Black Rose: nel 1979 il genio di Phil Lynott e l’autodistruzione
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Parigi, inverno tra il 1978 e il 1979. Agli studi Pathé Marconi, gli stessi dove i Rolling Stones avevano da poco registrato Some Girls, i Thin Lizzy stanno incidendo quello che diventerà il loro capolavoro. Nessuno ancora lo sa, eppure quella manciata di settimane nella capitale francese segnerà allo stesso tempo l’apice creativo e l’inizio della fine per una delle band più seminali del rock. Dietro le quinte di questa gloria artistica, infatti, si sta consumando una brutta vicenda che cambierà per sempre il destino del gruppo.
Questa è la storia di Black Rose: A Rock Legend, l’album che rappresenta il paradosso più doloroso della storia del rock: il momento in cui il picco creativo coincide con l’inizio dell’autodistruzione.
Gary Moore e Phil Lynott si conoscevano da quando erano ragazzi a Dublino. Avevano suonato insieme negli Skid Row nel 1969, quando Moore aveva solo sedici anni e Lynott diciannove. La loro amicizia era profonda e turbolenta. Erano due caratteri opposti: Moore il perfezionista metodico e disciplinato, Lynott l’artista bohémien e carismatico, sempre pronto a vivere la vita al massimo.
Moore aveva già militato nei Thin Lizzy in due occasioni, sempre come sostituto temporaneo. Nel 1974 era rimasto nella band per quattro mesi, incidendo tre brani tra cui Still in Love with You, finita sull’album Nightlife. Tra la fine del 1976 e l’inizio del 1977 aveva rimpiazzato Brian Robertson in tour, senza però entrare stabilmente nella formazione. Questa volta, nell’agosto del 1978, la situazione era diversa.
Robertson era uscito definitivamente dal gruppo dopo anni di tensioni. Scott Gorham, l’altro chitarrista, ricorda come Gary fosse entrato nella band praticamente senza problemi. La transizione fu immediata e fluida, i Thin Lizzy non persero un colpo. Era evidente che questa volta Moore non aveva bisogno di essere convinto: voleva davvero essere tra loro e far parte di quel progetto.
Moore arrivava da un’esperienza con i Colosseum II, un gruppo di rock progressivo che aveva portato la sua tecnica a livelli straordinari. Con il tempo era diventato un chitarrista trasformato, pronto a lasciare il segno. Phil Lynott sapeva bene che con Moore al suo fianco avrebbe potuto creare in studio qualcosa di assolutamente speciale.
Quando i Thin Lizzy arrivarono a Parigi per registrare Black Rose, l’energia creativa era palpabile. Le sessioni erano partite alla fine di novembre ai Good Earth Studios di Londra e Tony Visconti, il produttore che aveva lavorato con David Bowie e i T. Rex, capì subito di avere tra le mani qualcosa di straordinario. Il batterista Brian Downey ricorda come Gary volesse davvero mettere la sua firma sull’album. In studio la sua personalità brillava. Lui e Phil si amalgamarono perfettamente, creando una sinergia che produsse risultati sorprendenti.
Fu Moore a spingere per riportare l’elemento irlandese nella musica dei Thin Lizzy. L’idea culminò nel brano epico che chiude l’album, Róisín Dubh (Black Rose): A Rock Legend, sette minuti di pura magia in cui melodie tradizionali come Danny Boy, The Mason’s Apron e Will You Go Lassie Go diventano un tour de force di chitarra rock. Visconti ha raccontato come Phil Lynott avesse superato se stesso scrivendo una vera opera rock celtica, un lavoro grandioso che richiedeva intensa concentrazione. Moore avrebbe potuto suonare tutte le parti di chitarra da solo, eppure il produttore ricorda con commozione di averlo visto insegnare con pazienza a Scott Gorham le seconde armonie.
L’effetto Moore su Gorham fu straordinario. Lo stesso Gorham ammette che il modo di suonare di Gary spinse tutti a diventare musicisti migliori. Lavorare con lui lo costrinse a uscire dalla compiacenza e a portare il proprio stile a un livello superiore.
Mentre la musica raggiungeva vette incredibili, qualcosa di oscuro e distruttivo stava accadendo a Parigi. Scott Gorham ricorda il momento preciso in cui tutto iniziò a precipitare. Una sera Phil lo invitò nella sua stanza d’albergo e gli offrì l’eroina. Da quel momento lo spacciatore cominciò a bussare regolarmente alla loro porta. Per Gorham quella notte segnò l’inizio della caduta dei Thin Lizzy, il peggior errore che la band abbia mai commesso.
La capitale francese divenne il loro pericoloso parco giochi. In un mese conobbero tutti i locali, tutti i personaggi della notte parigina. Lo studio, che sarebbe dovuto essere un tempio della creatività, si trasformò in un ambiente estremo. L’ironia più crudele si manifestò durante la registrazione di Got to Give It Up, un brano che parlava proprio della lotta contro la dipendenza. Le contraddizioni erano evidenti a tutti, compreso il produttore Tony Visconti.
Gorham ha raccontato al biografo di Lynott, Graeme Thomson, un episodio che coinvolse Cliff Richard, la pop star britannica nota per il suo stile di vita irreprensibile, che stava lavorando negli stessi studi. Phil lo invitò ad ascoltare alcune canzoni nuove. Mentre Cliff sedeva composto ed educato davanti al mixer, proprio dietro di lui uno spacciatore preparava una striscia di eroina, senza che lui sembrasse accorgersene. Una scena di puro surrealismo che cattura perfettamente il caos di quei giorni.
Gary Moore osservava tutto questo con crescente disgusto. Si teneva lontano dall’eroina e vedeva chiaramente dove stava portando quella strada. La tensione tra la sua etica professionale e il caos che lo circondava diventava ogni giorno più insopportabile.
Nonostante tutto, l’album che ne uscì fu straordinario. Pubblicato il 13 aprile 1979, Black Rose debuttò al quinto posto della classifica britannica e salì fino al secondo, il miglior piazzamento mai raggiunto da un album in studio dei Thin Lizzy, alla pari del live Live and Dangerous. Conteneva alcuni dei loro brani più potenti: Do Anything You Want To, Waiting for an Alibi, entrata nella top ten britannica, e Sarah, intensa ballata che Phil scrisse con Moore pensando alla figlia appena nata. Il brano fu aggiunto durante le sessioni londinesi e all’armonica c’era un Huey Lewis ancora sconosciuto.
Il successo, tuttavia, non poteva mascherare la realtà. Nel luglio del 1979, durante il tour americano di spalla ai Journey, in California, Moore non si presentò all’aeroporto di Los Angeles. Dopo una telefonata con il manager Chris O’Donnell lasciò la band nel caos. Ancora oggi non è chiaro se sia stato licenziato o se se ne sia andato di sua volontà.
Anni dopo, nel 2006, Brian Downey riuscì finalmente a confrontarsi con Moore su quella fuga improvvisa. Anche a distanza di decenni Gary rimase evasivo, però Downey capì l’essenziale: Moore aveva scelto di sparire senza preavviso perché temeva il confronto diretto. Non voleva problemi né scenate. Secondo Downey aveva probabilmente ragione, perché in quella situazione Phil avrebbe potuto reagire molto male. Con Scott Gorham, Moore fu più diretto. Gli spiegò che non poteva più tollerare quello che stava accadendo. Lui, che si teneva alla larga dalla droga, vedeva chiaramente quella spirale discendente senza via d’uscita, una lenta condanna a morte. Gorham ha poi raccontato che quell’addio irritò tutti, anche se anni dopo Moore si scusò.
La partenza di Moore segnò di fatto la fine dei Thin Lizzy come forza creativa. Midge Ure degli Ultravox li aiutò temporaneamente, poi arrivò Dave Flett, tuttavia il punto di non ritorno era stato superato. Per Downey l’abbandono a metà tour suonò come la campana a morto dei Thin Lizzy in America: nel Regno Unito e in Europa la band restava popolarissima, però l’ultimo tentativo di sfondare oltreoceano era andato in fumo.
I Thin Lizzy continuarono per altri quattro anni, pubblicando tre album che non raggiunsero mai le vette di Black Rose. Il 4 settembre 1983, durante l’ultimo concerto a Norimberga, la band era l’ombra di se stessa. Gorham ricorda che non stava bene, non aveva un bell’aspetto e niente andava per il verso giusto, tanto che desiderava solo scendere dal palco. Fu un modo terribile di chiudere una carriera gloriosa.
Gorham riuscì a riprendersi e a disintossicarsi. Phil no. Il 4 gennaio 1986, a soli 36 anni, la sua vita si spense. Gary Moore, che aveva ritrovato l’amico nel 1985 per il singolo Out in the Fields, rimase profondamente colpito dalla perdita e dedicò a Phil l’album Wild Frontier, impregnato di quell’eredità irlandese che avevano condiviso.
Nel febbraio del 2011 anche Moore se ne andò, stroncato da un malore notturno in Spagna. Aveva 58 anni. I due amici nemici, fratelli in musica che insieme avevano creato una magia unica senza riuscire a coesistere, erano finalmente riuniti nel silenzio del riposo eterno.
Black Rose: A Rock Legend rimane uno dei grandi paradossi della storia del rock. È l’album in cui tutto si allineò perfettamente dal punto di vista artistico, mentre tutto crollava dal punto di vista umano. È la prova che il genio creativo e l’autodistruzione possono coesistere, anzi, possono alimentarsi a vicenda in modi tanto terribili quanto magnifici. Quando premete play su Róisín Dubh, con le sue chitarre che danzano come violini irlandesi impazziti, state ascoltando Gary Moore al picco della sua potenza creativa. State anche vivendo, però, l’ultimo respiro di una band ormai alla fine del suo percorso.
Scott Gorham offre una valutazione agrodolce dell’album. Artisticamente lo considera il secondo miglior lavoro dei Thin Lizzy, subito dopo Jailbreak, un giudizio condiviso anche da Moore. Il chitarrista è però consapevole che Black Rose rappresentò anche l’inizio della fine per la band. Resta comunque un capolavoro che, a oltre quarantacinque anni di distanza, continua a suonare fresco e potente e a ispirare le nuove generazioni.
Forse Phil Lynott lo sapeva quando nella title track elencava i suoi eroi irlandesi, da James Joyce a Oscar Wilde fino a William Butler Yeats. Tutti artisti che avevano trasformato il dolore in arte, l’esilio in poesia, la tragedia in bellezza immortale. Black Rose è il monumento benedetto e maledetto dei Thin Lizzy, un’opera eterna dai mille significati.