Pittsburgh, metà anni Ottanta. L’aria è densa di lacca per capelli, fumo e suoni ruggenti di chitarre elettriche. In un piccolo locale un ragazzo di nome Chris Cole sta vivendo il suo sogno, o meglio, quello di qualcun altro. Di giorno ripara fotocopiatrici, di notte diventa il frontman dei Blood Pollution, una tribute band degli Steel Dragon, il più grande gruppo heavy metal del pianeta. La sua è un’ossessione che rasenta la devozione religiosa, molto più di una semplice imitazione. Conosce ogni nota, ogni movenza, ogni respiro del suo idolo, il cantante Bobby Beers.
Questa è la premessa di Rock Star, il film uscito nel 2001 con Mark Wahlberg e Jennifer Aniston. Dietro questa facciata di sogni e amplificatori Marshall si nasconde però una storia che esplora il paradosso più affascinante del mondo dello spettacolo: cosa succede quando la copia supera l’originale? Soprattutto, cosa resta di te quando smetti di essere te stesso per diventare il tuo idolo?
La vita di Chris cambia per sempre dopo un litigio con i suoi stessi compagni di band. Loro vogliono scrivere canzoni originali, evolversi. Lui, il purista, si rifiuta di tradire il sacro verbo degli Steel Dragon. Cacciato dal suo stesso gruppo, torna a casa sconfitto, finché arriva la telefonata che cambia la storia. Dall’altra parte del filo c’è Kirk Cuddy, il chitarrista e leader degli Steel Dragon in persona. La band ha appena licenziato Bobby Beers, messo alla porta nel film dopo aver rivelato di essere gay, e dopo aver visto una videocassetta di una sua esibizione vuole proprio lui, l’oscuro imitatore di Pittsburgh, come nuova voce.
Il sogno di una vita si avvera in un istante. Chris “Izzy” Cole viene catapultato da un seminterrato della Pennsylvania ai jet privati, agli stadi esauriti e a un mondo di eccessi che aveva solo potuto immaginare. Questa favola, per quanto romanzata, affonda le sue radici in una storia vera, quella di Tim “Ripper” Owens.
Nel 1996 i Judas Priest, una delle band più seminali della storia del metal, si trovavano senza il loro iconico frontman, Rob Halford. Per sostituire il Metal God fecero una scelta impensabile: assunsero Tim Owens, un fan devoto che cantava in una tribute band dei Judas Priest chiamata British Steel. La storia fece il giro del mondo e un articolo del New York Times dedicato alla sua ascesa, firmato da Andrew Revkin e uscito il 27 luglio 1997, diventò il punto di partenza della sceneggiatura. La mattina dopo il giornalista ricevette le telefonate di due produttori, tra cui Robert Lawrence, convinto che quella fosse una favola heavy metal, il sogno di ogni ragazzo diventato realtà. In origine il progetto doveva intitolarsi Metal God.
Come Chris, anche Ripper Owens passò dall’anonimato alla fama mondiale. La realtà, tuttavia, fu molto meno drammatica di quanto dipinto dal film. All’inizio Owens e i Judas Priest provarono a collaborare con la produzione, chiedendo voce in capitolo sulla sceneggiatura e sulla colonna sonora. Non gradivano il modo in cui venivano ritratti, a partire dal rapporto con Halford. Quando lo studio rispose che non avrebbero avuto alcun controllo creativo, la band si tirò indietro e il film diventò una storia solo liberamente ispirata a quella di Owens. Glenn Tipton ha tagliato corto: tutti continuano a pensare che sia la storia di Ripper, eppure non lo è. Il cantante ha poi raccontato che il risultato gli ricordava più This Is Spinal Tap che la sua vita vera, un concentrato di cliché sul rock. Non gli piacque nemmeno lo slogan del film, che lo dipingeva come un aspirante divo, mentre lui cantava nella tribute band per pura passione. La finzione cinematografica aveva divorato la realtà, trasformandola in un racconto più appetibile per il grande pubblico.
Uno degli elementi più affascinanti di Rock Star è proprio la band fittizia, gli Steel Dragon. Per renderla credibile la produzione mise insieme una vera superband. Alla chitarra c’era Zakk Wylde, il leggendario chitarrista di Ozzy Osbourne e leader dei Black Label Society. Al basso suonava Jeff Pilson dei Dokken, alla batteria sedeva Jason Bonham, figlio del mitico John Bonham dei Led Zeppelin. Erano musicisti veri, capaci di portare sul set un’autenticità e un’energia palpabili, e hanno inciso anche i brani originali della colonna sonora. Le grandi scene dei concerti furono girate a Los Angeles davanti a circa diecimila fan dei Megadeth.
Resta da capire a chi appartenesse la voce. Mark Wahlberg, nonostante il suo passato musicale con i Funky Bunch, non cantò una sola nota. Le potenti performance vocali di Izzy sono opera di due incredibili cantanti: Jeff Scott Soto, noto per la sua collaborazione con Yngwie Malmsteen oltre che per la carriera solista, e soprattutto Miljenko Matijevic, il frontman degli Steelheart, famoso per i suoi acuti stratosferici. All’inizio quasi nessuno sapeva che fosse lui a cantare al posto di Wahlberg. Nel cast c’era anche un giovane Myles Kennedy, nei panni di Thor, un fan degli Steel Dragon, l’unico attore del film a usare la propria voce. La colonna sonora divenne un piccolo cult, un perfetto distillato di tutto ciò che era stato l’hair metal degli anni Ottanta.
Mentre la musica sul palco era un trionfo di potenza, la storia di Izzy si trasformava in un racconto ammonitore. Il suo sogno si rivelò una gabbia dorata. Scoprì di non avere alcuna voce in capitolo sulla direzione artistica. Era un dipendente, un ingranaggio ben pagato in una macchina che esisteva da molto prima di lui. La sua creatività veniva soffocata, le sue idee respinte. Intanto la relazione con Emily, interpretata da Jennifer Aniston, che lo aveva seguito come manager e bussola morale, si sgretolava sotto il peso di un mondo che non apparteneva a nessuno dei due.
L’ironia più crudele si manifesta quando Izzy si rende conto di essere diventato ciò che la sua vecchia band disprezzava: una cover di se stesso, intrappolato in un ruolo che gli sta sempre più stretto. La sua fuga dagli Steel Dragon è una liberazione più che una sconfitta. Lo ritroviamo alla fine del film a Seattle, la culla del grunge, il movimento che aveva spazzato via l’edonismo degli anni Ottanta. Lì, con i capelli corti e vestiti normali, canta la sua musica con una nuova band in un piccolo locale. Ha perso la fama mondiale, in compenso ha ritrovato se stesso.
Il film, diretto da Stephen Herek, uscì nelle sale americane il 7 settembre 2001, appena quattro giorni prima degli attentati dell’11 settembre. Il clima cupo e sospeso che seguì non era certo favorevole a una pellicola che celebrava l’eccesso e la spensieratezza di un’epoca passata. Perfino il singolo We All Die Young, preso dal repertorio degli Steelheart, faticò a trovare spazio in radio per via del titolo. Rock Star si rivelò un flop al botteghino, con poco più di 19 milioni di dollari incassati in tutto il mondo, e ricevette critiche contrastanti. Molti lo liquidarono come una raccolta di cliché sul rock and roll.
Con il passare degli anni, tuttavia, il film ha trovato la sua vera dimensione, diventando un classico di culto amato da musicisti e devoti del metal. Al di là dei pantaloni di pelle e delle acconciature esagerate, Rock Star racconta una verità universale. Parla della differenza tra ammirazione e identità, tra imitare i propri eroi e trovare la propria voce. È la storia di un sogno che, una volta realizzato, si rivela vuoto. Chris doveva diventare Bobby Beers per capire che l’unica cosa che voleva veramente era essere se stesso.
Forse il messaggio più potente del film è proprio questo: il successo si misura dalla sincerità della canzone che canti, più che dagli stadi che riempi. A volte, per scrivere il tuo capolavoro, devi prima avere il coraggio di strappare le pagine di una storia che non ti appartiene.
Fonti: Ultimate Classic Rock; Andrew Revkin (Substack); Sleaze Roxx; American Songwriter; Metal Insider; The Numbers; Music Movies Hoops.




