C’è una dinamica particolare che si innesca quando si è immersi in qualcosa che amiamo da una vita intera. Talvolta certi artisti che rispettiamo e sosteniamo restano un attimo in disparte, come messi in pausa in un angolino dell’anima, salvo poi riemergere con un’urgenza improvvisa, quasi inspiegabile. Si tratta esattamente di ciò che mi è accaduto in più occasioni nell’arco dei decenni. Se qualcuno osservasse oggi la mia cronologia recente, noterebbe una situazione evidente: i Metallica hanno nuovamente e letteralmente monopolizzato le mie cuffie.
Lontano da quello che spesso viene chiamato effetto nostalgia, quel rifugiarsi nel passato perché era “meglio prima”, parliamo di una necessità diversa, molto più profonda e concreta. Questo ritorno di fiamma è diventato una presenza costante, capace di occupare ampio spazio nelle mie serate. Riprendere in mano la loro discografia, traccia dopo traccia, mi ha portato inevitabilmente a riflettere sul motivo di tale interesse ancora adesso. La risposta che mi sono dato è che la band californiana è legata inspiegabilmente a doppio filo ai bivi cruciali della mia esistenza di ormai ultracinquantenne.
Per comprendere davvero la natura di questa rinata connessione serve un salto temporale piuttosto importante. Dobbiamo tornare al 2008. In quel frangente il mondo mi appariva diverso in tutti i sensi e mi trovavo in una di quelle fasi di transizione in cui non sai bene quale direzione prenderai. In quel periodo di attesa avevo trovato un punto fermo nella lettura, nel tentativo di riappropriarmi di una preziosa concentrazione. Ero completamente assorbito da un libro unico: Justice for All: The Truth About Metallica, del giornalista inglese Joel McIver, pubblicato nel 2004 per Omnibus Press e nello stesso anno anche in italiano da Arcana.
Ricordo ancora adesso quelle settimane con estrema nitidezza. Trascorrevo ore e ore immerso nelle pagine fitte di testo, ricostruendo dentro di me l’epopea di quattro ragazzi partiti da Los Angeles, cresciuti nella Bay Area e destinati a conquistare il pianeta. Leggevo della loro rabbia in musica, della tecnica conquistata, delle tragedie interne alla formazione e della capacità di rialzarsi sempre, nonostante le tempeste della vita.
Mentre procedevo capitolo per capitolo, analizzando le vicende di James, Lars e compagni, si manifestò qualcosa di insolito: sentivo crescere dentro di me qualcosa di nuovo. Avvertivo che stava per succedere un fatto rilevante anche nel mio quotidiano. Era come se quella narrazione, così carica di resilienza, mi stesse preparando mentalmente e spiritualmente a una svolta. Non si trattava di ansia. Al contrario, si stava concretizzando una lucidità mai provata. In quei giorni mi svegliavo con la netta percezione che il vento stesse cambiando e che quella fase di stallo fosse ormai agli sgoccioli.
L’intuito non sbagliava. Proprio sull’onda di quella sensazione colma di entusiasmo, quasi magicamente in sincronia con la fine del libro, il telefono squillò. Ricevetti una convocazione inattesa per un colloquio di natura professionale: si trattava dell’opportunità di collaborare con una grande realtà internazionale del mondo delle telecomunicazioni. Ancora oggi rivivo perfettamente quello stato d’animo. Invece di essere nervoso, affrontai le varie fasi di selezione portandomi dietro tutta la grinta che la storia dei Four Horsemen mi aveva trasmesso. Quell’atteggiamento del tutto naturale fece la differenza. Le cose virarono per il verso giusto e quell’opportunità segnò l’avvio di un percorso proficuo durato quattro anni.
Quel quadriennio ha rappresentato una vera e propria rinascita. Un ciclo intenso, a tratti difficile, che ha plasmato la mia visione umana e professionale. A mente fredda, oggi mi rendo conto che i Metallica hanno in un certo qual modo sempre ricoperto un ruolo che trascende la musica. Sono il mio totem nei passaggi decisivi.
C’è una tempistica quasi sospetta nel modo in cui le nostre strade si incrociano. Più che superstizione, mi piace pensare che sia una questione di risonanza. Ogni volta che i loro album tornano a essere una colonna sonora presente, quando avverto il bisogno fisico, quasi cardiaco, di quel sound deciso, ho l’impressione che gli eventi intorno a me inizino a plasmarsi. Sembra che l’universo si allinei per portarmi verso qualcosa di imminente, spesso positivo. Ascoltare ancora brani da Master of Puppets o il Black Album nella loro totalità, oggi, più che un esercizio di memoria è un atto di fiducia.
Sono curioso di scoprire cosa c’è dietro l’angolo questa volta. Non so se si tratterà di un incontro speciale o di un cambiamento personale. So però che qualcosa sta arrivando, accompagnato da quel vecchio, familiare ritmo che non mi ha mai tradito. Se il 2008 mi ha insegnato qualcosa, è che qualsiasi novità giunga all’orizzonte merita di essere accolta con positività e serenità emotiva.
Fonti: Goodreads.




