Il guardiano del tempio: Axl Rose al servizio degli AC/DC

Axl Rose con gli AC/DC a Washington nel 2016Se chiudiamo gli occhi e torniamo con la memoria alla primavera del 2016, l’atmosfera che si respirava nel mondo dell’hard rock era pesante, confusa, incomprensibile. Più che di un tour a rischio, si parlava della possibile fine di un’era. Gli AC/DC, quella macchina rock ‘n’ roll unica che per quarant’anni aveva marciato indomita sopra ogni ostacolo, sembravano avvicinarsi a folle velocità verso un muro di cemento armato. La notizia era arrivata come un fulmine a ciel sereno: Brian Johnson, la voce che aveva raccolto l’eredità impossibile di Bon Scott, doveva fermarsi immediatamente. I medici erano stati categorici: continuare a esibirsi su quei palchi, con quei volumi, con un udito già compromesso, avrebbe significato per lui rischiare la sordità totale e irreversibile.

Aggiungete a questo quadro l’assenza di Phil Rudd per i suoi noti problemi giudiziari, sostituito dietro i tamburi da Chris Slade, e soprattutto la lenta e dolorosa malattia di Malcolm Young, la mente ritmica della band, che si stava spegnendo a causa di una forma aggressiva di demenza. Angus Young era rimasto solo al comando di una nave in acque decisamente pericolose. Quando iniziò a circolare la voce che Axl Rose avrebbe preso il microfono per le date restanti, la reazione del pubblico fu intensa. Molti gridarono allo scandalo, parlando di un accostamento impossibile tra l’etica operaia degli australiani e la sregolatezza hollywoodiana del leader dei Guns N’ Roses. Eppure la storia ci ha dimostrato che molti di loro si sbagliavano. Quello che è accaduto in quei mesi, ben più di un semplice salvataggio aziendale, è stato un capitolo di umanità e riscoperta artistica che merita di essere raccontato nei dettagli.

Per comprendere la chimica che si è innescata durante quel tour, bisogna fare un passo indietro di quasi trent’anni. La narrazione comune dipingeva Angus e Axl come due rette parallele destinate a non incontrarsi mai, mentre la verità è molto diversa. Il loro primo contatto avvenne nel pieno degli anni Ottanta, nei primissimi anni dei Guns N’ Roses. Mentre la sua band stava diventando la più pericolosa del mondo, un giovane Axl Rose si presentò nel backstage di uno show degli AC/DC al Forum di Los Angeles, dove conobbe Angus e Brian. Angus ricorda quell’incontro con affetto: invece della rockstar capricciosa che i tabloid amavano martoriare, si trovò davanti un ragazzo molto, molto gentile. Quell’impressione positiva rimase congelata nella memoria del chitarrista per decenni. Angus sapeva, in cuor suo, che dietro l’immagine pubblica di Axl c’era una persona diversa, capace di grande empatia. È proprio su questo rispetto mai intaccato che si è costruita l’operazione del 2016.

Quando lo stato di salute di Brian Johnson divenne di dominio pubblico, accadde qualcosa di inaspettato. Prima ancora che i legali o i manager degli AC/DC si mettessero a setacciare il mercato in cerca di una soluzione folgorante, fu Axl Rose a farsi avanti. Axl era nel bel mezzo della storica reunion con Slash e Duff McKagan. Aveva ogni motivo per concentrarsi solo sui Guns N’ Roses e godersi il trionfo. Invece, mosso dalla passione per una band che, come lui stesso ha raccontato, aveva influenzato moltissimo lui e Izzy Stradlin, decise di agire. Telefonò a Opie, storico uomo di produzione degli AC/DC, per capire cosa avessero intenzione di fare, precisando con un’umiltà disarmante che voleva soltanto rendersi utile. Lontano dal pretendere il posto, comunicò che, se la cosa non avesse creato problemi e se loro avessero ritenuto che fosse all’altezza, gli sarebbe piaciuto semplicemente dare una mano. Lui stesso ha raccontato di non sapere nemmeno quali canzoni sarebbe stato in grado di cantare. Si offrì come uno strumento al servizio della band, più che come un salvatore.

La scena che si svolse poco tempo dopo ad Atlanta, in Georgia, ha quasi del cinematografico. Axl Rose, l’uomo che aveva tenuto in pugno folle oceaniche da Rio a Tokyo, entrò nella sala prove degli AC/DC tremando. È difficile immaginare una figura così dominante in preda all’ansia da prestazione, eppure l’idea di dover cantare Back in Black davanti ad Angus Young, e di doverlo fare con il rispetto che quei brani richiedono, lo terrorizzava. Scherzando, disse che sperava di arrivare alla fine del primo concerto prima di essere licenziato.

Angus rimase profondamente colpito proprio da questo. Raccontò poi di aver visto un professionista meticoloso, che metteva un grande impegno in ogni cosa. Axl stava cercando di onorare la musica della band hard rock più importante al mondo. Non si fermò nemmeno quando, poco prima del debutto, si fratturò un piede: prese in prestito una sedia e cantò seduto. Per il chitarrista quell’arrivo fu provvidenziale, tanto da descriverlo come un dono mandato dal cielo, quasi un salvavita. Axl si approcciò al sistema AC/DC con la disciplina di un ufficiale militare, vedendo quella macchina organizzativa perfetta come il suo nuovo datore di lavoro e comunicando con Angus attraverso un misto di ironia e venerazione sincera.

Il vero miracolo avvenne però quando iniziarono a suonare insieme, a partire dal debutto di Lisbona del 7 maggio 2016, il primo di ventitré concerti. Axl Rose portò nella band qualcosa che mancava da tempo: l’imprevedibilità. Mentre Brian Johnson, per necessità vocali e abitudine, tendeva a un set rodato e sicuro, Axl arrivò con una lista dei desideri. Voleva entrare in pezzi difficili, quelli dell’era Bon Scott che la band aveva accantonato da decenni. Fu Axl a spingere Angus a riprendere in mano brani come Touch Too Much e Riff Raff, mentre lui stesso considerava Hells Bells la canzone più difficile che avesse mai dovuto cantare. Per Angus Young fu come ricevere una nuova scossa elettrica. Improvvisamente il chitarrista si ritrovò costretto a uscire dalla sua zona di comfort, a risuonare riff che le sue dita non toccavano dagli anni Settanta. La crew ricorda un Angus diverso: più sorridente, più energico, visibilmente divertito dalla sfida. Axl, più che coprire frettolosamente un buco, agì come un catalizzatore, permettendo ad Angus di rivisitare angoli della sua stessa storia che credeva perduti per sempre. La voce di Rose, più acuta e graffiante, si sposava perfettamente con quel repertorio grezzo, restituendo ai brani un’energia giovanile unica.

C’è infine l’aspetto più intimo di questa storia, quello che spesso sfugge alle cronache musicali. Il 2016 per Angus Young era un anno di solitudine devastante. La malattia di Malcolm, il fratello con cui aveva costruito tutto, era una ferita aperta. La band si stava spegnendo in un mare di preoccupazione. In quel momento di fragilità, Axl Rose divenne inaspettatamente una roccia. Il cantante dei Guns N’ Roses capì che il suo ruolo andava oltre la performance vocale. Si pose in una posizione di immediata protezione nei confronti di Angus, confessando di sentire un forte istinto protettivo verso di lui e di non volerlo deludere per nulla al mondo. Questo legame si manifestò anche visivamente: pensiamo alla famosa foto in cui i due sono ritratti mentre ridono incontrollati, seduti su un divano. Quella era l’istantanea di due uomini che, contro ogni previsione, si stavano divertendo alla grande.

Angus apprezzò talmente tanto questo supporto morale e professionale da ricambiare il favore, salendo sul palco del Coachella con i Guns N’ Roses e legittimando di fatto la reunion dei fucilieri agli occhi del mondo del rock. Con il ritorno di Brian Johnson, grazie alle nuove tecnologie acustiche, e l’uscita dell’album Power Up, il capitolo Axl/DC si è chiuso, diventando con il tempo una nota speciale nella storia della band. Angus ha chiarito che non c’è mai stata l’intenzione reale di registrare un nuovo album insieme, spegnendo le fantasie dei fan. Questo non toglie nulla al valore di quanto accaduto.

Quella parentesi del 2016 rimane una testimonianza potente. Ci ricorda che anche ai livelli più alti dello star system, dove tutto sembra governato dal denaro e dai contratti intricati, c’è ancora spazio per la passione genuina. Axl Rose, il ribelle per eccellenza, ha salvato dal silenzio una delle band che lo avevano formato e nel farlo ha restituito il sorriso a un Angus Young che rischiava di perdersi nella tristezza. Per un breve, fulminante momento, hanno dimostrato che il rock and roll è, prima di ogni altra cosa, una questione di fratellanza.

Fonti: Louder; NME; American Songwriter.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Input

Volume

Gain

Treble

Bass

Standby
Power
On

Il pezzo finisce qui
ma il concerto continua
su Instagram

Aneddoti, retroscena e approfondimenti hard rock e metal. Nessun cliché, solo passione

Alza il volume · @hardigor