L’album che cambiò MTV: l’eredità infernale di Shout at the Devil
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Nel 1983 l’heavy metal non era ancora il colosso commerciale che sarebbe diventato. Era una bestia selvaggia, confinata per lo più nei circuiti underground. Poi quattro ragazzi di Los Angeles ricoperti di pelle, trucco e ambizione sfrenata decisero di scatenare l’inferno. Con il loro secondo album, Shout at the Devil, uscito il 26 settembre 1983, i Mötley Crüe crearono un manifesto culturale che avrebbe sconvolto gli anni Ottanta, terrorizzato genitori, indignato benpensanti e definito il suono e l’aspetto di un’intera generazione. Questa è la storia di come hanno evocato quel demone.
La genesi dell’album fu intrisa di una provocazione calcolata. Il bassista e mente della band, Nikki Sixx, era affascinato dall’immaginario oscuro e voleva spingere i limiti il più lontano possibile. Il titolo che propose inizialmente per l’album e la sua traccia omonima era ancora più incendiario: Shout with the Devil. Questa scelta fece scattare l’allarme rosso ai piani alti della loro nuova etichetta, la Elektra Records. Tom Zutaut, l’uomo dell’A&R che li aveva coraggiosamente messi sotto contratto, era terrorizzato ed eccitato allo stesso modo.
È a questo punto che la cronaca della creazione dell’album sfuma nella leggenda, in un racconto che sembra strappato dalle pagine di un grimorio occulto. Zutaut ha raccontato che, recatosi in visita nella casa che Sixx all’epoca condivideva con la chitarrista Lita Ford, fu testimone di un evento che trascendeva la logica del rock’n’roll. Davanti ai suoi occhi, un coltello e una forchetta si sarebbero sollevati da un tavolo per poi schizzare verso l’alto e conficcarsi nel soffitto, come posseduti da una forza invisibile.
Verità o mito? È impossibile dirlo con certezza e forse è proprio questo il punto. Forse la band, flirtando con un’iconografia così potente, aveva davvero aperto una porta che non sapeva come chiudere, evocando energie che andavano oltre la sua comprensione. Forse, invece, si trattava di un’invenzione geniale, un pezzo di teatro rock’n’roll perfettamente congegnato per alimentare la mitologia della band e spaventare i dirigenti dell’etichetta. Qualunque fosse la natura di quell’evento, il suo impatto fu innegabile.
Zutaut, sconvolto, affrontò Sixx, avvertendolo che se avesse continuato su quella strada sarebbe finito male. Sixx, apparentemente convinto di aver attinto inconsapevolmente a qualcosa di malvagio, accettò di cambiare una singola, cruciale parola nel titolo del disco. Shout at the Devil, questa la scelta definitiva, trasformò un presunto atto di adorazione in un atto di sfida. La band poteva mantenere la sua estetica minacciosa e ora aveva una difesa inattaccabile: invece di inneggiare al male, lo stava combattendo. Pubblicamente Sixx offrì una spiegazione più politica. Il diavolo era un simbolo di qualsiasi autorità oppressiva e, in particolare, del presidente Ronald Wilson Reagan, i cui tre nomi di sei lettere ciascuno evocavano il numero 666.
Per convogliare l’energia grezza della band, la Elektra assunse il produttore veterano Tom Werman, noto per il suo lavoro con Ted Nugent e Cheap Trick, che avrebbe poi seguito i Crüe anche nei dischi successivi. Werman capì subito che non poteva porsi come una figura autoritaria in quel tipo di contesto. Si presentò come un collaboratore, il cui unico scopo era aiutarli a realizzare il disco che volevano fare, assicurando alla band che non ci sarebbero stati comportamenti dittatoriali.
Le sessioni ai Cherokee Studios di Hollywood rivelarono le diverse dinamiche all’interno del gruppo. Werman elogiò Mick Mars, definendolo un chitarrista molto sottovalutato, il cui suono martellante e blues divenne la spina dorsale sonora dell’intero lavoro. La performance di Tommy Lee alla batteria fu impeccabile, descritta dal produttore come semplicemente perfetta. La voce di Vince Neil fu invece rafforzata con abili trucchi da studio: per dare più peso al chorus di Bastard, Werman ingaggiò cantanti professionisti per urlare la parola incriminata insieme a Vince. Le sessioni con Nikki Sixx, infine, furono le più complesse. Werman ammise che dovettero lavorare a lungo con lui sulle sue parti di basso, una situazione complicata che diede però risultati straordinari.
Il risultato fu un album oggettivamente pericoloso, affascinante per gli adolescenti e, insieme, abbastanza pulito da poter essere trasmesso in radio. Shout at the Devil fu un’esperienza totale. La copertina originale, un gatefold nero opaco con un pentacolo nero lucido visibile solo inclinando il disco e il titolo in rosso sangue, divenne un’icona di ribellione. A cambiare le regole del gioco, però, fu il video di Looks That Kill.
Con un budget di 75.000 dollari, una cifra enorme per l’epoca, e diciotto ore di riprese, la band creò un mini-film post-apocalittico. La trama era quasi inesistente: i Crüe si esibivano mentre alcune donne erano intrappolate in gabbie, fino a quando una regina guerriera, interpretata dall’attrice Wendy Barry, le liberava. Lo stesso Sixx ammise in seguito di non ricordare nemmeno quale fosse il concept, spiegando che l’unico obiettivo era semplicemente quello di risultare sopra le righe.
Lo furono eccome. Fino a quel momento MTV era dominata da artisti new wave e pop. L’heavy metal era praticamente assente. Un programmatore del network, Steve Schnur, si batté strenuamente per mandare in onda il video, sostenendo che il rock’n’roll era la vera vocazione del canale. Aveva ragione. Looks That Kill esplose: la sua massiccia rotazione trasformò i Mötley Crüe in superstar nazionali e, insieme, sfondò le porte di MTV per un’intera generazione di band metal.
L’album divenne ovviamente il bersaglio perfetto per il Satanic Panic, un’ondata di isteria morale che attraversò l’America degli anni Ottanta. Gruppi religiosi e associazioni di genitori accusarono la band di promuovere il satanismo, organizzando boicottaggi e proteste. Ogni attacco, però, alimentava nuova e imponente pubblicità gratuita. La notorietà raggiunse l’apice quando il brano Bastard fu incluso nella famigerata lista delle Filthy Fifteen del PMRC (Parents Music Resource Center), un comitato guidato da Tipper Gore che chiedeva etichette di avvertimento sui dischi. Essere ufficialmente etichettati come una minaccia per la gioventù americana fu un distintivo d’onore che si tradusse direttamente in vendite e notorietà sempre crescenti.
Shout at the Devil vendette 200.000 copie nelle prime due settimane, raggiungendo la posizione numero 17 della classifica di Billboard. Disco d’oro nel gennaio 1984 e di platino poco dopo, avrebbe ottenuto alla fine quattro dischi di platino. Divenne il modello per il suono, l’aspetto e l’attitudine del glam metal. Fu uno dei primi album metal a conquistare un vasto pubblico femminile, raddoppiando di fatto la base di fan del genere.
Sebbene i Mötley Crüe avrebbero venduto più copie con album successivi come Dr. Feelgood, molti fan e critici considerano Shout at the Devil il loro apice creativo, un momento irripetibile in cui la loro aggressività, l’immaginario oscuro e l’ambizione si fusero in una sintesi perfetta. A più di quarant’anni di distanza, l’album rimane una testimonianza del potere del rock’n’roll nello sfidare le convenzioni. La sua eredità più duratura è forse quella di aver perfezionato la controversia come strumento di marketing. I Mötley Crüe hanno dimostrato che, nell’era della televisione via cavo, l’indignazione poteva essere impacchettata e venduta in modo più efficace della musica stessa, creando un manuale che innumerevoli artisti di svariati stili musicali hanno studiato per i decenni a venire.