Whitesnake: la serpe bianca si ritira. David Coverdale saluta per sempre
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A volte speriamo che le leggende siano immortali. La realtà, alla fine, presenta sempre il conto. Così quella notizia che aleggiava nell’aria come un riff sospeso, quel timore che ogni fan dei Whitesnake covava dal 2022, è diventata purtroppo certezza: David Coverdale si ritira. Niente tour d’addio finale, niente ultimo colpo di coda. La conferma è arrivata ieri, 13 novembre 2025, tramite un videomessaggio (presente a fine articolo) tanto elegante quanto intenso. A 74 anni l’uomo che ha definito l’estetica e la voce dell’hard rock sensuale ha annunciato che per lui è arrivato il momento di appendere al chiodo le scarpe con la zeppa del rock ‘n’ roll, insieme ai jeans attillati.
È un addio che suona diverso da molti altri. Non c’è dramma, solo la presa di coscienza del tempo che passa. Nel suo messaggio Coverdale ha ringraziato tutti, i musicisti, la crew, la famiglia e naturalmente i fan, che lo hanno accompagnato in un incredibile viaggio durato cinquant’anni. Per chi sperava ancora di vederlo sul palco è la fine di un’illusione. Il tour d’addio del 2022 era stato interrotto bruscamente. All’epoca si parlò di una persistente infezione ai seni nasali e alla trachea, che non voleva andarsene. A questa si sono aggiunte, nel 2023, le lesioni a entrambe le cuffie dei rotatori dopo una caduta. Oggi sappiamo che il concerto del 23 giugno 2022 all’Hellfest, in Francia, è stato a tutti gli effetti l’ultimo dei Whitesnake.
Perché l’addio di Coverdale pesa come un macigno sulla storia del rock? Per capirlo non basta guardare gli ultimi anni. Bisogna riavvolgere il nastro fino a un negozio di vestiti, all’inizio degli anni Settanta. La sua è una di quelle storie che sembrano scritte a Hollywood. 1973: i Deep Purple sono, letteralmente, la band più grande del pianeta, però sono anche una polveriera. Ian Gillan se n’è andato. Serve un nuovo cantante.
A Redcar, un giovane commesso della boutique Stride In Style di nome David Coverdale, che la sera canta il blues nei pub fumosi, legge durante la pausa pranzo l’annuncio su Melody Maker. Con più audacia che speranza spedisce una demo, accompagnata da una sua foto da boy scout. È registrata male, tanto che Ian Paice la giudicherà terribile, eppure in quella cassetta c’è qualcosa. C’è una voce che, più che urlare, ruggisce: un baritono caldo, potente, che sa di soul e di notti bagnate dal whisky. Ritchie Blackmore e compagni ascoltano e capiscono. Dopo l’audizione di agosto lo sconosciuto Coverdale viene catapultato dall’anonimato al centro del palco più importante del mondo.
Il battesimo del fuoco è Burn, registrato a Montreux nel novembre 1973 e pubblicato nel febbraio del 1974. Un trionfo. La Mark III dei Deep Purple, con la doppia voce di Coverdale e Glenn Hughes, è una macchina da guerra che fonde l’hard rock con il funk. Seguono Stormbringer e, dopo l’addio di Blackmore, Come Taste the Band, anche se la magia si sta esaurendo. Nel 1976 i Deep Purple si sciolgono. Si dice sia stato proprio Coverdale, in lacrime, a dire a Jon Lord che non c’era più una band.
Dopo lo shock, Coverdale si ritira, lecca le ferite e riparte da solo. Pubblica due album solisti, White Snake nel 1977 e Northwinds nel 1978. Sono lavori intimi, pieni di blues. Quel nome, White Snake, serpente bianco, gli piace però al punto da diventare il nome di una band. La prima incarnazione dei Whitesnake è un affare tutto britannico. È un rock sanguigno, onesto, che poggia i piedi saldamente nel blues. Album come Lovehunter del 1979 e Come an’ Get It del 1981 li consacrano in Europa e in Giappone. Coverdale è un frontman superbo, con un suono ancora ancorato agli anni Settanta. Poi, con Saints & Sinners del 1982, scrive due canzoni che, senza saperlo, contengono il suo futuro: Crying in the Rain e Here I Go Again.
Il mercato americano, però, rimane sordo al suo blues rock. Coverdale decide che, per sopravvivere, deve cambiare pelle. Con John Sykes, chitarrista virtuoso dal look perfetto per MTV, e con la Geffen Records, che nel 1985 lo mette sotto contratto per il Nord America con David Geffen e John Kalodner decisi a puntare sulle radio FM americane, rivoluziona la band e il suono. La gestazione dell’album successivo è lunga e travagliata: quattordici mesi di lavoro in cinque studi di tre paesi. Nella primavera del 1986 una grave infezione ai seni nasali costringe Coverdale a un intervento chirurgico e a sei mesi di riabilitazione senza cantare, mettendo a rischio la sua carriera. Nel frattempo Sykes, coautore di tutti i brani nuovi, rifinisce le chitarre.
Il risultato è l’album omonimo del 1987. Una bomba atomica. Coverdale prende le sue vecchie canzoni e le trasforma in inni da arena. Il suono è affilato come un rasoio, patinato, potente. Crying in the Rain diventa un’epopea heavy metal e Here I Go Again, reincisa e levigata, diventa l’inno di una generazione, fino al primo posto della Billboard Hot 100. Il successo è cementato da tre video che definiscono un’epoca. Still of the Night è un concentrato di hard rock ed estetica gotica, il clip più richiesto su MTV al momento dell’uscita. Is This Love è la power ballad perfetta. Here I Go Again, con l’attrice Tawny Kitaen, futura moglie del cantante, che danza sui cofani di due Jaguar, diventa il simbolo stesso degli anni Ottanta.
I vecchi fan puristi del blues forse storcono il naso, intanto Coverdale ha conquistato il mondo. L’album ottiene otto dischi di platino negli Stati Uniti. È diventato la rockstar per eccellenza. Poi il mondo cambia. Il grunge oscura gli eroi degli anni Ottanta. Slip of the Tongue del 1989, con il funambolico Steve Vai alla chitarra, è il canto del cigno di quell’era. Negli anni Novanta Coverdale si concede un progetto che fa sognare i fan: Coverdale/Page del 1993, disco di platino che unisce la sua voce alla chitarra di Jimmy Page dei Led Zeppelin.
Dopo anni di silenzio riforma i Whitesnake. Lontana dalla macchina da classifica degli anni Ottanta, è una band matura, potente, che torna a suonare per il piacere di farlo. Con musicisti incredibili come Doug Aldrich e Reb Beach pubblica album solidi come Good to Be Bad e Forevermore e omaggia le sue radici con The Purple Album, rileggendo i classici dei Deep Purple. Nel 2016 entra nella Rock and Roll Hall of Fame proprio come membro dei Deep Purple. Fino all’ultimo tour. Fino all’ultimo stop forzato. Fino all’annuncio di ieri.
Cosa ci lascia David Coverdale? Ci lascia una voce che sapeva essere vellutata e abrasiva nello stesso respiro. Ci lascia l’archetipo del frontman: oltre che un cantante, un performer totale, un domatore di folle armato solo di un’asta del microfono e di un carisma magnetico. Ci lascia, soprattutto, l’uomo che ha convinto il mondo che il blues poteva riempire gli stadi e che una ballata rock poteva spezzare più cuori di qualsiasi altra canzone. Il sipario è calato. Noi tutti auguriamo a David una nuova fase della sua vita con la sua bellissima famiglia.
Fonti: Consequence; Ultimate Classic Rock; Rock and Roll Globe; Deep Purple Podcast; Riffology.