Mick Mars: nell’anima più scura dei Mötley Crüe

Mick Mars con la chitarra in una foto promozionale, in bianco e neroC’è una storia che merita di essere raccontata, quella di un chitarrista che per oltre quarant’anni è rimasto nell’ombra mentre intorno a lui esplodeva il circo mediatico dei Mötley Crüe. Robert Alan Deal, conosciuto dal mondo come Mick Mars, ha tessuto le trame sonore più oscure e potenti del metal anni ’80. La sua vera storia risulta, però, molto più complessa di quello che appare in superficie.

Iniziamo dalle origini, perché spesso i dettagli fanno la differenza. Mars nasce il 4 maggio 1951 a Terre Haute, Indiana, anche se molti pensano sia di Huntington. La famiglia si trasferisce lì poco dopo la nascita. Prima che Robert compia nove anni, c’è un altro cambiamento drastico: destinazione Garden Grove, California. Questi spostamenti continui segnano già il carattere di un ragazzo destinato a diventare un outsider per natura.

La California degli anni ’60 offre a Mars il primo contatto serio con la chitarra. La prima gli arriva a dodici anni; a quattordici suona il basso in una cover band dei Beatles, i Jades, prima di passare alla chitarra solista. Qui inizia quella passione ossessiva che lo accompagnerà per tutta la vita. Un’ombra si allunga su questi anni formativi. Proprio a quattordici anni compaiono i primi sintomi della spondilite anchilosante, la malattia degenerativa che diventerà la sua battaglia quotidiana e, paradossalmente, anche parte del suo carburante creativo. La diagnosi arriverà soltanto a ventisette anni.

Gli anni Settanta sono un lungo apprendistato nei gruppi blues rock della zona, fra cui i White Horse, con cui nel 1973 si fa notare per la sua tecnica. Il successo però non arriva. Nel 1980, dopo quello che lui stesso ha definito un decennio di frustrazioni, Robert Deal decide di ricominciare da capo: si rade i baffi, si tinge i capelli di nero corvino e diventa Mick Mars.

Nel 1981 è lui a pubblicare sul Recycler, il giornale degli annunci di Los Angeles, quelle poche righe entrate nella leggenda: chitarrista rumoroso, maleducato e aggressivo, disponibile. Nikki Sixx e Tommy Lee lo chiamano per un’audizione e lo prendono al volo. Ha già trent’anni. È un veterano in mezzo a ragazzini e porta qualcosa che gli altri non hanno: una fame diversa, più matura, alimentata da anni di gavetta nei club della California. Porta anche il nome della band. Ai tempi dei White Horse qualcuno aveva descritto il gruppo come un equipaggio dall’aria sgangherata, “a motley looking crew”. Mars se ne ricorda e lo scrive su un foglio; con qualche ritocco all’ortografia e le dieresi volute da Vince Neil nasce Mötley Crüe. Il 24 aprile 1981 la formazione debutta allo Starwood.

Il suo approccio alla chitarra scardina completamente le convenzioni dell’epoca. Mentre i suoi coetanei inseguono assoli senza fine, Mars sceglie la potenza emotiva grezza. Il suo setup diventa leggendario: Marshall JCM800 spinti oltre ogni limite, Gibson Les Paul modificate fino all’osso e un suono così sporco e cattivo da far tremare i vetri dei locali del Sunset Strip.

Quando senti l’attacco di Live Wire, capisci immediatamente cosa rende Mars speciale. Quel riff è aggressivo, certo, soprattutto però è minaccioso. Costruisce tensione con un’economia di mezzi impressionante: poche note, posizionate con precisione chirurgica, che creano un’atmosfera buia ma energica come poche altre nel panorama rock dell’epoca.

Non dimentichiamo poi Shout at the Devil, il manifesto sonoro di quello che i Crüe rappresentano. Quel riff principale è puro veleno cristallizzato in forma musicale. Mars non ha paura di esplorare territori sonori scomodi, utilizzando accordi dissonanti e intervalli inquietanti che conferiscono alla band quel clima sinistro che la distingue nettamente dalla concorrenza più patinata di Hollywood.

Una cosa che non tutti sanno: mentre Tommy Lee devastava camere d’albergo e Vince Neil collezionava pin-up come figurine, Mars passava ore infinite in studio a perfezionare ogni singolo dettaglio. I produttori che hanno lavorato con lui raccontano di un perfezionista assoluto, disposto a registrare decine di volte lo stesso riff fino a quando non suonava esattamente come lo sentiva nella sua testa.

Questa dedizione maniacale è evidente in capolavori come Too Fast for Love e Shout at the Devil. Ogni traccia di chitarra è collocata nel mix con la precisione di un orefice svizzero. Mars capisce perfettamente il suo ruolo: in una band di personalità così esplosive, lui deve essere la roccia sonora su cui tutto si appoggia.

Mars ha sempre avuto un rapporto particolare con la tecnologia. Mentre molti chitarristi degli anni ’80 si buttavano su ogni novità del momento, lui rimane incredibilmente selettivo. Usa talk box e harmonizer solo quando servono davvero alla canzone, come il talk box che dà voce alla chitarra in Kickstart My Heart. La sua filosofia è semplice e cristallina: se l’innovazione migliora il pezzo, la usa; altrimenti se ne può fare a meno.

Il suo assolo in Smokin’ in the Boys Room, la cover dei Brownsville Station incisa nel 1985 per Theatre of Pain, è un manifesto di questa direzione: tecnico quanto serve, melodico al punto giusto e completamente al servizio dell’energia del brano. Niente fronzoli, solo sostanza pura.

La spondilite anchilosante accompagna Mars per tutta la carriera, curvando progressivamente la sua colonna vertebrale fino a renderlo circa sette centimetri più basso rispetto ai tempi del liceo. Gli causa dolori che la maggior parte di noi non riuscirebbe nemmeno a immaginare. Lui non si lamenta mai e rifiuta il vittimismo. Anzi, trasforma questa sofferenza in carburante creativo.

Le sue esibizioni dal vivo emanano un’intensità che va oltre la tecnica. È come se ogni nota venisse strappata dall’anima, carica di una sofferenza che diventa bellezza. Questa autenticità emotiva è quello che distingue i grandi musicisti dai semplici esecutori.

Arriviamo alla parte più triste di questa storia. Nell’ottobre del 2022 Mars annuncia il ritiro dai concerti. Inizialmente sembra una decisione saggia: dopo quarant’anni di battaglie fisiche, è comprensibile voler rallentare. Al suo posto, sul palco, arriva John 5. La realtà, però, si rivela molto più complicata e dolorosa.

Nell’aprile 2023 esplode la bomba: Mars fa causa alla band, sostenendo di essere stato estromesso illegalmente e tagliato fuori dai profitti futuri. Le accuse sono pesanti come macigni: la band lo avrebbe fatto sentire inadeguato, mentre i suoi ex compagni dichiarano che Mars faticava a ricordare gli accordi e commetteva errori costanti durante il tour del 2022. Mars rilancia: nei trentasei concerti di quel tour, sostiene, era l’unico a suonare davvero dal vivo, mentre gli altri si appoggiavano alle basi registrate.

La band rincara la dose con le dichiarazioni firmate di sette membri della crew che testimoniano le difficoltà di Mars. Il responsabile della produzione parla di accordi e canzoni dimenticati di continuo, di note sbagliate e di chitarra scordata; il tecnico dei monitor dice di non aver mai visto errori del genere da parte di un chitarrista. Nikki Sixx ha dichiarato senza mezzi termini che erano costretti a scegliere: sciogliere la band o andare avanti senza di lui. Anni dopo, nel settembre del 2025, avrebbe definito le accuse di Mars un tradimento verso la band che gli aveva salvato la vita.

Al centro di questa disputa ci sono soprattutto questioni di carattere finanziario. Mars sostiene che la band abbia cercato di ridurre la sua quota del 25% nella società del gruppo ad appena il 5%. La band replica che ritirarsi dai tour equivale a lasciare il gruppo, come stabilisce un accordo tra i soci del 2008. Ricorda inoltre di avergli offerto il 5%, poi il 7,5%, dei profitti del tour in corso in cambio della rinuncia ai guadagni futuri. Mars rifiuta. Intanto pubblica il suo primo album solista, The Other Side of Mars, uscito il 23 febbraio 2024 e anticipato dal singolo Loyal to the Lie.

La vicenda legale si chiude nel gennaio del 2026 con un arbitrato che dà ragione su tutta la linea ai Mötley Crüe. Il giudice respinge la pretesa di Mars sul 25% degli incassi dei tour, accoglie la tesi secondo cui chi si ritira dai concerti lascia la band e boccia le accuse sull’uso delle basi. Mars dovrà anche restituire, in proporzione ai concerti non suonati, parte dell’anticipo da un milione e mezzo di dollari che aveva ricevuto per un ciclo di 138 date.

Al di là delle battaglie legali e delle recriminazioni, c’è una verità incontestabile: Mick Mars ha creato alcuni dei riff più iconici della storia del metal. Quei suoni oscuri e potenti che hanno definito il sound dei Mötley Crüe rimarranno per sempre nella storia.

Questo racconto ci insegna qualcosa di fondamentale: l’arte vera nasce dalla sofferenza trasformata in bellezza, dalla dedizione assoluta al proprio mestiere, dal rifiuto di ogni compromesso quando si tratta di integrità musicale. Mars ha sempre preferito la verità alla convenienza, l’autenticità al business.

Vedere questa frattura dopo oltre quarant’anni insieme fa male a tutti noi che amiamo visceralmente questa band. Dimostra anche quanto Mars abbia sempre preso sul serio la sua arte. Ha combattuto quando si è sentito tradito, esattamente come ha sempre combattuto contro il dolore fisico: senza arrendersi mai, mantenendo sempre la dignità.

La leggenda di Mick Mars va oltre le controversie e le battaglie legali. È la storia di un uomo che ha trasformato il dolore in potenza, il silenzio in ruggito, l’ombra in luce. Per questo, rimarrà per sempre l’anima dark più autentica del metal.

Fonti: Blabbermouth, Classic Rock / Louder, Guitar World, Variety, Wikipedia.

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