Axl Rose su Robert Plant: l’integrità artistica e l’amore per “Big Log”
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Bentornati sul blog. Nel pantheon del rock, poche orbite sembrano più distanti di quelle di Robert Plant e Axl Rose. Da una parte il Dio Dorato che ha rinunciato al suo trono, dall’altra il ribelle che è venuto a reclamarlo. La loro è una storia priva di interazioni dirette, eppure le loro carriere sono legate da un filo invisibile di ammirazione e divergenza filosofica. Oggi entriamo in questo legame inatteso, un racconto che si trova lontano dai riff implacabili e dagli acuti leggendari, nel battito elettronico e solitario di un brano dimenticato.
Per comprendere questa dinamica dobbiamo tornare al 1987. Il panorama musicale è un tripudio di hair metal e arena rock. È un’epoca di eccessi sonori e visivi. In questo scenario Robert Plant si muove come un esule volontario. Ha trascorso il decennio a smantellare la sua stessa statua, allontanandosi dal sound che lo aveva reso immortale per esplorare territori elettronici e new wave. Si tratta di un percorso di decostruzione, un tentativo di evitare di diventare, come affermerà in seguito, un semplice jukebox del proprio passato.
Nel frattempo, tra le strade di Hollywood, a Los Angeles, un giovane dell’Indiana di nome Axl Rose è seduto su una polveriera che sarebbe esplosa nel giro di qualche mese. I Guns N’ Roses hanno da poco pubblicato Appetite for Destruction, un album che ancora non ha conquistato le classifiche e la cui energia grezza è però indiscutibile. La critica inizia a definirli gli eredi naturali dei Led Zeppelin, un paragone tanto lusinghiero quanto limitante. È in questo contesto, durante una conversazione con il giornalista Steve Harris, che Axl offre una prospettiva che nessuno si sarebbe aspettato da un rocker di strada come lui.
Quando gli viene chiesta un’opinione su Robert Plant, Axl lascia da parte la potenza vocale e i classici immortali per articolare un pensiero interessante sulla coerenza artistica. Dalle sue parole emerge l’apprezzamento per un musicista che è andato avanti senza compromettere la sua arte. Con una maturità sorprendente per un venticinquenne, Axl descrive l’evoluzione come una parte naturale della vita di un creatore, paragonando la riluttanza di Plant a rivisitare certi temi a quella di Pete Townshend nel cantare ancora la speranza di morire prima di invecchiare.
Arrivati a questo punto, ecco la rivelazione che illumina la vera natura della sua stima. Ammette di non seguire assiduamente tutta la produzione solista di Plant e, insieme, di nutrire per essa una profonda considerazione. Più che di fanatismo, si tratta di un’affinità elettiva legata a un principio. In quel momento Axl sta costruendo la propria bussola morale, dichiarando che anche lui, come Plant, preferirebbe la fame piuttosto che piegarsi alle logiche del successo. Infine indica il brano che, per lui, incarna tutto questo: Big Log, una canzone che dice di apprezzare e di rispettare profondamente, perché in essa Plant resta fedele a se stesso, senza scendere a compromessi.
Fermiamoci un attimo. Big Log è un singolo del 1983, tratto dall’album solista The Principle of Moments, al quale collaborò anche Phil Collins. Fu il primo vero successo solista di Plant, undicesimo nella classifica britannica e ventesimo negli Stati Uniti. Si tratta di una traccia notturna, quasi letargica, costruita su una drum machine e tappeti di sintetizzatori. Il testo evoca autostrade e solitudine: l’antitesi di tutto ciò che i Guns N’ Roses rappresentano a inizio carriera.
Questa scelta è molto più di un dettaglio: è il cuore del discorso. Abbracciando Big Log, Axl dimostra una comprensione sofisticata del percorso di Plant. Più che celebrare l’icona del rock che domina il palco, rende omaggio all’autore che ha avuto l’audacia di sussurrare in uno studio, esplorando un territorio vulnerabile e inaspettato. Sta lodando l’uomo che ha osato abbandonare una formula vincente per inseguire un’onestà differente. In quel suono pacato e digitale Axl percepisce un atto di coraggio, altro che tradimento. Vede un musicista che si rifiuta di diventare una parodia di se stesso, la medesima battaglia che lui stesso avrebbe intrapreso negli anni a venire.
La storia, come spesso accade, si chiude con una nota ironica. Decenni dopo, in un’intervista del 2025, Robert Plant, descrivendo il suo progetto acustico Saving Grace, ha tracciato una linea netta per la sua direzione artistica, spiegando di voler fare molta attenzione perché il progetto resti più vicino a Bert Jansch che ad Axl Rose. In questa frase il nome di Axl è tutt’altro che un’offesa: è il simbolo di quel mondo da stadio da cui Plant ha passato una vita ad allontanarsi.
Senza saperlo, stava completando un cerchio. Entrambi, su sentieri opposti, lottavano per lo stesso ideale: il diritto di definire la propria arte, senza concessioni. Axl Rose, nel 1987, aveva visto in Robert Plant un modello per la trasformazione presente più che per la gloria passata. In Big Log aveva trovato la colonna sonora perfetta.
Il vero filo che unisce questi due giganti va cercato oltre il volume delle loro voci e la vastità dei loro palchi. Si trova in quello spirito indomabile, in quella feroce protezione della propria visione creativa. Un principio che un giovane rocker nativo dell’Indiana riconobbe nel pulsare elettronico di una canzone su una strada deserta, ben lontano da qualsiasi inno da arena.