Aerosmith: dall’equivoco con Vince Neil al trionfo in chart
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Chiudete gli occhi e mettete a fuoco l’immagine. Metà anni Ottanta. Hollywood ha smesso di essere un semplice luogo geografico per diventare uno stato mentale, un delirio febbrile dove la realtà è ormai indistinguibile dalla messa in scena. Il Sunset Strip pulsa di un’energia nervosa: i suoi marciapiedi sono diventati il palcoscenico di un’opera rock continua, calpestati da anime perdute con il trucco pesante, pronte a tutto pur di incrociare, nel caos della notte, l’unico sguardo capace di trasformare una nullità in una leggenda.
In questo ecosistema fatto di eccessi visivi, dove i rocker fanno a gara per apparire più belli e seducenti delle groupie che li aspettano sotto il palco, prende forma una moda destinata a generare uno degli equivoci più divertenti della storia del rock. Un simpatico errore di valutazione così colossale da trasformarsi, quasi per magia, in una delle hit più iconiche degli ultimi quarant’anni. Questa è la storia di come Steven Tyler, il Demon of Screamin’, e i suoi compagni, in un bar lontanissimo da Hollywood, persero la testa per una bionda mozzafiato seduta al bancone, salvo poi scoprire che quella bionda era il cantante dei Mötley Crüe.
Prima di arrivare al fatidico incontro, facciamo un passo indietro. Siamo nel periodo in cui gli Aerosmith stanno combattendo la battaglia più dura della loro carriera: quella per la sopravvivenza. Dopo anni di abusi, tensioni interne e album che non avevano graffiato come avrebbero dovuto, la band di Boston era pronta a scrivere un nuovo, glorioso capitolo della sua storia. Erano gli anni della resurrezione guidata dalla Geffen Records. Un periodo cruciale, fatto di scelte strategiche, ripulitura dell’immagine e collaborazioni mirate che avrebbero riportato Tyler e Perry nell’olimpo del rock. Se volete capire davvero come la Geffen abbia preso una band in difficoltà per trasformarla in una macchina da guerra commerciale, vi consiglio di dare un’occhiata a questo mio approfondimento dedicato proprio a quel momento magico:
Proprio in questo clima di rinascita, mentre cercavano il suono giusto per quello che sarebbe diventato l’album Permanent Vacation, gli Aerosmith stavano facendo i conti con la sobrietà. Tutti erano passati dalla riabilitazione e tutti dovevano restare puliti. Una sera, dopo uno degli incontri degli Alcolisti Anonimi che frequentavano insieme alla loro crew, la band finì in un bar sulla costa a sud di Boston. Il locale era deserto e i ragazzi si sistemarono in un séparé. In fondo al lungo bancone, però, c’era una visione: una nuvola di capelli biondo platino cotonati fino a sfidare la gravità, pelle d’avorio, unghie nere, gioielli, un top corto che lasciava scoperta la pancia e curve da capogiro.
Davanti a quella dea i musicisti fecero quello che avrebbe fatto qualunque compagnia di amici: tirarono a sorte chi dovesse alzarsi per andare a salutarla. Proprio mentre stavano decidendo, la bionda si voltò e il tempo sembrò fermarsi. Ad attenderli non c’erano occhi dolci o lineamenti delicati, c’era una faccia che conoscevano fin troppo bene. Quella ragazza era in realtà Vince Neil, il cantante dei Mötley Crüe.
I Crüe in quel momento storico erano i re indiscussi del glam metal, l’incarnazione vivente dell’eccesso californiano. Vince Neil era l’archetipo del frontman di quella scena: trucco pesante, capelli più lunghi di quelli di qualsiasi modella di Penthouse e un’attitudine che gridava festa e sesso da ogni poro. Steven Tyler, che adora le allitterazioni, rimase pietrificato per una frazione di secondo, registrò l’immagine come una Reflex e cominciò subito a canticchiare la frase che gli era balzata in testa: quel tizio sembra una donna, that dude looks like a lady. Gli altri ridevano e la serata finì lì. O almeno, così sembrava.
Facciamo un salto in avanti. Gli Aerosmith sono in un enorme capannone di Boston, grande abbastanza da costruirci un aereo, dove stanno provando lo spettacolo dal vivo. La pressione è alta. La Geffen vuole una hit, un brano che conquisti le classifiche radiofoniche e trascini l’intero album. Su spinta di John Kalodner, l’uomo della Geffen che li segue, la band accetta controvoglia di lavorare con Desmond Child, il re Mida dei compositori, l’uomo che aveva già trasformato i KISS e i Bon Jovi in macchine da classifica. Joe Perry e il fonico stanno facendo girare al contrario un lick di chitarra, mentre Steven Tyler canta il chorus provvisorio che aveva buttato giù, Cruisin’ for the Ladies, basato su un concetto piuttosto banale: andare in cerca di donne.
Quando Tyler gli chiede cosa ne pensa, Desmond Child non ha ancora nemmeno salutato. Le prime parole che gli escono di bocca sono una bocciatura secca: gli sembra brutto, un titolo noioso. Poi infierisce, immaginando Tyler alla sua età mentre percorre il Sunset Boulevard su una Cadillac rosa decappottabile, a caccia di ragazze che potrebbero essere sue figlie. Joe Perry lo guarda di traverso, a braccia conserte. Steven Tyler esita. Poi, con l’aria di chi sta confessando un peccato indicibile, ammette che all’inizio sulla melodia cantava un’altra frase, nata la sera in cui la band aveva scambiato Vince Neil per una donna: dude looks like a lady. Nella stanza cala un silenzio irreale. Gli occhi di Desmond Child, in quel preciso istante, si illuminano: è quella la hit, unica, divertente, controversa. Joe Perry teme che il brano possa offendere la comunità gay, preoccupazione che Child scioglie parlando apertamente della propria identità e difendendo l’idea.
La canzone, nelle ore successive, smise di essere un banale inno alla ricerca di compagnia femminile e divenne qualcosa di molto più interessante. Desmond e Steven si misero al lavoro per riscrivere il testo. Decisero di non citare esplicitamente Vince Neil per evitare problemi o faide tra band e usarono l’aneddoto come trampolino di lancio. Costruirono una storia esilarante: un ragazzo entra in uno strip club, si innamora della ballerina più bella del locale, va nel backstage per incontrarla e sorpresa, lei è un lui. La genialità del brano sta tutta lì: evita il giudizio per abbracciare la risata. Celebra la confusione, l’ambiguità e la follia di quegli anni in cui l’apparenza ingannava costantemente. Il concetto stesso di non fermarsi mai alla superficie divenne il mantra perfetto per quella generazione.
Quando Dude (Looks Like a Lady) uscì il 22 settembre 1987 come primo singolo di Permanent Vacation, fu un’esplosione: arrivò al quattordicesimo posto della classifica americana e al quarto di quella rock. L’attacco di fiati veri, con il produttore Bruce Fairbairn in persona alla tromba, il ritmo trascinante e quella linea vocale impossibile da non cantare lo resero istantaneamente un classico immortale. Vince Neil come la prese? Desmond Child ha raccontato di avergli spiegato la storia della canzone e di averlo visto divertirsi un mondo: il cantante dei Mötley Crüe sa benissimo che il brano parla di lui. Del resto, per un frontman glam essere scambiato per una donna bellissima suonava quasi come un complimento, la prova che il look funzionava.
Oggi, a quasi quarant’anni di distanza, Dude (Looks Like a Lady) rimane una delle composizioni più amate degli Aerosmith ed è anche qualcosa di più. È una fotografia sonora di un’epoca irripetibile. Un’epoca senza filtri in cui i mostri sacri del rock anni Settanta, gli Aerosmith, incontravano la nuova ondata del metal anni Ottanta, i Mötley Crüe, e invece di scontrarsi creavano scintille. In fondo il rock’n’roll, per quanto epico, resta pur sempre un pazzo circo meraviglioso che non deve mai prendersi troppo sul serio. Nasce dagli errori, dalle risate genuine al bancone di un bar, dagli equivoci esilaranti trasformati in arte. La prossima volta che ascolterete quel famoso attacco di fiati e la voce graffiante di Steven Tyler, ricordatevi che state ascoltando ben più di una canzone: è il suono di Steven che si accorge, con stupore e meraviglia, che la bionda in fondo al bancone è un uomo.
Fonti: Desmond Child (intervista video con Elmo Lovano, YouTube); Songfacts; Metalhead Zone.