Sad but True: la crudele realtà dell’infanzia di James Hetfield

James Hetfield in concerto nel 2015Tutti noi amiamo e stimiamo immensamente James Hetfield. L’immagine che si materializza immediatamente è quella del frontman per eccellenza nel metal. Una figura autorevole, una voce che è un ringhio controllato alla perfezione, capace di esaltare stadi interi, l’uomo che ha scritto insieme a Lars Ulrich la colonna sonora della rabbia di milioni di persone. Nei decenni, la narrazione pubblica su Hetfield si è concentrata sui cliché del rock and roll: il successo planetario, gli eccessi, le battaglie pubbliche contro l’alcolismo e le trionfali risalite.

Eppure, per comprendere davvero la natura dei demoni che hanno tormentato l’anima dei Metallica per gran parte della sua vita adulta, dobbiamo distogliere lo sguardo dai riflettori e tornare indietro nel tempo. Dobbiamo guardare a Downey, California, negli anni Settanta, in una casa dove il silenzio pesava più delle parole e dove il dolore fisico, più che una realtà medica, era considerato un errore spirituale. La verità è che le battaglie di James Hetfield non sono iniziate nel backstage di un concerto. Sono iniziate molto prima di imbracciare una chitarra, all’ombra di una dottrina religiosa che ha plasmato, e tragicamente segnato, la sua intera esistenza: la Scienza Cristiana.

Per capire il giovane James dobbiamo prima capire il mondo in cui i suoi genitori, Virgil e Cynthia, scelsero di crescerlo. La famiglia Hetfield aderiva rigorosamente ai dettami della Christian Science, la Scienza Cristiana. È importante avvicinarsi a questo argomento senza pregiudizi, cercando di comprendere la logica interna di questo sistema di credenze. Fondata nel XIX secolo da Mary Baker Eddy, la Scienza Cristiana va oltre una semplice diffidenza verso la medicina: si basa su una visione metafisica profonda, la convinzione che il mondo materiale, inclusi il corpo, la malattia e persino la morte, sia fondamentalmente un’illusione. Secondo questa dottrina la vera realtà è puramente spirituale. Hetfield lo ha riassunto così: il corpo è solo un guscio per l’anima.

Di conseguenza, la malattia viene vista come una credenza errata, una disconnessione dalla verità divina, anziché come un malfunzionamento biologico. La cura, quindi, passa attraverso la preghiera scientifica al posto della medicina convenzionale, dei farmaci o della chirurgia: una forma intensa di focalizzazione spirituale volta a correggere quell’errore mentale e ristabilire l’armonia. Per i fedeli più devoti, ricorrere alla medicina tradizionale significa ammettere una mancanza di fede nella capacità guaritrice di Dio.

Immaginate ora cosa significhi tutto questo per un bambino sensibile che sta crescendo nella periferia americana. Per il giovane James la fede dei suoi genitori, lontana dall’essere una questione teologica astratta, era una barriera invisibile che lo separava dal resto del mondo. A scuola Hetfield non era come tutti gli altri. Mentre i suoi compagni imparavano l’anatomia umana o venivano sottoposti alle visite mediche per lo sport, lui doveva spesso lasciare l’aula. Le esenzioni religiose lo costringevano a restare in corridoio durante le lezioni di educazione sanitaria, marchiato come diverso. In diverse interviste James ha ricordato quel senso di isolamento, la sensazione di essere osservato e giudicato per regole che non aveva scelto e che doveva subire. Lo ha descritto come qualcosa di molto alienante, più simile a una punizione, al punto da pensare che ci fosse qualcosa di sbagliato in lui.

Viveva immerso in quello che potremmo definire un fatalismo religioso opprimente. Se ti facevi male giocando, se avevi la febbre, non c’era la rassicurazione di una medicina o di un genitore che validava il tuo dolore fisico. Il dolore era un segnale che qualcosa non andava nel tuo spirito. Questo approccio ha insegnato al giovane James a diffidare delle proprie sensazioni corporee e a reprimere la sofferenza, perché ammetterla significava riconoscere un fallimento spirituale. Stava imparando, suo malgrado, la lezione più pericolosa: che il dolore non si affronta, si nega.

Il punto di rottura, il trauma che avrebbe definito il resto della sua vita, arrivò però durante l’adolescenza. Quando James aveva tredici anni, il padre Virgil lasciò la famiglia senza nemmeno salutare. La madre raccontò ai figli che era partito per un viaggio di lavoro, altro evento avvolto nel silenzio. Poco dopo Cynthia si ammalò. Era cancro, una malattia che con cure tempestive avrebbe forse lasciato qualche speranza. Cynthia Hetfield, coerente fino in fondo con la sua fede incrollabile, rifiutò invece ogni intervento medico, scegliendo di affidarsi esclusivamente alla preghiera e ai dettami della Scienza Cristiana.

James, ormai sedicenne, assistette al lento e straziante deperimento della madre senza poter fare nulla. Lui stesso ha raccontato di averla vista consumarsi fino a non essere più niente. La vedeva soffrire pene indicibili, mentre in casa la narrazione ufficiale doveva rimanere quella della guarigione spirituale in atto. Non c’era spazio per la morfina, non c’era spazio per l’ospedale e, tragicamente, non c’era spazio per un addio onesto. Quando Cynthia morì, nel 1980, James si ritrovò senza madre, con il padre lontano, costretto a trasferirsi dal fratellastro più grande. Portava con sé un mix devastante di emozioni e nessuno strumento per elaborarle: un dolore immenso, un senso di abbandono totale e una rabbia furiosa verso un Dio che percepiva come crudele o assente, un Dio che aveva fallito.

Queste cicatrici invisibili sono il substrato su cui è stata costruita la leggenda dei Metallica. Quando James Hetfield ha trovato la musica, ha afferrato l’unico salvagente in cui quel dolore represso poteva finalmente esplodere. Come ha spiegato lui stesso, la musica era la voce che non aveva. Non è un caso che molti dei testi più potenti e oscuri dei Metallica attingano direttamente da quel pozzo di trauma infantile. Brani come The God That Failed, nell’imprescindibile Black Album del 1991, sono il grido diretto di quel sedicenne che guarda la madre morire per una scelta di fede. Allo stesso pozzo attingono Until It Sleeps e, molti anni dopo, l’intero album 72 Seasons del 2023, dedicato ai primi diciotto anni di vita. Testi che parlano di credenze spezzate e di cure negate sono reportage emotivi della sua giovinezza a Downey.

La musica divenne la sua terapia, la sua valvola di sfogo. Fuori dal palco, però, quel bambino che non aveva mai imparato ad affrontare il dolore in modo sano, cresciuto nel divieto di provare sofferenza, ha cercato altre vie per anestetizzarsi. L’alcol, per decenni, ha svolto la funzione che la preghiera non era riuscita a compiere: far sparire il dolore, almeno temporaneamente.

Oggi, quando vediamo un James Hetfield più maturo, che parla apertamente delle sue fragilità, delle sue ricadute e del suo continuo percorso di riabilitazione, più che una rockstar a disposizione del gossip osserviamo un uomo che sta finalmente smantellando l’impalcatura rigida costruita nella sua infanzia. Capire la sua storia familiare serve a comprendere quanto profonde siano le radici di certi demoni. James Hetfield ha dovuto imparare da adulto ciò che alla maggior parte di noi viene insegnato da bambini: che provare dolore è umano, che chiedere aiuto non è un fallimento spirituale.

Fonti: Ultimate Classic Rock; Loud Legends; Metal Wani; Grunge.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Input

Volume

Gain

Treble

Bass

Standby
Power
On

Il pezzo finisce qui
ma il concerto continua
su Instagram

Aneddoti, retroscena e approfondimenti hard rock e metal. Nessun cliché, solo passione

Alza il volume · @hardigor