Ozzy Osbourne e Phil Collins: analisi della performance di Paranoid a Londra

Logo dei Black Sabbath e Buckingham Palace con il titolo dell’articolo su Ozzy Osbourne e Phil CollinsL’aria di Londra, quel 3 giugno 2002, ha un sapore particolare. Non siamo in un club di Birmingham né in uno stadio sudamericano. Sotto i nostri piedi c’è l’erba perfettamente curata dei giardini di Buckingham Palace. La regina Elisabetta II festeggia il Giubileo d’Oro, i cinquant’anni sul trono, e per l’occasione ha deciso di ospitare il meglio della musica britannica. È il Party at the Palace: nei giardini ci sono le dodicimila persone che hanno vinto i biglietti con un sorteggio, mentre fuori, tra il Mall e i parchi reali, se ne stima un milione. Sulla BBC One la diretta raccoglie in media oltre dodici milioni di telespettatori, con un picco di quindici. La serata si è aperta con Brian May che suonava l’inno nazionale dal tetto del palazzo.

Tutto intorno si vedono bandiere del Regno Unito, ospiti d’onore e famiglie venute per applaudire artisti come Paul McCartney o Elton John. È una celebrazione composta, istituzionale, al punto che dietro le quinte i cartelli vietano il linguaggio scurrile. Ozzy ha raccontato che i divieti riguardavano anche gli insulti e perfino l’inseguimento degli animali selvatici del parco, convinto che fossero stati scritti apposta per lui. All’improvviso l’energia sul palco cambia. Due figure emergono dalla penombra delle quinte, portando con sé un carisma diverso, più cupo e magnetico. Tony Iommi, con la sua immancabile giacca di pelle e la solita calma glaciale, e Ozzy Osbourne, che scruta la folla con i suoi occhi cerchiati di nero.

Dietro la batteria lo scenario offre un contrasto visivo interessante. Niente figure eccentriche o teatrali: c’è un uomo in camicia, con la serenità di chi conosce perfettamente il proprio mestiere. È Phil Collins, il batterista della house band che accompagna gli artisti per tutta la serata, con Pino Palladino al basso, Phil Palmer alla chitarra, Paul Wickens alle tastiere e Ray Cooper alle percussioni, insieme all’orchestra sinfonica della Royal Academy of Music diretta da Michael Kamen. Per molti spettatori presenti o collegati via cavo, vederlo seduto dietro ai Black Sabbath suscita un’immediata curiosità. La sua presenza lì racconta una storia che va oltre le classifiche di vendita, una storia di stima reciproca tra musicisti. Pochi, mentre i tecnici sistemano le ultime aste dei microfoni, conoscono la verità nascosta nei dischi degli anni Settanta: quando Phil non è sotto i riflettori con i Genesis, è il motore formidabile dei Brand X. Nel territorio complesso del jazz fusion, Collins ha dimostrato per anni una padronanza tecnica assoluta, gestendo tempi dispari e incastri ritmici con una velocità di mano impressionante. Quello che vediamo sul palco reale è un musicista completo che sta semplicemente adattando la sua enorme esperienza tecnica alla potenza richiesta dal contesto.

Osservo Ozzy avvicinarsi al microfono. Il suo sguardo verso la batteria è pieno di fiducia: sa che dietro di lui c’è una garanzia, un maestro della batteria. Quando Iommi lascia partire il riff iniziale di Paranoid, il tempo sembra fermarsi. È un riff iconico, apparentemente lineare, che però richiede una spinta costante, un sostegno ritmico che non deve mai vacillare. Phil sceglie un approccio essenziale. Il suo attacco sul rullante è nitido, deciso. Il suono che esce dall’impianto, diffondendosi tra le facciate del palazzo, è solido come la roccia. Ogni colpo è calibrato, privo di fronzoli, spinto da un polso fermo e allenato. Vedo Tony Iommi voltarsi leggermente. Il chitarrista accenna quel sorriso nascosto sotto i baffi che vale più di mille parole.

La connessione funziona. Il groove è serrato. Phil onora il brano con grande rispetto, mantenendo l’urgenza originale di quella canzone storica ed eseguendola con una pulizia formale impeccabile. Mentre Ozzy batte le mani e incita la folla, davanti al palco d’onore dove siedono anche il principe Carlo e i figli William e Harry, assistiamo a un momento di pura musica. I generi e le etichette sfumano. Il suono dei Black Sabbath riempie i giardini reali, potente e preciso, guidato con maestria da chi fino a poco prima era considerato distante da questo mondo.

Quando l’ultimo accordo sfuma e l’eco si spegne tra gli alberi, Phil Collins si alza dallo sgabello. È sudato, eppure il suo sorriso è tranquillo. Non cerca l’applauso facile. Sa di aver suonato alla perfezione. In quei tre minuti ha confermato che la tecnica musicale è un linguaggio universale. I Black Sabbath lo salutano con calore: Ozzy gli mette un braccio intorno alle spalle, Iommi annuisce. È il riconoscimento tra professionisti di alto livello, la chiusura di un cerchio perfetto in una serata londinese che resterà nella storia.

Fonti: Classic Rock / Louder; BBC; The Guardian; Discogs.

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