Poison: il pianto di una sei corde. La vera storia di Life Goes On
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Siamo a Vancouver, in Canada. È il 1990. I Poison si sono rintanati nei celebri Little Mountain Sound Studios con il produttore Bruce Fairbairn per registrare Flesh & Blood, il nuovo attesissimo lavoro in studio. L’atmosfera dovrebbe essere elettrica: sono all’apice del successo e hanno il mondo ai loro piedi. Fuori da quelle mura insonorizzate, però, il vento sta cambiando e, per il chitarrista C.C. DeVille, quel vento sta per portare una tempesta da cui non si riprenderà mai del tutto.
Fino a quel momento C.C. era l’impersonificazione del vizio. Biondo platino, perennemente su di giri, con quella sua chitarra che sembrava un giocattolo multicolore. Era l’anima della festa, il fulcro che faceva ridere tutti per non dover guardare troppo a fondo dentro se stesso. Una notizia, però, sta per spegnere quel sorriso. Arriva dalla California, da Palm Springs, un posto che nell’immaginario americano è sinonimo di relax, pensionati benestanti e cocktail a bordo piscina. Proprio lì, invece, un bar si trasforma nel teatro di una tragedia insensata, una di quelle che leggi quasi ogni giorno nei trafiletti di cronaca nera, a meno che la vittima non sia qualcuno che hai amato veramente.
Della ragazza, una fidanzata di DeVille, le cronache musicali non riportano nemmeno il nome. Raccontano soltanto di una rissa scoppiata nel locale: partono dei colpi d’arma da fuoco e lei resta uccisa. È il posto sbagliato nel momento sbagliato. Un attimo prima sta vivendo la sua vita, l’attimo dopo quella vita è stata cancellata dalla follia di chi ha premuto il grilletto.
Quella perdita devasta DeVille, schiacciato dal peso della realtà. Possiamo solo immaginare cosa passi nella testa di un uomo che ha costruito la sua intera immagine pubblica sul concetto di Nothin’ but a Good Time, quando perde una persona cara, uccisa in un modo così brutale, casuale e insensato. In quel momento crollano le illusioni. La realtà irrompe nella bolla dorata del rock and roll con la violenza di uno sparo.
Nel pezzo che diventerà Life Goes On, firmato da tutti e quattro i Poison, C.C. riversa tutto questo bagaglio di dolore non ancora elaborato. Il brano, sulla carta, è una power ballad. Ha gli accordi giusti, la melodia orecchiabile, il chorus che si apre. Ascoltandolo con attenzione, però, ci si accorge che più che una canzone d’amore è un pezzo che pesa di sopravvivenza. Il testo cerca di dare un senso alla perdita, parlando di come i cuori si spezzano e le facce cambiano, nel tentativo di trovare la luce in fondo al tunnel. È però nella performance strumentale che risiede la vera dedica.
Arriviamo così a quell’eterno assolo di chitarra. C.C. DeVille non è mai stato un virtuoso nel senso stretto del termine, eppure in quel passaggio centrale di Life Goes On compie un miracolo che la tecnica da sola non può replicare. Non suona per impressionare. Non suona per le classifiche. Suona per lei. Le note sono lunghe, tirate fino al limite. Il suono è bilanciato, privo di distorsioni eccessive, quasi nudo. Quel pianto di chitarra è la traduzione in musica di un lutto che le parole non riuscivano in nessun modo a esprimere. È il suono di chi sta dicendo addio, sapendo che non riceverà risposta.
Il video musicale che accompagnò il brano fu privo di narrazione. Niente attori che rimettevano in scena la tragedia, niente drammi recitati. Solo la band che suona su uno sfondo nero, con le immagini dei musicisti proiettate su un telo mosso dal vento. C’era rispetto. Si vedeva nei loro volti, si sentiva nell’esecuzione. Era un momento di verità in un’epoca dominata dalla finzione.
Pubblicata da Capitol nel 1991 come quarto singolo dell’album, Life Goes On raggiunse la trentacinquesima posizione della Billboard Hot 100. Un buon risultato, anche se il suo vero successo non sta nei numeri. Sta nel fatto che, a distanza di oltre trent’anni, quando quel pezzo passa in radio non senti solo il riverbero degli anni Novanta: senti il dolore reale di un ragazzo di Brooklyn che ha perso una persona amata in un bar della California.
Il brano ci insegna che la frase “la vita va avanti”, più che un incoraggiamento spensierato, è una constatazione brutale, a volte crudele. La vita va avanti nonostante noi, nonostante il nostro dolore. Il sole sorge ancora, il traffico scorre, il mondo gira, indifferente alla tragedia del singolo. L’unica cosa che possiamo fare, come ha fatto C.C. con quell’assolo, è cercare di trasformare quel dolore in qualcosa che abbia un senso o, almeno, in qualcosa che possiamo sopportare.
Fonti: OC Weekly; AllMusic; Discogs; video ufficiale di Life Goes On (YouTube).