Ci sono notizie che non vorresti mai e poi mai ricevere. Quella della scomparsa di Ace Frehley, morto il 16 ottobre 2025 a 74 anni, è una di queste. Ace è stato un pezzo della nostra formazione che se ne va, la fine di un’era che, in fondo al cuore, pensavamo non dovesse terminare mai. Quando ho saputo che lo Spaceman originale dei Kiss ci aveva lasciati, il mio primo pensiero non è andato a una copertina o a un poster. È andato a un divano, a casa mia, nei primissimi anni Ottanta.
La sua scomparsa mi colpisce nel profondo. Oggi, più che mai, sento il bisogno genuino di raccontare chi era e, insieme, come la sua figura, la sua eredità, si sia intrecciata alla mia vita in due momenti molto diversi: prima come un mistero alieno, poi come un padrino del rock, grazie agli Skid Row.
Parliamo dell’inizio degli anni Ottanta. Io ero solo un bambino taciturno di circa sette anni. Un giorno a casa si presentò una parente di mia nonna. Era una ragazza sui vent’anni e ricordo che la guardai subito con curiosità per il suo modo di vestire: la giacca di pelle, le calze a rete, un look audace per l’epoca. Altro che visita di cortesia: era ospite da noi perché desiderava andare a un concerto in città. Quel concerto era dei Kiss a Milano.
Ricordo la sua grande eccitazione nei confronti di questa band. Bisogna però contestualizzare: in quel periodo io ascoltavo tutt’altro, cose come il pop radiofonico e il cantautorato italiano. Per me i Kiss erano ancora qualcosa di confuso, li conoscevo solo per qualche foto. Ero attratto da altre cose, i miei giocattoli e i cartoni animati. Proprio per questo, l’idea che qualcuno andasse veramente a vederli dal vivo mi sembrava un atto di coraggio estremo, un mondo nuovo. Lei, invece, parlava di quell’evento come di un pellegrinaggio indispensabile.
All’epoca non sapevo che si trattava del tour di Unmasked, approdato al Velodromo Vigorelli il 2 settembre 1980. Dietro i tamburi non c’era più Peter Criss, sostituito da Eric Carr. Per Ace sarebbe stato l’ultimo tour con i Kiss prima della reunion degli anni Novanta. Quella ragazza, con i suoi racconti e la sua devozione, ha piantato un seme, ne sono sicuro. Ha portato l’energia di Ace e dei Kiss nella mia vita. Per anni Ace è rimasto quello: una figura mitologica e particolarmente magnetica, misteriosa, legata a un ricordo d’infanzia. Poi arrivò la fine del decennio.
Facciamo un salto temporale. Siamo nel pieno della transizione tra il 1989 e il 1993. L’hard rock si era trasformato, l’estetica patinata del glam stava lasciando il posto a un suono più cattivo, più sporco. Io, ormai adolescente, stavo forgiando la mia identità musicale. La mia colonna sonora era cambiata: c’erano i Guns N’ Roses, i Mötley Crüe e, soprattutto, gli Skid Row. La mia fonte di informazione principale era fatta di VHS di importazione e della storica Videomusic, perché Internet non era ancora entrato nelle nostre case.
Fu in quel periodo che misi le mani sui loro nastri video ufficiali: Oh Say Can You Scream (del 1990) e Roadkill (del 1993). Li guardai compulsivamente, probabilmente centinaia e centinaia di volte, fino a consumarli e ricomprarli. Fu proprio in quei fotogrammi di vita on the road, tra filmati dal vivo e follie nel backstage, che una figura familiare eppure fuori contesto ricomparve inaspettatamente. Era Ace.
Non indossava più la tuta spaziale. Aveva un look più vicino a quello dei suoi Frehley’s Comet: giacche di pelle, capelli più selvaggi, con la stessa identica, inconfondibile Les Paul e quella sua presenza scenica unica, carica di autorevolezza e carisma magnetico. La domanda era: cosa ci faceva quel chitarrista che avevo intravisto a sette anni, l’alieno dei Kiss, a far festa con Sebastian Bach, Rachel Bolan e Snake Sabo, i miei nuovi idoli arrivati dal New Jersey?
Quello che stavo vedendo su quelle VHS era tutt’altro che un incontro casuale. Era un vero e proprio passaggio di consegne, un’alleanza che molti all’epoca non capirono pienamente e che oggi ci appare in tutta la sua grandezza. Il legame tra Ace e gli Skid Row si era già stretto tra le pareti di uno studio di registrazione. Nell’ottobre del 1989 Ace Frehley era tornato con un album solista intitolato Trouble Walkin’. Chi aveva chiamato a dargli manforte? Proprio i ragazzi che stavano conquistando il mondo con il loro debutto omonimo.
Sebastian Bach prestò la sua voce potente a Back to School, dove Snake e Rachel lo affiancarono nei cori. Più che un semplice favore, per gli Skid Row quella fu un’investitura, la benedizione del loro eroe. Ace era proprio il motivo per cui molti di loro avevano imbracciato una chitarra. Avere l’opportunità di incontrarlo e perfino di suonare sul suo disco significava chiudere un cerchio.
Furono però le esibizioni dal vivo, quelle che finirono sulle mie videocassette, a rendere tutto leggendario. C’è un filmato famosissimo, girato per Headbangers Ball, in cui Ace sale sul palco con gli Skid Row. Partono le note di Cold Gin, un classico dei Kiss scritto interamente da lui. La scena si ripeté il 12 giugno 1992 proprio in New Jersey, con i Pantera a completare la festa. Vederlo suonare con l’energia pura degli Skid Row, con Sebastian che urlava le parole con un misto di rabbia e venerazione, fu una rivelazione.
In quel momento Ace era molto più di un ricordo degli anni Settanta. Era rilevante. Era eterno. Gli Skid Row, all’apice della loro esposizione, calcavano quel palco per dire al mondo che, se suonavano così, il merito era suo. È qui che sfioriamo la vera eredità di Ace Frehley, quel qualcosa di unico che gli Skid Row avevano compreso fino in fondo.
Il genio di Ace era lontano dall’esibizionismo tecnico. Non era Eddie Van Halen o Yngwie Malmsteen e non gli interessava esserlo. Il suo valore era più profondo: risiedeva nel feel. Era un chitarrista sporco e toccante, cresciuto nel Bronx. I suoi assoli erano memorabili perché si potevano cantare. Erano pennellate cariche di sentimento, melodie dentro la melodia, come in Shock Me e Detroit Rock City. Aveva un vibrato unico, quel modo di strattonare le note che era solo suo, inimitabile.
Snake ha sempre respirato quel tipo di approccio allo strumento. Meno fronzoli, più attitudine punk e blues. La connessione tra loro era stilistica, spirituale, prima ancora che personale. Ace ha insegnato a un’intera generazione che per essere un guitar hero non serviva essere il più veloce. Serviva avere qualcosa da dire. Serviva avere un’anima, un suono riconoscibile e, se possibile, un pickup fumante.
Oggi ripenso a quella ragazza, parente della famiglia di mia nonna, che partì per Milano nel 1980 per vedere i Kiss. Ripenso alle VHS degli Skid Row consumate un decennio dopo e capisco di aver assistito a due atti della stessa, incredibile storia. La prima volta Ace era una rivelazione ancora poco chiara. La seconda, grazie al rispetto e all’ammirazione degli Skid Row, era diventato reale: un musicista immenso che suonava un rock rumoroso con i suoi fan diventati collaboratori.
Ace Frehley ci ha lasciati e lascia un vuoto incolmabile nell’universo del rock. Ci ha mostrato che si può essere un alieno, un eroe di strada e una leggenda, tutto nella stessa vita. Ci mancherai, Spaceman.
Fonti: Ultimate Classic Rock; Kissfanshop; Sleaze Roxx; Pantera.com.




