolo con sé mentre cresceva, mentre diventava una stella del rock, mentre conquistava il mondo con la sua voce potente e magnetica. Il trauma rimase sepolto nelle profondità della sua psiche come una bomba a orologeria, pronta a esplodere in modi che lui stesso non avrebbe potuto immaginare. I segreti, però, hanno il potere di corrodere l’anima dall’interno.

Per molti anni quel ricordo restò rimosso. Scott scrisse di averlo cancellato dalla memoria fino a pochi anni prima della pubblicazione del libro, quando, durante uno dei suoi ricoveri in riabilitazione, tutto gli tornò addosso in una volta sola. Commentò che la terapia produce proprio questo effetto. Fu come se all’improvviso molti pezzi del puzzle di una vita tormentata trovassero il loro posto. L’autodistruzione, la ricerca compulsiva di sostanze che lo aiutassero a non sentire, la fatica di costruire relazioni stabili acquistarono un senso crudele e doloroso, finalmente definito. Dietro l’immagine della rockstar viziata incapace di reggere la fama c’era un uomo che cercava disperatamente di fuggire da un dolore profondo, mai elaborato.

Solo a 34 anni Scott ricevette la diagnosi che spiegava molte delle sue oscillazioni emotive estreme: disturbo bipolare. Conoscere il nome del proprio demone non significò però riuscire a domarlo. La malattia lo trascinò su una montagna russa che alternava fasi maniacali di grande energia creativa a depressioni devastanti.

Il 18 novembre 2015, appena due settimane prima di morire, in un’intervista concessa per presentare un concerto al Roxy Theatre, Scott spiegò come il disturbo incidesse sul suo lavoro. Nelle fasi maniacali, disse, poteva scrivere tre o quattro canzoni in una notte nel suo studio, per poi registrarle e produrle. Nei periodi depressivi, invece, l’unica cosa che desiderava era stendersi sul divano davanti alla televisione. Aggiunse di essere in cura con farmaci che mantenevano le cose in equilibrio. La malattia fu insieme benedizione e maledizione: gli regalò una creatività fuori dal comune, a un prezzo che spesso si rivelò insostenibile.

La fotografa Jamie Wachtel, che Scott aveva sposato il 22 giugno 2013 nella loro casa di Los Angeles, fu testimone diretta di quanto quella condizione potesse essere devastante. Dopo la sua morte ricordò i giorni in cui lui restava sul divano con un drink, fumando e guardando programmi televisivi senza alcun senso. Riferì di aver cominciato a vedere in lui la paranoia e alcuni tratti del disturbo bipolare. A un certo punto la situazione diventò così grave che lei dovette andarsene di casa, perché Scott era troppo instabile.

Ci furono anche problemi con l’antipsicotico Geodon. La dose era troppo alta e gli effetti collaterali erano così pesanti che Jamie arrivò a temere una forma di Parkinson a insorgenza rapida. Una volta corretto il dosaggio, raccontò, la differenza fu come quella tra il giorno e la notte. Ricordò inoltre che Scott aveva trovato un farmaco efficace e che lo abbandonò dopo essere ingrassato di circa diciotto chili. Per chi convive con una malattia simile, la ricerca della cura giusta può trasformarsi in un percorso lungo e logorante, fatto di tentativi, aggiustamenti e ricadute.

Nel maggio 1995, appena due giorni dopo essere uscito da un centro di riabilitazione, Scott fu arrestato dalla polizia di Pasadena: nella sua auto vennero trovate due dosi di crack, nel portafoglio una bustina di eroina. Dopo l’arresto si rifugiò in uno dei luoghi più iconici e maledetti di Los Angeles, il Chateau Marmont. Nato nel 1929 come palazzo di appartamenti e trasformato in hotel all’inizio degli anni Trenta, il Marmont era da decenni il nascondiglio prediletto delle star che volevano sparire dalla circolazione. La sua discrezione era così celebre che Harry Cohn, fondatore della Columbia Pictures, consigliava ai suoi attori di cacciarsi nei guai proprio lì. Nel 1982, nel bungalow 3, vi era morto per overdose John Belushi.

Nell’autobiografia Scott raccontò che al Marmont si imbatté in Courtney Love, un’altra delle migliori clienti del suo spacciatore. Era insieme alla fotografa Amanda de Cadenet e, come volle il destino, la loro stanza si trovava proprio accanto alla sua. Quella sera Scott e Courtney si drogarono insieme, mentre lei e Amanda si vestivano per andare a cena a casa di Jack Nicholson. Ci fu qualcosa di incredibilmente cinematografico in quella scena: due delle figure più controverse del rock degli anni Novanta che si stordivano in una stanza d’albergo, mentre una delle due si preparava a sedersi alla tavola di una leggenda di Hollywood.

Scott precisò che tra lui e Courtney non ci fu mai una storia d’amore, anche se all’inizio furono piuttosto vicini. Fu il legame di due persone che condividevano una conoscenza intima del dolore e dell’autodistruzione. In un’intervista del 1998 ricordò che restarono così per circa due settimane, facendo largo uso di droghe, finché lui decise di entrare in disintossicazione. Per quei giorni il Chateau Marmont diventò il loro rifugio, un luogo senza giudizi né pressioni, dove essere semplicemente due persone perse alla ricerca dell’assenza del dolore, almeno per un po’.

In quel periodo Scott scrisse una breve lettera di scuse ai fan, in cui ammetteva di avere una malattia e di desiderare disperatamente di guarire. Courtney la lesse in diretta sulle frequenze della radio KROQ, trasformando un momento di vulnerabilità personale in uno spettacolo. Anche nei loro momenti più intimi, nessuno dei due riusciva a sottrarsi al teatro della propria vita pubblica.

La dipendenza era cominciata presto. A sedici anni, dopo che i genitori gli avevano trovato della cocaina in camera, Scott entrò per la prima volta in un centro di riabilitazione. L’incontro con l’eroina arrivò nel 1993 al Royalton Hotel di New York, durante un tour degli Stone Temple Pilots. Nell’autobiografia descrisse quel primo contatto con gli oppiacei in termini quasi romantici: la sostanza lo aveva portato dove aveva sempre sognato di andare, in un luogo in cui si sentiva imperturbato e senza paura. Ai tempi del doppio album solista Happy in Galoshes raccontò che da giovane aveva come idoli Charlie Parker, Sid Vicious e perfino Perry Farrell, che allora non era ancora una star. Era convinto che la loro creatività nascesse dall’eroina. Non aveva mai pianificato di diventare un tossicodipendente, eppure ricordava che la prima volta che si era infilato un ago nel braccio qualcosa si era sollevato dal profondo dell’anima per dirgli che aveva appena preso una decisione importante per la sua carriera.

In quello stato alterato trovò finalmente un posto sicuro, un riparo dal trauma dell’infanzia e dalle oscillazioni dell’umore. Scrisse di aver sempre associato l’eroina al romanticismo, al glamour, al pericolo e agli eccessi del rock ‘n’ roll. Quello che era nato come una via di fuga, però, si trasformò presto in una prigione.

Scott ebbe una consapevolezza lucida e crudele della propria condizione. Si definì un tossicodipendente tenace, uno che mollava e ricominciava, che metteva via la droga e poi la riprendeva in mano. Si descrisse però anche come un tenace inseguitore della guarigione, uno che non aveva mai rinunciato a provare a smettere. Questo, aggiunse, doveva pur contare qualcosa.

Gli ultimi mesi furono un calvario di sofferenza fisica e mentale. Scott scoprì che sia la madre sia il padre biologico erano malati di cancro, mentre sulle sue spalle gravava ancora la morte del fratello Michael, scomparso nel 2007 per una cardiomiopatia. A tutto questo si sommavano i problemi economici, con debiti fiscali per più di 147.000 dollari, oltre a un rapporto sempre più distante con i figli Noah e Lucy, nati dal matrimonio con Mary Forsberg. Il peso di tanto dolore diventò insostenibile.

Il 30 marzo 2015, alla vigilia dell’uscita di Blaster, era morto anche Jeremy Brown, chitarrista dei Wildabouts e amico fraterno di Scott, ucciso da un’intossicazione da più sostanze. Al suo posto arrivò l’australiano Nick Maybury, che in seguito ricordò di aver visto Scott scoppiare a piangere per strada prima di una prova a San Diego, affranto per la malattia della madre. I compagni di band gli fecero cerchio intorno per consolarlo, ripetendogli che sarebbe andato tutto bene.

Jamie vide il marito per l’ultima volta il giorno del Ringraziamento. Confidò che forse sapeva già che non l’avrebbe più rivisto, che non riuscivano a staccarsi l’uno dall’altra e che quel momento ebbe un’intensità fortissima.

La sera del 3 dicembre 2015 Scott fu trovato senza vita sul suo tour bus, parcheggiato davanti a un hotel di Bloomington, nel Minnesota, a due passi dal Mall of America. Aveva 48 anni. Il medico legale della contea di Hennepin stabilì che la morte era stata accidentale, causata da un mix di cocaina, alcol e MDA, con il concorso di una malattia cardiovascolare, dell’asma e della dipendenza cronica. Nel 2024 Jamie contestò la parola overdose, sostenendo che a ucciderlo fosse stata soprattutto un’arteria coronarica quasi del tutto ostruita. Quel finale divenne il simbolo di una vita intera, sospesa tra la bellezza e l’autodistruzione.

Con gli Stone Temple Pilots e con i Velvet Revolver, gruppi con cui ha venduto oltre 40 milioni di dischi, Scott vinse due Grammy per la miglior performance hard rock, nel 1994 con Plush e nel 2005 con Slither. La sua vera eredità, però, va oltre i numeri e i riconoscimenti. La sua fu la storia di un uomo che trasformò il dolore in arte e che seppe trovare la bellezza anche nei momenti più bui.

Scott Weiland fu un uomo dai colori vividi e contrastanti, incapace di accontentarsi delle mezze tinte della vita. Visse agli estremi, lontano dalla mediocrità, sempre in cerca di qualcosa che lo facesse sentire davvero vivo. Il trauma dell’infanzia, il disturbo bipolare, la dipendenza si intrecciarono in una danza mortale che produsse musica indimenticabile e distrusse l’uomo che la creava.

La sua storia insegna che dietro ogni grande artista c’è spesso un essere umano che soffre, lotta e cerca disperatamente un senso nel caos della propria esistenza. Scott Weiland è stato molte cose: un cantante straordinario, un performer magnetico, un uomo profondamente ferito. Soprattutto, è stato umano nella sua fragilità, nella sua vulnerabilità, nella sua eterna ricerca di redenzione.

La sua voce continua a vivere nei brani che ci ha lasciato e porta con sé l’eco del dolore e della bellezza che hanno attraversato la sua esistenza. In un mondo che spesso giudica gli artisti per le loro debolezze, Scott Weiland ci ricorda che a volte sono proprio quelle fragilità a renderli immortali.

Fonti: Spin; Metal Insider; Simon & Schuster; NME; Blabbermouth; Alternative Press; Louder; Loudwire; Diffuser; Buzzbands.la; CBS News; Fox News; PBS NewsHour; UPI; The Fix; New York Daily News; Lakeview Health; West Hollywood History; Music Business Worldwide; Grammy Museum; Fox 8; WYSO; Metal Injection; Gulf News

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