La genesi di “Unholy”: quando Gene Simmons trascinò i Kiss nell’oscurità
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Nei primi anni Novanta il mondo della musica stava cambiando pelle. Il vento di Seattle, con il suo carico di flanella e suoni cupi, aveva spazzato via gli eccessi e i colori sgargianti del decennio precedente. In questo scenario molte band si trovarono a un bivio: adattarsi o soccombere. Per i Kiss, sopravvissuti alla disco music, ai concept album e a un decennio senza il loro iconico trucco, la scelta fu quella di combattere il fuoco con il fuoco. Il risultato fu Revenge, album del 1992 che rappresenta forse il punto di massima pesantezza sonora della loro scintillante carriera.
Dietro a quella che sembrava una rinascita compatta e aggressiva si celava però una tensione interna, un dualismo incarnato dai due leader storici: da una parte un Gene Simmons rinvigorito e pronto a spingere sull’acceleratore del metal, dall’altra un Paul Stanley perplesso, quasi un passeggero riluttante su un treno lanciato a tutta velocità verso l’oscurità.
Dopo il sound più levigato di Hot in the Shade, i Kiss avevano bisogno di un pugno nello stomaco, sia per loro stessi che per il pubblico. L’aria era satura del suono di band come Metallica e Alice in Chains. Fu Gene Simmons a intercettare questo cambiamento. Il Demone si sentiva a casa tra le nuove sonorità tenebrose e pesanti: l’attitudine nichilista e la ricerca di un suono più grezzo e potente erano un’estensione naturale del suo personaggio. Gene si immerse completamente nelle nuove tendenze oscure del rock, attratto dalla loro tinta nera e avvolgente, che si sposava perfettamente con le accordature ribassate tipiche di quel periodo.
La scelta di richiamare il produttore Bob Ezrin, già artefice del capolavoro Destroyer e del controverso Music from “The Elder”, fu una dichiarazione d’intenti. Serviva qualcuno in grado di tirare fuori il lato più epico e ombroso della band. Il risultato fu un album compatto, un muro di suono dominato dalle chitarre di Bruce Kulick e dalla batteria potente del nuovo arrivato Eric Singer, che si era accollato il pesante fardello di sostituire il compianto Eric Carr, a cui l’album è dedicato. Il primo singolo, Unholy, fu la sintesi perfetta di questa nuova rotta: un brano cantato da Simmons, oscuro, minaccioso, con un riff quasi thrash metal. Era un suono che i fan non sentivano dai tempi di Creatures of the Night, elevato a una potenza ancora maggiore.
Se Gene Simmons era il motore di questa trasformazione, Paul Stanley ne era il freno a mano tirato a metà. Lo Starchild, l’anima più rock’n’roll e melodica della band, non era particolarmente a suo agio in abiti così scuri. Paul non era quindi così sicuro della direzione intrapresa, raccontano le cronache di quel periodo: non amava le camicie di flanella e tutto ciò che ne derivava. Per Stanley i Kiss erano sempre stati una celebrazione della vita, un inno alla festa e all’eccesso positivo. La nuova direzione, così cupa e arrabbiata, rischiava di snaturare l’essenza stessa della band.
Questa esitazione divenne palese con il videoclip di Unholy, sbarcato su MTV il 18 aprile 1992. Diretto da Paul Rachman con un’estetica volutamente disturbante, il video presentava toni seppia, bambini inquietanti, simbologie esoteriche e un’atmosfera da film horror. Per Gene, che seguì le riprese fino all’ultima inquadratura, era la perfezione, la traduzione visiva del suo brano. Paul fornì un contributo costruttivo, chiedendo per esempio di eliminare un’inquadratura di Gene da solo perché, a suo dire, il pubblico doveva vedere Gene Simmons e non Ozzy Osbourne. Non abbracciò però il progetto con lo stesso entusiasmo, in linea con la sua preferenza per un’immagine più dinamica e positiva.
L’idea di presentare i Kiss come metallari puri, sporchi e cattivi cozzava con l’immagine di rockstar festaiole che lui sentiva più autentica. Accettò, a quanto pare, per dare a Gene il suo momento, per permettergli di essere il protagonista di quel nuovo capitolo. La sua insoddisfazione era comunque palpabile. Era un compromesso necessario per la sopravvivenza della band, eppure lasciava intravedere una frattura nella visione comune che li aveva sempre uniti.
Il culmine di questa strana alchimia creativa fu la collaborazione, quasi surreale, con l’ex chitarrista Vinnie Vincent, allontanato dalla band nel 1984. Richiamato per contribuire al songwriting, Vincent portò con sé il suo tocco tecnico e aggressivo, co-firmando tre brani: la stessa Unholy, Heart of Chrome e I Just Wanna. Fu una tregua armata, un’alleanza di convenienza che, pur producendo risultati musicali eccellenti, si sarebbe conclusa, prevedibilmente, con nuove liti e una causa legale intentata da Vincent e da lui persa.
In definitiva, Revenge rimane un capitolo affascinante e complesso nella storia dei Kiss. Un album potentissimo, che riuscì nell’intento di riposizionare la band nel panorama musicale degli anni Novanta e che, insieme, più di ogni altro mise in scena la dualità tra i suoi due leader. Da una parte la furia metal di un Demone che aveva trovato una nuova giovinezza nell’oscurità, dall’altra le riserve di uno Starchild che guardava con sospetto a un’immagine che non sentiva sua. Fu la loro capacità di far convivere queste due anime a rendere Revenge un album di successo, una vendetta servita fredda, con un retrogusto di amaro disaccordo.