Doug Aldrich: la scelta impossibile. Da Dio ai Whitesnake

Doug Aldrich con la chitarra sul palco
Foto di frytzsdmf
Ci sono lavori difficili. Poi c’è il lavoro di chitarrista solista nei Whitesnake. È un’arma a doppio taglio. Da un lato è uno dei palchi più prestigiosi dell’hard rock, dall’altro sei condannato a vivere all’ombra di giganti. La storia della band di David Coverdale è lastricata di chitarristi iconici: Micky Moody, Bernie Marsden, John Sykes, Adrian Vandenberg, Steve Vai, Vivian Campbell… Ognuno ha definito un’era. Cosa succede, allora, quando all’alba del nuovo millennio Coverdale decide di rimettere in moto la macchina per creare ancora, oltre che per un tour nostalgico? Aveva bisogno di più di un virtuoso. Aveva bisogno di un partner. Nel 2003 quel partner prese il nome e il volto di Doug Aldrich. Il suo ingresso nella band fu l’inizio di una delle collaborazioni più stabili, prolifiche e sottovalutate della carriera di Coverdale. Per undici anni Aldrich è stato molto più del chitarrista dei Whitesnake: è stato il copilota. Questa è la storia di quell’intesa.

Per capire l’importanza di Aldrich dobbiamo inquadrare bene il momento. All’inizio degli anni 2000 David Coverdale stava valutando diverse opzioni. Il suo nome era ancora leggendario, anche se l’hard rock non era più il re delle classifiche. Coverdale aveva bisogno di un chitarrista che potesse, con credibilità, suonare i classici di Slide It In e 1987, possedendo anche il fuoco e le idee per scrivere materiale nuovo che non suonasse come una parodia del passato. Doug Aldrich, all’epoca, era già impegnato in un progetto tutt’altro che qualunque: era il chitarrista di Ronnie James Dio.

Nel mondo del metal, suonare con Dio è un sigillo di garanzia. Aldrich aveva registrato l’eccellente Killing the Dragon (2002), dimostrando di unire alla tecnica un profondo feeling blues rock che si sposava perfettamente con la potenza del metal. Lui stesso, anni dopo, ha riconosciuto il debito: se non fosse stato per Ronnie, probabilmente il posto nei Whitesnake non l’avrebbe mai ottenuto. La leggenda narra che l’incontro fatale avvenne mentre Dio e i Whitesnake erano in tour insieme. Coverdale vide Aldrich suonare e capì. Sentì quel misto di aggressività e melodia, quella padronanza del vibrato e quel suono grosso che mancava alla sua musica da tempo.

Coverdale fece la sua offerta e mise Aldrich di fronte a una scelta straziante: restare al fianco del padrino dell’heavy metal o accettare la sfida di diventare il braccio destro del dio del sesso e dell’hard rock. Il nodo arrivò con il calendario dell’estate del 2003. Aldrich si era già impegnato per il tour dei Whitesnake quando Dio gli annunciò che la band avrebbe aperto per gli Iron Maiden. Con un misto di coraggio e incoscienza, scelse la Serpe Bianca. Fu una decisione che Ronnie James Dio non prese affatto bene: secondo il racconto dello stesso Aldrich, mise fine alla sessione di scrittura in corso e lo mise alla porta senza tanti complimenti. Quella scelta cambiò il corso dei successivi undici anni di storia del rock.

Molti chitarristi passati dai Whitesnake erano stati hired guns, esecutori stellari. Aldrich divenne qualcos’altro: una punta di diamante. Al suo fianco, per tutto quel periodo, c’era Reb Beach, con cui formò una coppia di chitarre affiatata come poche nella storia della band. David Coverdale non cercava un chitarrista super tecnico, quelli li aveva già avuti. Cercava un partner di scrittura, qualcuno che potesse sedersi con lui e una chitarra acustica e costruire un brano da zero. Qualcuno che comprendesse pienamente le radici blues, ancora fondamentali per la band.

Aldrich portò con sé la sua arma preferita: la Gibson Les Paul. Questo dettaglio non è secondario. Dopo un decennio dominato dalle superstrat, chitarre più affilate e spesso dotate di ponte mobile, il ritorno al suono massiccio, caldo e pesante della Les Paul fu una dichiarazione d’intenti. Segnalava un ritorno al rock viscerale degli anni Settanta, un ponte ideale tra la potenza degli anni Ottanta e i primi Whitesnake, quelli di Ready an’ Willing.

La chimica tra i due fu immediata. Coverdale, notoriamente esigente, trovò in Aldrich un musicista privo di ego smisurato, un lavoratore instancabile e, soprattutto, una fonte inesauribile di riff. Aldrich non aveva paura di andarci giù duro, di suonare heavy, pur sapendo sempre quando fare un passo indietro per far brillare la melodia vocale di Coverdale. La prova di questa intesa si trova nelle esibizioni dal vivo, dove Aldrich dominava il palco con un carisma e un’attitudine incredibili. La vera eredità di questa formazione, però, sono gli album.

Per anni i fan si erano chiesti se i Whitesnake avrebbero mai pubblicato un altro grande album in studio. La spinta, curiosamente, arrivò proprio da Dio. Nel 2005 Aldrich tornò a suonare con lui per alcune date europee e Coverdale lo chiamò: gli era giunta voce che fosse di nuovo con Ronnie, qualcuno diceva a tempo pieno. Invece di arrabbiarsi, gli propose di mettersi a scrivere musica nuova insieme, per tenere viva la band. La risposta arrivò nel 2008 con Good to Be Bad.

L’album fu un colpo da maestro. Lontano dal tentativo di replicare 1987, era un disco maturo, potente, intriso di blues e con un suono muscolare. I riff di Aldrich in brani come Best Years o la stessa Good to Be Bad erano pesanti come il granito, eppure dolcemente melodici. La sua penna, presente in quasi tutto l’album, si dimostrò versatile, capace di creare ballate epiche come Summer Rain e assalti hard rock come Got What You Need. Tre anni dopo, nel 2011, il binomio si ripeté con Forevermore. Un album forse ancora più profondo e coeso, che consolidò la loro partnership. Brani come Love Will Set You Free e l’epica Forevermore mostravano una band in stato di grazia. Aldrich non era più il nuovo chitarrista: era semplicemente il chitarrista dei Whitesnake. Insieme, Coverdale e Aldrich avevano fatto la quadratura del cerchio, creando musica nuova e rilevante, capace di camminare a testa alta accanto ai classici immortali.

Nel maggio 2014 la notizia arrivò come un fulmine a ciel sereno, anche se nel rock i cieli sereni durano poco: Doug Aldrich lasciava i Whitesnake. A differenza di molte separazioni nel rock, questa fu straordinariamente amichevole e professionale. Non ci furono drammi né accuse pubbliche. Aldrich spiegò in seguito che, mentre suonava a Las Vegas nello spettacolo Raiding the Rock Vault, aveva capito di voler passare più tempo con il figlio. Coverdale lo voleva di nuovo a tempo pieno e subito, lui aveva bisogno di un po’ più di flessibilità. Aldrich ha ricordato che anni prima lo stesso Coverdale aveva messo in pausa i Whitesnake quando suo figlio era piccolo: anche per questo la decisione fu più facile da accettare.

Coverdale, pur dispiaciuto, comprese. Il loro era stato un sodalizio creativo intenso, durato undici anni, un’eternità per gli standard dei Whitesnake. Aldrich non restò fermo a lungo: arrivarono il supergruppo Revolution Saints, con il primo album nel 2015, poi dal 2016 i Dead Daisies, senza mai abbandonare i Burning Rain, la band che aveva fondato nel 1998 con il cantante Keith St. John. Doug Aldrich ha lasciato un’eredità fondamentale. Oltre a essere uno dei chitarristi più longevi nella storia della band, è stato l’uomo che ha dato a David Coverdale la fiducia e il materiale per tornare a essere il leader di una band creativa e rilevante. Ha fornito la spina dorsale, i riff e l’entusiasmo che hanno alimentato la rinascita dei Whitesnake nel ventunesimo secolo.

Fonti: Blabbermouth; BraveWords; Louder.

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