Pantera: Respect, Walk. Quando un porto sicuro può diventare una trappola
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Tutto comincia con due note, secche, taglienti, pesanti come un macigno che ti cade sullo stomaco. È l’inizio di Walk dei Pantera. Molto spesso, quando ascoltiamo questo brano, pensiamo alla rabbia verso ciò che non ci sembra giusto, al desiderio legittimo di reagire per difendere il nostro benessere. Oggi vorrei invitarvi ad abbassare i livelli di volume e distorsione per una manciata di minuti e a capire cosa c’è dietro questo pezzo.
Il riff nacque quasi per caso. Dimebag Darrell lo tirò fuori mentre si scaldava prima di un concerto del tour di Cowboys from Hell, con il fratello Vinnie Paul che teneva il tempo battendo sul muro. Il brano finì su Vulgar Display of Power nel 1992 e, pubblicato come singolo nel febbraio del 1993, diventò il primo successo della band nella classifica britannica, dove arrivò al trentacinquesimo posto. Ha un passo tutto suo, costruito su un andamento in dodici ottavi che lo fa ondeggiare come un pugile prima del colpo. Vinnie Paul lo descriveva come un groove shuffle che la band non aveva mai esplorato prima, se non suonando cover. Lo collegava inoltre alle radici del Sud di quattro ragazzi cresciuti ascoltando ZZ Top e Lynyrd Skynyrd.
Walk è molto più di una traccia per sfogarsi. È una delle descrizioni più lucide e dolorose di un’esperienza umana molto complicata: il momento esatto in cui ti accorgi che una persona che amavi e rispettavi, qualcuno di cui ti fidavi ciecamente, ti sta tradendo. Non parlo necessariamente di amanti o di letti sbagliati. Parlo di un tradimento più sottile, più chirurgico: quello di chi prende la tua buona fede e la usa contro di te.
Pensate a una persona cara, una presenza di una vita. Quella persona, per anni, è stata il vostro porto sicuro, quel luogo fisico o emotivo dove non serve indossare un’armatura. Quel posto dove puoi essere naturale senza essere giudicato, dove puoi essere stanco, dove puoi essere vulnerabile. In un porto sicuro la comunicazione è fluida, l’affetto è spontaneo. Ora immaginate che un giorno, senza un preavviso apparente, l’aria in quel porto cambi. Iniziate a sentire una strana tensione, non siete più liberi di parlare. Ogni vostra frase viene analizzata, soppesata, spesso fraintesa. Quello che prima era un rifugio diventa improvvisamente una fonte di stress e di dolore.
È proprio da qui che nasce il testo di Walk. Phil Anselmo lo scrisse quando i Pantera cominciavano a ricevere molta attenzione, accorgendosi che persone da sempre a lui vicine lo trattavano diversamente da un po’ di tempo, come se il successo lo avesse trasformato in un altro. Il messaggio, nelle sue parole, era semplice: portati via quell’atteggiamento e tienilo lontano da me. La sua esperienza è universale.
Si tratta della sensazione di soffocamento che provi quando capisci che dall’altra parte l’ascolto ha lasciato il posto al calcolo e all’ostilità. La persona che avevi davanti ha smesso di stare con te: adesso vuole gestirti, controllarti. O peggio, farti sentire in colpa, o in errore, per qualcosa che non hai fatto. È la morte della spontaneità ed è il primo vero segnale che il rapporto è stato tradito.
Andiamo però al cuore del problema, quello che fa più male. In Walk c’è un passaggio in cui Anselmo si lamenta di essere trattato come un bambino indifeso. Vi è mai capitato? Vi è mai capitato di discutere con questa persona e di sentirvi improvvisamente stupidi, o meglio, di essere trattati come se foste stupidi? Voi vi avvicinate con affetto, tutela e rispetto, siete in buona fede. Provate a spiegare le vostre ragioni con la logica e con la trasparenza. Dall’altra parte trovate un muro di gomma.
Qui scatta la manipolazione più crudele: la vostra buona fede viene ritorta contro di voi con mille accuse insensate. Voi dite “A” e loro capiscono “B” deliberatamente, solo per potervi attaccare su “B”. Voi cercate di chiarire serenamente una situazione e loro vi accusano di fare sempre polemica. Vi guardano con quella condiscendenza insopportabile, come se stessero spiegando la vita a qualcuno che non ci arriva.
È una dinamica che ti fa impazzire. Il tuo cervello continua a chiedersi: “Perché sta facendo così? Perché mi attacca su cose che non esistono?”. La risposta, purtroppo, è spaventosa nella sua semplicità: un perché non c’è. O meglio, non c’è una ragione logica. C’è chi lo fa per invidia, chi per insicurezza, chi perché ha bisogno di sentirsi superiore sminuendo il primo che gli capita a tiro. Il risultato è che ti ritrovi a spendere energie immense, a giustificarti, ad accettare colpe che non hai continuando, forse sbagliando, a cercare di ammorbidire la situazione. Intanto l’altra persona si nutre di te, continuando a pretendere di avere ragione anche quando di ragioni, oggettivamente, non ce ne sono.
C’è un verso del brano in cui Anselmo confessa di essere ormai infastidito da quell’insistenza. Lo dice senza giri di parole. È un passaggio che potrebbe sembrare arrogante. In realtà è disperato: è il grido di chi è esausto. Quando la persona cara smette di essere un alleato, dentro di te succede qualcosa di inevitabile. All’inizio provi dolore, poi confusione, alla fine arriva, purtroppo, il fastidio. Ti accorgi che stai parlando con una maschera. Quella persona sta recitando una parte e tu sei stanco, molto stanco.
Il tradimento sta proprio qui: nel costringerti a stare sempre in guardia, nel farti sentire sbagliato. Loro pretendono che tu rimanga incasellato nel ruolo che hanno deciso per te. Se provi a uscirne, se provi a essere te stesso, ti puniscono facendoti sentire di nuovo inadeguato. Manipolano continuamente la realtà pur di non ammettere che il problema risiede dentro di loro.
Come se ne esce, allora? I Pantera ci danno un consiglio nel chorus del pezzo. Una sola parola, ripetuta come un mantra, come un ordine: Walk. Cammina. Vattene. Attenzione, però. Andarsene, in un contesto come questo, è tutt’altro che codardia o fuga dai problemi: è l’atto di coraggio supremo. Significa guardare in faccia la realtà e dire: “Io a questo gioco non gioco più”. Significa smettere di cercare di convincere chi non vuole essere convinto. Smettere di spiegare a tutti i costi ciò che è già chiaro a chi è deciso soltanto ad avere ragione. Quando capisci che la tua buona fede è diventata un’arma nelle mani dell’altro, l’unica mossa per disarmarlo è togliere il disturbo.
Respect, walk: o c’è rispetto, o io cammino. È un confine, prima ancora che una minaccia. È la linea che tracciamo per salvare la nostra salute mentale ed emotiva. Fa male? Certo, chiudere con qualcuno che un tempo è stato fondamentale è straziante. Ti chiedi ancora se avresti potuto fare di più. Poi ripensi a quella sensazione di soffocamento, ripensi a tutte le volte che le tue parole sono state stravolte senza motivo. Allora capisci che restando avresti rischiato di perdere te stesso. Te ne vai da qualcuno che ha preferito avere ragione piuttosto che averti accanto.
Se vi trovate in questa situazione, se sentite che un rapporto è diventato una trappola, fate un respiro profondo. Smettete di giustificare e di giustificarvi. Alzate la testa, esigete rispetto e, se questo non arriva… Walk. Camminate verso la vostra vita.
Crediti immagini: foto di Chad Davis da Minneapolis, Stati Uniti, CC BY 2.0.