L’omaggio di Alice Cooper a Dario Argento

Illustrazione di Alice Cooper e Dario Argento seduti viciniOggi scaveremo in profondità, in un territorio dove il rock più teatrale incontra il cinema più spaventoso. Parleremo di due maestri del macabro, due icone che, pur operando in campi diversi, condividono un’anima oscura e un’estetica inconfondibile. Da una parte il Padrino dello Shock Rock, l’uomo che ha trasformato il palco in un teatro degli orrori: Alice Cooper. Dall’altra il maestro italiano del brivido, il regista che ha dipinto i nostri incubi con i colori del sangue: Dario Argento. Esploreremo il filo rosso, anzi, rosso sangue, che li lega.

Prima di addentrarci nelle tenebre più profonde, partiamo da una base solida: Alice Cooper, all’anagrafe Vincent Damon Furnier, è una leggenda vivente. Con oltre cinquant’anni di carriera e milioni di album venduti, ha inventato un genere, lo shock rock, mescolando hard rock, glam e un’estetica horror presa di peso dal Grand Guignol e dai B-movie. Ghigliottine, serpenti, sangue finto: il suo show è uno psicodramma rock che ha influenzato generazioni di artisti, da King Diamond a Marilyn Manson.

C’è però un lato di questo cattivo del rock che forse non tutti conoscono: il suo profondo e sincero legame con l’Italia. Lontano dal solito apprezzamento di circostanza, Cooper ha descritto il nostro paese come il posto preferito da visitare, un sentimento che va oltre il palco. Alice ha infatti raccontato di frequentare spesso l’Italia, in particolare Milano, anche per motivi personali: la sorella di sua moglie Sheryl, a sua volta ex prima ballerina, dirige una compagnia di balletto in città. Ci torna almeno due o tre volte l’anno e dice di conoscere Milano molto bene.

La sua è anche una lucida analisi dell’evoluzione culturale del nostro paese. Ha notato come, con il passare degli anni, il gusto musicale della penisola si sia gradualmente trasformato. Se un tempo era dominato dalla dance music, oggi il pubblico si è orientato verso il rock e il metal. Il pubblico italiano? Dopo un concerto a Bologna, Alice ha descritto i fan come incredibilmente coinvolti, carichi di energia e capaci di cantare ogni singola parola, confermando il suo amore per le esibizioni italiane.

Questo affetto costante per la nostra cultura e la nostra gente è tutt’altro che superficiale. È un legame costruito su visite frequenti, connessioni familiari e un’attenta osservazione. È proprio questa sensibilità culturale ad averlo portato ad apprezzare uno dei più grandi e oscuri tesori del nostro cinema.

Eccoci al cuore della nostra storia. Alice Cooper è molto più di un estimatore del cinema horror: è un vero e proprio intenditore. Già nel 1991 citava Suspiria, il capolavoro di Argento del 1977, come il miglior film del regista. Anni dopo lo ha inserito di nuovo tra i suoi horror preferiti in assoluto. Lungi dall’essere un’ammirazione passeggera o un’infatuazione, la sua analisi del film è acuta e quasi accademica. Ha descritto Suspiria come un film semplicemente inquietante. La sua genialità, secondo Cooper, risiede in un dettaglio fondamentale che rivela una profonda affinità artistica tra i due.

Il concetto chiave è quello del mostro invisibile. Alice ha elaborato una vera e propria filosofia del terrore: in Suspiria il mostro non si vede mai ed è questo a renderlo inquietante, perché secondo lui i film horror davvero riusciti sono quelli in cui il mostro resta nascosto. Pensateci. Il cinema di Argento si basa proprio su questo. L’assassino è una presenza, un paio di guanti neri, un respiro, il riflesso di una lama. La paura nasce da ciò che non vedi, dalla tensione, dall’attesa, dal non sapere.

Ora pensate al personaggio Alice Cooper sul palco. Più che un mostro letterale o un demone con le corna, è un cattivo, un Dracula del rock, un narratore macabro che esplora gli abissi dell’animo umano. L’orrore che mette in scena è psicologico, teatrale. È la rappresentazione delle nostre paure più recondite: la follia, la morte, la perdita di controllo. Proprio come in un film di Argento, il vero mostro è dentro di noi, è invisibile.

Questa affinità elettiva, questa comune comprensione ed elaborazione della paura, spiega l’ammirazione di Cooper per il regista italiano. Per lui Suspiria resta il vertice del cinema di Argento. È il riconoscimento di un maestro verso un altro maestro, due anime affini che hanno capito che l’orrore più efficace si suggerisce, senza bisogno di mostrarlo.

Questo legame spirituale diventa quasi una collaborazione involontaria negli anni Ottanta, il decennio in cui il confine tra heavy metal e cinema horror si dissolve completamente. Mentre Alice Cooper, dopo un periodo non particolarmente positivo, rinasceva dalle sue ceneri abbracciando sonorità più dure e legando il suo nome a film iconici come Venerdì 13 parte VI: Jason vive con la sua He’s Back (The Man Behind the Mask), Dario Argento compiva il percorso inverso, portando l’heavy metal all’interno delle sue pellicole.

Il regista, che già negli anni Settanta aveva rivoluzionato le colonne sonore usando il rock progressivo dei Goblin, negli anni Ottanta apre le porte all’heavy metal. In film come Phenomena (1985) le scene più adrenaliniche sono scandite dalle chitarre taglienti degli Iron Maiden con Flash of the Blade e dalla furia dei Motörhead con Locomotive. Anche in Opera (1987) il metal torna a farsi sentire con la sua carica dirompente. Più che una scelta casuale o di moda, fu una dichiarazione d’intenti. Argento capì che l’energia, l’aggressività e l’estetica dell’heavy metal erano il linguaggio perfetto per il suo cinema.

In quel preciso momento storico, Alice stava portando il suo personaggio horror nelle sonorità dure e Dario Argento stava iniettando il suono del metal nel suo mondo horror. Erano le due facce della stessa, maledetta medaglia. Due pionieri che, da sponde diverse dell’oceano, stavano definendo una nuova estetica del macabro, unendo per sempre il suono del rock più duro con le immagini della paura più profonda.

Così il cerchio si chiude. Un rocker di Detroit, con un amore viscerale per l’Italia, riconosce in un regista romano un fratello di sangue artistico, un genio capace di maneggiare la paura con la stessa maestria con cui lui maneggia il palco. Un legame basato su qualcosa di più profondo di una collaborazione diretta: una visione condivisa dell’arte e dell’orrore. Benvenuti nel loro incubo.

Fonti: Rockol; Elisa Russo; Far Out; Rolling Stone Italia; RAW (Alice Cooper eChive).

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