Rachel Bolan: il cuore punk attraverso gli Skid Row
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C’è un momento, nella storia di ogni band, in cui qualcuno prende in mano un basso e decide che non sarà un passatempo marginale. Per gli Skid Row quel qualcuno si chiamava James Richard Southworth, anche se il mondo lo avrebbe conosciuto come Rachel Bolan.
Immaginate il New Jersey del 1986. I Bon Jovi stanno per conquistare il mondo, il Sunset Strip di Los Angeles brilla di lacca e paillettes, mentre due ragazzi del Jersey, conosciutisi in un negozio di strumenti musicali, decidono di formare una band. Dave “Snake” Sabo suona la chitarra, James il basso. Non sanno ancora di essere sul punto di creare qualcosa di speciale, qualcosa che avrebbe parlato a milioni di ragazzi in tutto il mondo. Il nome arriva quasi per caso, mentre vanno in auto alle prove e passano accanto a un incidente con segni di frenata su tutte e quattro le corsie.
Anche il nome d’arte racconta molto di lui. Rachel nasce dall’unione dei nomi di due persone di famiglia, il fratello Richard e il nonno Manuel. Bolan è un omaggio a Marc Bolan dei T. Rex, la sua band del cuore. Come modello aveva Alice Cooper, un uomo con un nome da donna, e l’idea che ai genitori quel nome non sarebbe piaciuto lo divertiva parecchio. Col tempo ne ha fatto il suo nome legale e ancora oggi si diverte a vedere la faccia di chi controlla i suoi documenti. Glam rock e punk, provocazione e melodia: già nel nome c’è tutto quello che Rachel avrebbe portato negli Skid Row.
Le radici della sua musica affondano in una casa piena di dischi. Era il più piccolo di quattro figli e da ogni camera arrivava un genere diverso: la British Invasion della sorella maggiore, Hendrix e il jazz del fratello, il folk rock della sorella Joanne. La scintilla scattò a un concerto dei Kiss a Philadelphia, alla fine degli anni Settanta. Dopo aver visto Gene Simmons chiese ai genitori un basso. Intorno ai quindici anni un amico gli fece scoprire i Ramones, la porta d’ingresso verso Sex Pistols, Dead Kennedys e Dead Boys, gruppi con testi che avevano qualcosa da dire.
Rachel e Dave cominciano a scrivere insieme e diventano l’asse portante del songwriting della band. Mentre le altre band dell’epoca cantano di feste e ragazze, loro parlano di Ricky, un ragazzo che a diciotto anni si ritrova con una pistola in mano e la vita rovinata. Raccontano di giovani che corrono selvaggi per le strade per disperazione più che per divertimento. Parlano d’amore, certo, senza dimenticare il dolore vero, le stanze buie dell’anima. Lui stesso ha spiegato che la gente del New Jersey ha il dono naturale di raccontare storie e che questo lo ha aiutato a creare scene e immagini con le parole.
Sebastian Bach entra nella band nel 1987 e la sua voce abrasiva diventa il veicolo perfetto per quelle storie. Sebastian è il frontman carismatico e teatrale, Rachel resta nell’ombra, letteralmente e metaforicamente. Con quella catena che collega il piercing al naso all’orecchio, sembra uscito da un club punk di New York più che dal palco del Whisky a Go Go. Proprio questa contraddizione rende gli Skid Row diversi. Rachel porta nella band l’urgenza e la sincerità del punk, quella che negli anni gli è valsa il ruolo di “punk” del gruppo.
Il 1989 segna l’esplosione. L’album di debutto degli Skid Row vende cinque milioni di copie, 18 and Life scala le classifiche e I Remember You diventa la colonna sonora dei balli scolastici di fine anno in America. Rachel osserva tutto questo con un misto di orgoglio e stupore. In poco tempo la band passa dal muoversi a stento fuori dal New Jersey al girare il mondo.
Con il successo cresce la voglia di non ripetersi. Per il secondo album la band sceglie una strada più pesante, anche per scrollarsi di dosso l’etichetta di gruppo legato ai Bon Jovi. Slave to the Grind esce l’11 giugno 1991 e diventa il primo album heavy metal a debuttare al numero uno della Billboard 200 nell’era SoundScan. La title track che si ascolta sul disco è il provino registrato in preproduzione, perché nessuna delle nuove versioni riusciva a eguagliarne l’energia. Rachel ha poi raccontato quello che considera il più grande errore della band: scegliere proprio Slave to the Grind come singolo trainante. Le radio la rifiutarono perché troppo pesante e il gruppo perse parte del pubblico femminile. Ricorda ancora quando, su richiesta del management, lui e Sabo telefonarono alle radio per chiedere di non trasmettere più Quicksand Jesus, che stava crescendo da sola, e un direttore di programmi rispose chiedendo loro se fossero impazziti.
La musica diventa più pesante, più complessa, mentre le visioni all’interno della band si allontanano. Il 1996 porta l’inevitabile. Sebastian lascia la band, o viene allontanato, a seconda di chi racconta la storia. Da allora i due non si parlano. Rachel ha spiegato senza giri di parole che ciascuno fa le sue cose e che la questione è chiusa. Nello stesso anno dà vita ai Prunella Scales, un progetto parallelo dal taglio punk con il batterista Phil Varone, Tommy Southard ed Elwood Francis, futuro bassista degli ZZ Top. Il gruppo pubblica un solo album, Dressing Up the Idiot, nel 1997. Era il suo modo di restare connesso con quella fame originale, con il bisogno viscerale di fare musica senza compromessi.
Molti pensano che gli Skid Row siano finiti con l’addio a Bach. Rachel la pensa diversamente. Con Sabo tiene in piedi la band e con nuovi cantanti la porta avanti: prima Johnny Solinger, per oltre quindici anni, poi per un breve periodo Tony Harnell, quindi ZP Theart e infine Erik Grönwall, rimasto fino al 2024. La band continua, evolve, sperimenta, anche con il formato degli EP al posto dei classici album. Non vende più milioni di copie, eppure Rachel non sembra preoccuparsene. Suona per chi vuole ascoltare, scrive per chi vuole capire.
Fuori dagli Skid Row ha collaborato con altri artisti, scrivendo per gli album degli Stone Sour e cantando nei cori di un disco dei Mötley Crüe. C’è poi un’altra passione che lo accompagna fin da ragazzo, quando andava con il fratello maggiore a vedere le stock car in New Jersey e le gare di accelerazione a Englishtown. Nel 2004, mentre viveva ad Atlanta, si è messo in gioco come pilota nelle Legends Car, le piccole vetture da corsa ispirate alle auto americane degli anni Trenta e Quaranta, gareggiando su piste come Lowe’s Motor Speedway e Hickory, dove ha anche subito un brutto incidente.
Dopo circa venticinque anni ad Atlanta è tornato a vivere nel New Jersey. Proprio la sua terra gli ha ispirato Gargoyle of the Garden State, il primo album solista, uscito il 12 giugno 2026 e prodotto da Nick Raskulinecz. A sessantadue anni Rachel canta quasi tutte le parti vocali e suona gran parte delle chitarre e del basso, con ospiti come Corey Taylor, Nuno Bettencourt, Danko Jones e i compagni Sabo, Scotti Hill e Rob Hammersmith. Lui stesso ha ammesso che il disco non suona come gli Skid Row. Il titolo unisce la sua passione per i doccioni, che come i bassisti svolgono un lavoro essenziale di cui nessuno si accorge finché qualcosa non va storto, e l’amore per il Garden State.
Oggi Rachel Bolan continua a suonare, a scrivere, a credere nel rock’n’roll. Non è più il ragazzo arrabbiato del New Jersey, però non ha perso quella scintilla che lo rendeva speciale. Quando sale sul palco, quando fa vibrare le corde del basso, quando scrive una nuova canzone, c’è ancora quella fame, quella necessità di raccontare storie vere. La sua influenza va oltre i numeri di vendita. Rachel ha dimostrato che si può essere autentici in un mondo di finzione, che si può parlare di dolore vero in mezzo al glamour, che un bassista può essere l’anima di una band senza dover stare sempre sotto i riflettori.
I giovani musicisti di oggi potrebbero non conoscere tutti i dettagli della sua storia, eppure quando scrivono una canzone che parla di vita vera, quando rifiutano di conformarsi alle aspettative del mercato, quando scelgono l’autenticità sopra il successo facile, stanno seguendo una strada che Rachel Bolan ha contribuito a tracciare. La sua storia insegna che non bisogna per forza scegliere tra successo e integrità, che si può essere commerciali senza vendere l’anima, che le migliori canzoni nascono dalla verità più che dal calcolo.
Insegna anche che il rock’n’roll è crescita ed evoluzione oltre che giovinezza e ribellione, la capacità di adattarsi senza perdere se stessi. Rachel aveva poco più di vent’anni quando ha fondato gli Skid Row e a sessantadue suona ancora con la stessa passione, anche se in modo diverso. Quando ascoltiamo Youth Gone Wild oggi sentiamo ancora quella rabbia, quell’urgenza. Sentiamo anche la saggezza di chi ha vissuto abbastanza per sapere che la ribellione è anche la quieta determinazione di rimanere fedeli a se stessi, oltre il rumore e la furia.
Rachel Bolan non sarà mai il bassista più tecnico del metal, eppure è qualcosa di più raro e prezioso: è autentico. In un mondo di filtri Instagram e personalità costruite a tavolino, la sua lezione risuona più forte che mai. Il rock’n’roll non è morto finché ci sono persone come lui che continuano a viverlo ogni giorno, con ogni nota, con ogni parola vera scritta dal cuore. Forse, alla fine, è questo il suo regalo più grande: ricordarci che la musica migliore nasce quando smettiamo di fingere e iniziamo a raccontare chi siamo davvero.
Immagine per gentile concessione Jenny Risher Photography.