Rainbow in the Dark: il capolavoro che Ronnie James Dio odiava
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Immaginate per un momento di essere nel 1983, all’interno di uno studio di registrazione di Los Angeles. Avete appena finito di comporre quello che diventerà uno dei brani più riconoscibili della storia dell’heavy metal. La melodia è perfetta, il ritmo è trascinante e il vostro pubblico lo amerà per decenni. Voi però, invece di festeggiare, pensate a una lametta da barba per fare a pezzi il nastro.
Questa è la storia di Rainbow in the Dark e del suo creatore, Ronnie James Dio, una vicenda che racchiude tutto il paradosso e la complessità artistica degli anni d’oro dell’heavy metal.
Ronnie non era un artista qualunque. Quando nel novembre del 1982, dopo i contrasti sul missaggio del doppio dal vivo Live Evil, lasciò i Black Sabbath insieme al batterista Vinny Appice per intraprendere una carriera solista, portava sulle spalle il peso di aspettative enormi. Aveva sostituito nientemeno che Ozzy Osbourne, contribuendo a creare album leggendari come Heaven and Hell e Mob Rules. Il suo pubblico si aspettava quindi oscurità, potenza, quella magia medievale che solo la sua voce riusciva a evocare.
Per il nuovo gruppo, battezzato semplicemente Dio, accanto ad Appice arrivarono il bassista scozzese Jimmy Bain, già con lui nei Rainbow, e un chitarrista nordirlandese di appena vent’anni, Vivian Campbell, sconosciuto ai più e raccomandato proprio da Bain. La band lavorava al complesso Sound City di Van Nuys, dove la sala prove e lo studio erano uno accanto all’altro. Si suonava di sera in un clima rilassato. Spesso i pezzi venivano registrati appena finiti di scrivere.
In questo contesto nasce Rainbow in the Dark, quasi per caso. Campbell, Bain e Appice stavano improvvisando su un riff che il chitarrista aveva scritto a sedici anni per Lady Marianne, un brano del suo gruppo di allora, gli Sweet Savage. Appice ci mise sopra un tempo tutto suo, rovesciando gli accenti di cassa e rullante che Campbell si aspettava: nessuno al mondo suona la batteria come lui, ha detto anni dopo il chitarrista. Quando Dio entrò in sala cominciò subito a cantarci sopra. Bain aggiunse il celebre tema di tastiera, adattato da Criminal Tendencies, un pezzo dei suoi Wild Horses. In una decina di minuti il brano era pronto. Nei crediti porta la firma di tutti e quattro, con il testo del solo Dio.
La canzone finì su Holy Diver, l’album di debutto uscito nel maggio del 1983. Nell’ottobre di quell’anno diventò il secondo singolo, dopo la title track. Ciò che doveva essere motivo di gioia ed entusiasmo in studio, però, rischiò di trasformarsi in un piccolo dramma.
Le parole del cantante, raccontate anni dopo in un’intervista televisiva, rivelano tutto il suo tormento. Dio ammise di aver detestato profondamente quella canzone, almeno rispetto a ciò che voleva ottenere con il disco: la trovava troppo pop. A registrazione finita, raccontò, avrebbe preso volentieri una lametta per tagliare il nastro. Solo i suoi musicisti riuscirono a fargli cambiare idea.
L’ostilità verso quello che sarebbe diventato uno dei suoi brani più celebri nasceva da una paura profonda: il terrore di tradire la propria identità artistica. Dio considerava il pezzo eccessivamente commerciale, troppo lontano dall’estetica scura dei Black Sabbath che lo aveva reso famoso. Quel tema di tastiera, luminoso e orecchiabile, stonava con l’atmosfera cupa di un disco che in copertina aveva un demone intento ad annegare un prete.
Per capire fino in fondo l’ossessione di Dio bisogna fare un passo indietro, agli anni con i Rainbow di Ritchie Blackmore. Nel 1979 Ronnie lasciò la band. Lui ha sempre parlato di una direzione musicale che non lo convinceva più, perché il progetto iniziale si era perso per strada. La moglie e manager Wendy ha poi raccontato che fu Blackmore a metterlo alla porta, dopo il suo rifiuto di scrivere brani più commerciali e pop. Al suo posto arrivò Graham Bonnet. L’idea di ripetere, con il gruppo che portava il suo nome, la stessa svolta che aveva combattuto lo terrorizzava.
In quel momento Ronnie non accettava che i fan dei Black Sabbath potessero pensarlo cambiato, diventato troppo accomodante verso sonorità più morbide e banali. In quella lametta c’era tutta la sua inquietudine: il timore di perdere credibilità lo ossessionava.
L’intervento dei suoi compagni Vivian Campbell, Jimmy Bain e Vinny Appice fu quindi decisivo. Fecero quadrato intorno a Ronnie, convinti che il pezzo, che del resto avevano scritto con lui, fosse davvero straordinario e avesse un potenziale enorme.
Il tempo diede loro ragione. Il singolo arrivò al quattordicesimo posto della classifica Mainstream Rock di Billboard, costruita sui passaggi delle radio rock americane. In Gran Bretagna si fermò al quarantaseiesimo posto. Il video, girato nel centro di Londra, alternava un uomo che insegue una donna fra i cinema a luci rosse di Soho e Piccadilly Circus a Dio che canta su un tetto, con Campbell e Bain che entrano in scena durante l’assolo; fra un’inquadratura e l’altra spuntano la colonna di Nelson e il Westminster Bridge. Grazie anche a MTV, il brano diventò uno dei simboli della band e un appuntamento fisso di ogni concerto. Nel 2006 VH1 lo ha inserito al tredicesimo posto fra le più grandi canzoni metal di sempre. La sua struttura accessibile, lontana dalle complessità del metal più radicale, lo rese perfetto per una diffusione più ampia.
Il titolo stesso, Rainbow in the Dark, è stato interpretato da molti fan come un riferimento autobiografico ai Rainbow di Blackmore. Un arcobaleno che splende nell’oscurità potrebbe rappresentare i momenti di bellezza e creatività vissuti negli anni turbolenti con il chitarrista inglese, prima che le divergenze artistiche li separassero per sempre. Si tratta però di una lettura dei fan. Dio, secondo quanto riportato, ne avrebbe data un’altra: una canzone sulla solitudine, sul sentirsi intrappolati senza poter esprimere ciò che si ha dentro, proprio come un arcobaleno nel buio. A ispirarla sarebbe stato il senso di rifiuto e di isolamento vissuto dopo l’uscita dai Black Sabbath.
Questa vicenda rivela una verità fondamentale sulla creatività: spesso i capolavori nascono proprio quando superiamo i nostri pregiudizi artistici. Dio temeva di aver creato qualcosa di troppo accessibile. Aveva invece forgiato un equilibrio perfetto tra potenza e presa immediata, una combinazione rarissima nel panorama musicale. Di Holy Diver nel suo insieme, del resto, avrebbe detto che era una delle cose di cui andava più fiero.
Oltre quarant’anni dopo, Rainbow in the Dark rimane un pilastro dell’heavy metal mondiale. Ha accompagnato intere generazioni di appassionati e continua a vivere nelle cover: da quella di Corey Taylor per il tributo Ronnie James Dio: This Is Your Life a quella del norvegese Jorn Lande.
Ronnie guardò a lungo quel pezzo con sospetto, come un genitore che fatica ad accettare il successo del figlio ribelle. Col tempo, però, fece pace con lui e si disse grato ai compagni che gli avevano impedito di distruggerlo. Questo paradosso rappresenta l’essenza stessa del rock: l’eterna tensione tra purismo e innovazione.
La storia della lametta di Dio dovrebbe far riflettere ogni artista. L’autocensura creativa può essere più distruttiva di qualsiasi critica esterna. La paura di deludere i fan più ortodossi rischia di soffocare l’evoluzione artistica.
La vera arte nasce dall’esplorazione coraggiosa di territori nuovi, dalla disponibilità a rischiare, a sperimentare oltre i confini della propria comfort zone. Se quel nastro fosse stato davvero tagliato, avremmo perso una delle pagine più belle della storia del metal.
Fonti: Classic Rock / Louder; Far Out; Rock and Roll Garage; Songfacts; Wikipedia.