Quando pensiamo a Freddie Mercury, vediamo subito quelle immagini iconiche: il frontman dei Queen che domina il palco di Wembley, con quel suo inconfondibile baffo e la voce che attraversa le generazioni. Eppure esiste un lato di Farrokh Bulsara, questo era il suo vero nome, che molti non conoscono: la sua profonda passione per il disegno e le arti visive. La storia inizia molto prima che Freddie diventasse una leggenda del rock. Nato a Stone Town, nell’isola di Zanzibar, il 5 settembre 1946, il futuro mostro sacro del rock mise in evidenza sin da bambino un talento naturale per l’arte. A soli otto anni i genitori lo mandarono in collegio alla St. Peter’s School di Panchgani, in India, dove il piccolo Farrokh cominciò a coltivare le sue capacità artistiche.
I compagni di scuola lo descrivono come un ragazzo timido e riservato, felice soprattutto quando sedeva al pianoforte o dipingeva. Era bravissimo in arte, tanto da essere il prediletto dell’insegnante della materia, mentre intorno ai dodici anni entrò come cantante e pianista nei The Hectics, la band del collegio. Già allora esisteva quella creatività visionaria che caratterizzò tutta la sua carriera, divisa fin dall’inizio fra la musica e le immagini.
Trasferitosi in Inghilterra con la famiglia, nel settembre 1964 si iscrisse a un corso biennale di preparazione artistica all’Isleworth Polytechnic, nella zona ovest di Londra, per conquistare l’A-level necessario all’ammissione in una scuola d’arte. Proseguì poi all’Ealing Art College, dove studiò grafica e nel 1969 ottenne il diploma in arte e graphic design. Il compagno di corso John Gotting descrisse il suo modo di illustrare come fiorito e già molto simile all’estetica che avrebbero avuto i Queen, tanto da ricordargli un po’ Aubrey Beardsley, l’illustratore dell’estetismo vittoriano. Fra i lavori di quegli anni spicca una serie di cinque illustrazioni a matita e acquerello, realizzate intorno al 1968 per un compito del college, che reinterpretava Le mille e una notte come la pubblicità di un sapone.
Quello che rende affascinante questa passione è come Freddie la conservò anche negli anni del grande successo. I gatti, naturalmente, occupavano un posto speciale. Chiunque conosca un po’ la biografia di Mercury sa del suo amore sviscerato per i felini: Tom, Jerry, Oscar, Tiffany, Delilah, Goliath, Miko, Romeo e Lily erano i suoi compagni di vita. Nel 1985 dedicò a Jerry, Tom, Oscar e Tiffany l’album solista Mr. Bad Guy, mentre Delilah, la sua preferita, divenne anche un soggetto artistico. Peter Freestone, suo assistente personale, ha ricordato i tentativi frustrati di Freddie di ritrarla ad acquerello, resi quasi impossibili da una gatta che non voleva saperne di stare ferma.
Non pensate però che fosse solo un hobby. Freddie stesso ha spiegato che la scuola d’arte insegna a essere più attenti alla moda e a stare sempre un passo avanti. L’idea dei Queen, aggiunse, era apparire regali e maestosi. L’arte visiva di Freddie era profondamente connessa alla sua musica, come dimostra lo stemma dei Queen. Lo disegnò lui intorno al 1972, a china su carta da lucido: al centro una corona dentro una Q, in cima una fenice, intorno le creature dei segni zodiacali dei quattro membri, cioè due leoni per il Leone di John Deacon e Roger Taylor, un granchio per il Cancro di Brian May e due fate per la Vergine dello stesso Freddie. Comparso sul retro di copertina dell’album d’esordio, da cinquant’anni lo stemma resta al centro dell’iconografia della band. Allo stesso periodo risale un piccolo disegno a china che ritrae i quattro Queen in costumi da cavalieri del Seicento, uno dei quali seduto con un liuto, accompagnati da due cani e dalla scritta “Dearie Me”, espressione cara al produttore Roy Thomas Baker che per breve tempo venne considerata come titolo del primo album. Con ogni probabilità si trattava di un’idea per la copertina.
Dal punto di vista tecnico, i lavori arrivati fino a noi alternano matita, acquerello e soprattutto china. Le linee sono fluide, quasi musicali, mentre nelle composizioni affiora sempre qualcosa di teatrale, un riflesso della sua personalità scenica.
Freddie non abbandonò la matita nemmeno negli ultimi anni. Tra il 1990 e il 1991 riempì alcune pagine di un album da disegno rivestito di stoffa con nove disegni a china, in gran parte studi degli oggetti raccolti nella Japanese Room di Garden Lodge, la sua casa londinese: un vaso, un posacenere giapponese, alcune lampade, un gatto e un piede con il sandalo, firmato con le iniziali FM. Il resto dell’album è rimasto bianco. Viene da pensare che, nel periodo più difficile della sua vita, segnato dalla malattia, il disegno sia stato anche un rifugio silenzioso, capace di raccontare una storia parallela a quella della sua musica.
Innuendo, uscito nel 1991 e ultimo album dei Queen pubblicato con Freddie ancora in vita, contiene proprio Delilah, la canzone dedicata alla sua gatta. Quella ricerca di bellezza anche nel dolore, quella capacità di trasformare la sofferenza in arte, si ritrova nelle note di quel disco come nei tratti di quelle ultime pagine.
Per oltre trent’anni molti di questi fogli rimasero a Garden Lodge, custoditi da Mary Austin, l’amica di una vita a cui Freddie lasciò la casa con tutto il suo contenuto. Nel 2023 Austin affidò la collezione a Sotheby’s: circa 1.500 oggetti, esposti a Londra dal 4 agosto al 5 settembre nella mostra “Freddie Mercury: A World of His Own” e venduti in sei aste che hanno incassato quasi 40 milioni di sterline. Fra i lotti figuravano i disegni preparatori dello stemma, il ritratto dei Queen in abiti seicenteschi, le illustrazioni di Ealing e l’album da disegno degli ultimi anni. Austin annunciò che parte del ricavato sarebbe andata al Mercury Phoenix Trust e alla Elton John AIDS Foundation. Oggi quei disegni sono passati a nuovi proprietari, mentre i diritti di riproduzione restano a Queen Productions.
L’influenza di Freddie va oltre i singoli disegni. La sua idea di spettacolo totale, in cui musica, immagine e costume si fondono, ispirò generazioni di musicisti a esplorare la creatività in tutte le sue forme. Lady Gaga ha preso il proprio nome d’arte da Radio Ga Ga e ha raccontato di aver adorato Freddie, descrivendolo come una delle più grandi personalità della musica pop, un performer straordinario e un uomo di teatro capace di trasformarsi in continuazione.
Conoscere il Freddie artista ci aiuta a capire meglio il Freddie musicista. Quella precisione nel dettaglio che metteva nei suoi disegni la ritroviamo negli arrangiamenti di Bohemian Rhapsody, così come la sua sensibilità per i colori e le forme diventa la capacità di creare atmosfere sonore uniche.
Freddie Mercury fu un creatore completo, cantante e artista visivo insieme, qualcuno che vedeva l’arte come un linguaggio universale capace di toccare l’anima delle persone. Che fosse attraverso una nota acuta che spaccava il silenzio di uno stadio o attraverso il tratto delicato di una matita su carta, sapeva sempre come arrivare dritto al cuore.
La prossima volta che ascolterete We Are the Champions o Love of My Life, provate a immaginare quelle stesse mani che reggevano il microfono mentre accarezzavano un foglio bianco, dando vita a piccoli capolavori che raccontano l’altra faccia di una leggenda immortale. Perché in fondo questo è il bello dell’arte: non ha confini, non conosce generi musicali o stili pittorici. È semplicemente l’espressione pura di un’anima che ha qualcosa da dire al mondo. Freddie Mercury, che lo facesse cantando o disegnando, ebbe sempre tantissimo da dire.
Fonti: Sotheby’s; Mark Blake; Scroll.in; Homegrown; Hindustan Times; Artbiogs; Britannica; Londonist; Galerie Magazine; Ultimate Classic Rock; uDiscover Music; American Songwriter; Bustle; Dangerous Minds; NBC News; The Art Newspaper




