Slaughter 1990: il tour della maturità alla corte dei KISS

I loghi di Slaughter e Kiss davanti a una folla di fanTorniamo con la memoria al 1990. Quell’anno rappresentò uno spartiacque, un momento sospeso in cui l’hard rock dominava ancora l’immaginario collettivo, un attimo prima che il grunge cambiasse il rock mondiale. Entrare in un palazzetto durante quei mesi significava essere investiti da un’energia quasi tangibile: un misto di cuoio, elettricità statica e l’odore acre della polvere pirica utilizzata per gli effetti scenici.

In quello scenario di trionfo rock’n’roll, i KISS erano impegnati nell’Hot in the Shade Tour, una delle produzioni più imponenti della loro carriera: partito ufficialmente il 4 maggio a Lubbock, in Texas, dopo alcune date di riscaldamento, e chiuso il 9 novembre al Madison Square Garden di New York. Fu la tournée continuativa più lunga dell’era a volto scoperto: Paul Stanley avrebbe poi contato centoventisette concerti in America, una media di cinque a settimana, circa due ore ogni sera, e l’avrebbe ricordata come un’impresa estenuante, eppure la più esaltante dai tempi degli anni Settanta. Sebbene avessero abbandonato il trucco da tempo, non avevano perso per nulla il gusto per la teatralità: il palco era dominato da Leon, una gigantesca sfinge con gli occhiali da sole alta una ventina di metri, presa dalla copertina dell’album. Dalla sua bocca, che si apriva per l’ingresso della band, e dai suoi occhi uscivano laser e fuochi d’artificio. Grazie al tastierista Gary Corbett, nascosto dietro le quinte, sembrava perfino parlare. Gene diceva che faceva di tutto tranne partorire sul palco. Per aprire uno spettacolo di tale importanza serviva una band che non si lasciasse intimidire dalla grandiosità scenica dei padroni di casa. La scelta ricadde sugli Slaughter, quattro ragazzi di Las Vegas che, grazie a videoclip in rotazione costante su MTV, stavano vivendo un’ascesa fulminante.

La decisione di Gene Simmons e Paul Stanley nascondeva anche un risvolto ironico: Mark Slaughter e il bassista Dana Strum erano i sopravvissuti della Vinnie Vincent Invasion. Vincent, ex chitarrista dei KISS dal talento innegabile e dal carattere complesso, rappresentò un capitolo decisamente burrascoso nella storia della band newyorkese. Dana aveva suonato su entrambi gli album del gruppo, Mark era entrato come cantante per il secondo, All Systems Go del 1988. Mark ha ricordato che per Vincent loro erano semplici turnisti, trattati come spazzatura: rimasero fino all’uscita del disco e, quando le vendite cominciarono a spegnersi, se ne andarono. La Chrysalis confermò il contratto di Mark e due giorni dopo, sempre secondo il suo racconto, scaricò Vinnie. Agli occhi dei KISS gli Slaughter avevano le carte in regola: un nome già noto al pubblico, un disco che vendeva e nessun rischio di oscurare i padroni di casa con drammi o eccessi di ego. È facile immaginare che Gene, che con Vincent aveva dovuto fare i conti in prima persona, apprezzasse anche la solidità di due musicisti usciti indenni da quella tempesta.

Fin dalle prime date, insieme ai Faster Pussycat, gli Slaughter si trovarono di fronte a una sfida monumentale. Nel corso della tournée sullo stesso cartellone si sarebbero alternati anche Winger, Danger Danger, Little Caesar e Vixen. Mark ci scherzava sopra: il loro album aveva già venduto quanto il disco della Vinnie Vincent Invasion e, a quel ritmo, avrebbe potuto toccare presto il mezzo milione di copie. Per lui era un sogno che si avverava. L’11 maggio arrivò il disco d’oro. Ogni sera, puntuali, dovevano esibirsi sotto lo sguardo imponente della sfinge, con il compito di scaldare una platea di fan devoti in trepidante attesa dei loro idoli.

Eppure, all’interno di questo scenario, accadde qualcosa di straordinario. Forte di un album d’esordio come Stick It to Ya, uscito il 23 gennaio 1990 e destinato al doppio disco di platino, la band andò ben oltre il semplice intrattenimento: conquistò totalmente il pubblico. Brani come l’inno Up All Night o la struggente Fly to the Angels, che arrivò al diciannovesimo posto della classifica americana, risuonarono nelle arene con una potenza che superava il semplice ruolo di gruppo d’apertura. Le cronache del tempo descrissero un Mark Slaughter in stato di grazia, capace di coprire ogni centimetro del palco con una vitalità contagiosa, e un Dana Strum concentrato sul suo basso eppure attento all’insieme delle esecuzioni, con il chitarrista Tim Kelly e il batterista Blas Elias a completare la formazione. Senza poter contare sui laser o sulle esplosioni dei KISS, gli Slaughter puntarono tutto sull’impatto fisico e sulla qualità tecnica. Il risultato fu sorprendente: spesso, quando Paul Stanley prendeva il centro della scena, trovava davanti a sé una folla calda e appagata, completamente pervasa dall’energia dei quattro di Las Vegas.

Per una band al primo disco, quei mesi valevano quanto una scuola. Ogni sera gli Slaughter potevano osservare da vicino la macchina organizzativa dei KISS, dalla gestione maniacale del merchandising al controllo dei suoni, fino alla costruzione della scaletta perfetta. Gene Simmons, celebre per il suo fiuto imprenditoriale e per una visione del rock fortemente commerciale, era l’esempio vivente di come si governa una carriera, oltre che un concerto. Uscire vincenti da una tournée accanto a chi aveva riscritto le regole dello show business diede agli Slaughter la sicurezza di essere sulla strada giusta per quello che sarebbe stato un lungo cammino professionale.

Il 1990 rimase un anno irripetibile, l’ultimo grande ruggito di un’era gloriosa. Di lì a poco il panorama musicale sarebbe mutato radicalmente, con nuove sonorità più cupe e depresse. Tuttavia la lezione di professionalità appresa dagli Slaughter alla corte dei KISS fu fondamentale.

Fonti: KISS Concert History; Minneapolis Star Tribune; Paul Stanley in KISStory.

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