Angus Young: il genio silenzioso degli AC/DC

Illustrazione di Angus Young in divisa scolastica con una tazza di tèNell’ottobre del 1983, durante il tour di Flick of the Switch, un giornalista chiese ad Angus Young che cosa provasse sul palco. La risposta fu spiazzante. Era come essere due persone diverse, spiegò, come se qualcosa si spezzasse in due; tutto lo show gli sembrava finire in cinque minuti, vissuto quasi come da uno spettatore davanti a un film. In quelle poche parole c’è uno dei paradossi più affascinanti della storia del rock: l’uomo che sul palco diventa una forza della natura e quello che, finito il concerto, torna a essere un ometto riservato con una sigaretta e una tazza di tè.

Per capirlo bisogna tornare a Glasgow, dove Angus McKinnon Young nacque il 31 marzo 1955, ultimo di otto figli. In una casa così affollata il più piccolo impara presto a ritagliarsi il proprio spazio. Nell’inverno del 1963 la Scozia visse uno dei periodi più rigidi mai registrati e l’Australia offriva agevolazioni a chi decideva di trasferirsi. Alla fine di giugno di quell’anno, quando Angus aveva otto anni, gli Young partirono e si stabilirono a Burwood, un sobborgo di Sydney.

Il ragazzino frequentò la Burwood Public School. Un ex compagno di classe, David Spicer, se lo ricorda bene: Angus poteva vantarsi di un fratello maggiore, George, che era già una stella con gli Easybeats. Dopo le lezioni faceva parte del gruppetto che si nascondeva sotto il ponte della ferrovia a fumare, ancora alle elementari. Alla recita scolastica, un’operetta, Spicer non riesce a immaginarlo: non era roba per lui. Più tardi passò alla Ashfield Boys High School, che lasciò a quindici anni.

La musica, in famiglia, era di casa. Angus prese in mano una chitarra a cinque o sei anni. Il fratello Alex gli diede una sola lezione; il resto lo imparò da solo, cominciando su un banjo a cui aveva montato sei corde. Lui stesso ha ammesso di aver preso lo strumento sul serio soltanto verso i quattordici anni, osservando soprattutto Malcolm, di due anni più grande. Di lui ha detto che aveva probabilmente la miglior mano destra del mondo. Intorno al 1970 arrivò la prima Gibson SG, un modello di fine anni Sessanta comprato di seconda mano, leggero e dal suono duro, che sarebbe diventato il suo marchio. Prima degli AC/DC suonò nei Kantuckee e poi nei Tantrum, band di quartiere che giravano tra circoli giovanili, balere e sale di periferia.

Nel 1973 i due fratelli fondarono gli AC/DC, con Dave Evans alla voce. Il nome lo trovò la sorella Margaret, leggendolo sul retro della sua macchina da cucire. Il debutto arrivò la notte di Capodanno del 1973 al Chequers di Sydney. All’inizio Angus non era ancora il chitarrista che conosciamo: secondo Evans, in quel periodo Malcolm era il musicista più solido dei due. Angus stesso ha raccontato che da ragazzo era un po’ timido a farsi avanti sul palco. Fu Malcolm a spronarlo: se esci per un assolo, diceva, fai in modo che il pubblico se ne accorga.

Restava un problema: come rendere riconoscibile quel chitarrista minuscolo e nervoso. Prima di trovare la soluzione, Angus fu convinto a esibirsi travestito da gorilla, da supereroe con il nome di Super-Ang, da carcerato a strisce e perfino con la mascherina alla Zorro. L’idea giusta arrivò ancora una volta da Margaret: perché non usare la divisa di scuola, con i calzoncini corti? Nell’aprile del 1974, a un festival all’aperto nel Victoria Park di Sydney, l’uniforme della Ashfield Boys High salì sul palco con tanto di cartella sulle spalle e non ne scese più. Evans ricorda di aver pensato che quella divisa aveva fatto qualcosa al carattere di Angus: fino ad allora il gruppo suonava quasi immobile, mentre da quella sera lui cominciò a scatenarsi da un lato all’altro del palco. Malcolm, anni dopo, ha raccontato che bastò quel vestito perché il fratellino diventasse più grande della vita. Ha anche precisato che quell’energia era tutt’altro che una recita: Angus ci si buttava dentro per intero.

Nel 1976, in tour in Gran Bretagna, Angus diede della divisa una versione più scanzonata. In una band precedente, spiegò, il batterista lo aveva convinto a fare qualcosa di oltraggioso: vestirsi da bambino prodigio della chitarra per una sera sola, poi sparire nel nulla. Visto che tutti imitavano Gary Glitter, aveva continuato. Ormai non riusciva più a suonare vestito in altro modo. Il gruppo, intanto, gli toglieva qualche anno nelle interviste per alimentare la leggenda dello scolaro: quell’anno i giornali gli davano sedici anni, quando in realtà ne aveva ventuno. Il giornalista che lo accompagnò nel viaggio di ritorno verso Londra lo descrisse come un ragazzino mai fermo, sempre sveglio, con qualcosa da dire o da fare in ogni momento. Mentre i compagni sfogliavano riviste per adulti, lui leggeva fumetti.

Qui sta la chiave del personaggio, almeno per come la leggo io. L’uniforme è una maschera. Dentro quei calzoncini Angus smette di essere Angus e diventa lo scolaretto indemoniato che corre, salta, si rotola sul palco e suona la sua Gibson SG come se ne andasse della vita. Il repertorio è diventato leggenda: il passo dell’anatra rubato a Chuck Berry, gli spasmi che lo gettano a terra mentre continua a suonare, le cavalcate sulle spalle di Bon Scott in mezzo al pubblico, lo spogliarello che finiva con il sedere al vento. Sul palco servono amplificatori sparsi ovunque, perché Angus possa sentire la chitarra da qualunque punto si trovi. È lui stesso a descrivere quella separazione quando parla di due persone diverse: una sale sul palco, l’altra aspetta dietro le quinte che lo spettacolo finisca.

Fuori dalla scena, infatti, la vita di Angus è sempre stata sorprendentemente tranquilla. Non ha mai bevuto alcolici, in una band che dell’alcol ha fatto quasi un marchio di fabbrica. Nel 1976 ci scherzava sopra: se avesse bevuto sarebbe partito per la tangente, erano gli altri a dover bere per arrivare al suo livello. Fumatore accanito, questo sì, con un debole per il tè. Chi lo ha intervistato fuori dal palco lo descrive più pacato, con una tazza fumante in mano e la battuta sempre pronta; testa, mani, piedi e occhi però non stanno fermi un attimo. Nel 1980 sposò l’olandese Ellen van Lochem, con cui divide da allora la vita fra l’Australia, il Regno Unito e i Paesi Bassi, lontano dai riflettori. Non hanno avuto figli.

Quello stesso anno, nel febbraio del 1980, la band perse Bon Scott proprio per gli eccessi. Angus ha raccontato lo shock di chi è giovane e crede che la morte riguardi sempre qualcun altro. Anche in quel momento fu Malcolm a tirarlo fuori. Dopo qualche settimana gli propose di tornare nella sala prove, la stessa in cui avevano visto Bon per l’ultima volta. L’idea era pensare soltanto a scrivere canzoni, lasciando fuori manager e casa discografica. Il lavoro diventò una terapia. Da quelle giornate uscì Back in Black, con Brian Johnson alla voce.

Negli anni gli AC/DC hanno trovato un equilibrio che rispecchiava questa doppia natura. Per decenni la voce pubblica della band furono soprattutto Malcolm e i cantanti, prima Bon Scott e poi Brian Johnson, mentre Angus parlava soprattutto con la chitarra. In un’intervista del 2003 Malcolm teneva banco mentre il fratello, di poche parole, si dedicava a una scodella di minestra. Proprio in quell’anno il gruppo entrò nella Rock and Roll Hall of Fame e fu Steven Tyler a presentarli, celebrando uno dei suoni più riconoscibili del rock. Alla cerimonia avrebbero voluto tutti in smoking: Angus rifiutò senza discutere e salì sul palco con la divisa da scolaro. Malcolm paragonò la platea elegante a una sala piena di pinguini, eppure fu la rabbia accumulata dietro le quinte a trasformarsi in un’esibizione feroce, capace di far ballare anche gli invitati in abito da sera.

Tutto cambiò nel 2014. La malattia costrinse Malcolm a lasciare la band e Angus, rimasto l’unico fondatore in formazione, dovette farsi carico anche delle interviste per promuovere Rock or Bust. Al posto dello zio entrò il nipote Stevie Young, figlio del fratello maggiore Stephen, cresciuto dentro la stessa famiglia e lo stesso modo di suonare. Nel 2016, quando i problemi di udito fermarono Brian Johnson, Angus portò a termine il tour con Axl Rose alla voce. Malcolm morì nel novembre del 2017. Da allora Angus porta avanti da solo l’eredità dei fratelli Young. Nel 2020, con Johnson di nuovo al microfono, uscì Power Up, costruito in gran parte su riff e idee nati negli anni insieme a Malcolm e pensato come un omaggio a lui.

Il tour che ne è seguito, fra il 2024 e il 2025, ha dimostrato quanto quello scolaretto conti ancora. In Italia l’unica data, il 25 maggio 2024 alla RCF Arena di Reggio Emilia, ha richiamato 102.894 spettatori: secondo i dati SIAE, il concerto con più pubblico dell’anno nel nostro Paese.

Oggi, a settantun anni, Angus Young continua a salire sul palco con la divisa da scolaro. Il suo genio silenzioso sta tutto in quella trasformazione: ha costruito una delle figure più iconiche del rock senza mai forzare la propria natura, lasciando che fosse la musica a parlare per lui. Quando indossa la giacca con lo stemma e imbraccia la SG, le parole diventano superflue. Il resto lo dicono sei corde, un amplificatore Marshall e quello scolaretto che, a settant’anni suonati, non ha nessuna intenzione di crescere.

Fonti: Blabbermouth, Classic Rock / Louder, Gazzetta di Reggio, Guitar Player, Guitar World, Loudwire, NPR, Stage Whispers, VW Music Rocks, Wikipedia.

 

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