Here I Go Again dei Whitesnake: dal blues del 1982 al numero uno
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Ci eravamo persi in quel curioso punto cieco dello specchietto retrovisore, quella zona d’ombra dove il mondo corre veloce e tu rimani sospeso, parcheggiato a lato della carreggiata mentre gli altri continuano a viaggiare. Era il 1981. I Whitesnake erano appena rientrati da un tour nel Regno Unito e la band, invece di riposare, si stava sfilacciando. David Coverdale si era lasciato alle spalle i fasti dei Deep Purple anni prima, mentre il progetto Whitesnake, la sua creatura, navigava in acque complesse. La burocrazia contrattuale rallentava ogni mossa: il cantante si stava separando dal suo manager e la musica sembrava passare in secondo piano. Nessuna villa sfarzosa, nessun eccesso da rockstar, nessuna limousine ad attenderci. Io me ne stavo in un angolo di Clearwell Castle, il maniero del Gloucestershire dove la band si era ritirata per lavorare al nuovo album, sopra una cassa di strumentazione con una scritta a vernice, Whitesnake. Mi occupavo della manutenzione dei cavi e dei registratori, testimone silenzioso di quel periodo di stasi.
Sulla nascita di Here I Go Again circolano due racconti. Secondo Coverdale, le parole presero forma in Portogallo e parlavano della fine del suo primo matrimonio, con Julia Borkowski. Bernie Marsden, il chitarrista e suo braccio destro di quegli anni, ha sempre liquidato quella versione come una sciocchezza: lui in Portogallo, su una barca come raccontava David, non c’era mai stato. Nel suo ricordo il pezzo nacque vicino a casa sua, in Inghilterra, e quando la band arrivò a Clearwell per le sessioni di Saints & Sinners ne aveva già pronti due terzi. Per un paio di settimane lo tenne per sé, nel dubbio che fosse troppo leggero, troppo grazioso. Poi suonò l’introduzione a Jon Lord, che gli chiese di ripeterla, lo squadrò dall’alto della sua statura e gli diede del piccolo furbo, prima di chiedergli di sentire il resto. Il giorno seguente, dopo averci lavorato ancora un po’, Bernie lo portò nella sala comune, dove c’era soltanto David, e gli cantò i primi versi, ritrovandosi davanti un uomo con gli occhi spalancati. Come sempre tra loro, Coverdale rifinì le parole e la firma fu divisa a metà. I versi lasciavano da parte donne veloci e auto costose. Dipingevano lo smarrimento di chi non possiede una destinazione precisa eppure avverte l’urgenza fisica, quasi animale, di rimettersi in marcia, senza sapere dove la strada lo avrebbe condotto.
Eppure ciò che le nostre orecchie catturarono quel giorno differiva profondamente dall’inno trionfale che per decenni avrebbe riempito gli stadi di tutto il mondo. Ascoltavamo una riflessione intima, una sorta di preghiera profonda sussurrata al buio, il lamento di un uomo che temeva di aver perso il treno della storia.
Le registrazioni di Saints & Sinners andarono avanti a strappi: Coverdale si rifiutò di completare il disco finché il manager non si fosse mostrato più ragionevole nella loro separazione. L’album uscì soltanto nel 1982. Lo studio di registrazione aveva quell’odore tipico di moquette vecchia, tabacco e nastro magnetico surriscaldato. L’atmosfera vibrava di concentrazione e insieme di una certa malinconia. Con Ian Paice alla batteria, Jon Lord, maestro indiscusso dell’Hammond e leggenda vivente, avvolse il brano in una solennità profonda, quasi ecclesiastica, marchio di fabbrica della sua scuola musicale. Quella prima stesura affondava le radici nella tradizione e traeva linfa dal calore del blues britannico. Alla sua uscita l’Europa accolse il pezzo con rispetto. Il pubblico ne comprese l’anima, le radio lo passarono e il singolo salì al trentaquattresimo posto della classifica britannica, però mancava ancora un elemento essenziale. Latitava quella scintilla, quell’ingrediente segreto capace di trasformare una bella canzone in un monumento globale che trascende le generazioni. David stesso non ne fu mai contento: per lui quello restava un album d’obbligo contrattuale, chiuso senza una formazione al completo.
Trascorsero cinque anni. Cinque lunghi anni. Un’era geologica nel mondo della musica. In quel periodo il panorama musicale mutò pelle radicalmente. Il blues rock viscerale degli anni Settanta stava lasciando spazio a qualcosa di più lucido, visivo, patinato. MTV stava cambiando le regole del gioco: non bastava più suonare bene, bisognava apparire invincibili. Dei Whitesnake di Saints & Sinners era rimasto soltanto Coverdale. Il baricentro si era spostato in America. Là l’aria aveva un sapore diverso da quella dell’Inghilterra. Elettrico. Carico di ozono e benzina. La Geffen Records aveva intuito l’enorme potenziale di David e desiderava che quel talento brillasse senza alcuna zona d’ombra. Voleva qualcosa di prorompente, più di una semplice band di ottimi musicisti.
Ricordo ancora la trattativa. David voleva rimettere mano a Crying in the Rain, un altro brano di Saints & Sinners, e la questione arrivò fino a David Geffen in persona. Dall’etichetta rilanciarono: andava rifatta anche Here I Go Again. Coverdale accettò lo scambio, una canzone per l’altra, come si fa negli affari. Tornammo in studio con Keith Olsen alla produzione. Il calore intimo del blues inglese, ideale per la dimensione fumosa del club, chiedeva più respiro. Serviva un suono vasto, potente, capace di dominare le frequenze radiofoniche d’oltreoceano e di riempire le arene da ventimila posti.
Fu tutt’altro che una passeggiata. La tensione in studio si tagliava con il coltello. David era decisamente sotto pressione: doveva consegnare l’album migliore di sempre. Per giunta, problemi alla gola lo costrinsero a fermarsi e a un certo punto, ha ammesso, temette di essere finito. C’era la sensazione di camminare su un filo sospeso nel vuoto. Qui avvenne la metamorfosi tecnica. Nella nuova versione dell’album l’introduzione passò alle tastiere di Don Airey, le chitarre portavano la firma di John Sykes, mentre l’assolo fu affidato all’olandese Adrian Vandenberg. Quando il disco uscì, nella primavera del 1987, la formazione che lo aveva inciso si era già dissolta. Qualche mese più tardi arrivò una telefonata personale di David Geffen: serviva una versione più adatta alle radio FM. Così vidi all’opera Dann Huff, un turnista di talento cristallino, affiancato da Bill Cuomo alle tastiere, Denny Carmassi alla batteria e Mark Andes al basso. Andes ha ricordato che David, pur alle prese con un raffreddore, cantò da vero professionista, trascinando i musicisti con la sua voce. Le parti di Huff aggiunsero una pulizia e una definizione sonora che si sposavano perfettamente con la nuova visione del pezzo. La versione per le radio partiva subito con il riff della strofa, senza l’attacco di voce e tastiere, e l’assolo di Huff prendeva una strada diversa da quello di Vandenberg. Ascoltare la storia dei Whitesnake riscritta da mani nuove ci regalò una sensazione particolare, un misto di energia e meraviglia. I sintetizzatori presero il posto dell’organo Hammond, la batteria divenne maestosa. Il risultato spazzò via ogni dubbio: il brano aveva acquisito una dimensione incredibile. Era diventato il vero morso del serpente.
Durante le sessioni emerse anche una questione linguistica delicata, un dettaglio che oggi potrebbe sembrare insignificante e che invece cambiò la percezione del brano. Nella stesura originale David utilizzava il termine hobo per descriversi. Per un inglese questa parola evoca un romanticismo letterario, il vagabondo che viaggia liberamente. Lo stesso David, tuttavia, si accorse che quel vocabolo, per via della pronuncia, rischiava di essere frainteso dal pubblico statunitense. Temeva che venisse scambiato per homo, suonando troppo simile a un insulto. Si optò dunque per una variazione lessicale mirata, sostituendo quel termine con drifter. Un sinonimo capace di evocare meno i vecchi treni merci e più l’immagine cinematografica di un viandante solitario sulle autostrade infinite dell’Ovest. Una piccola modifica che rese il messaggio universale e assimilabile per milioni di americani.
Sulla versione dell’album le tastiere suonavano moderne, la voce di David appariva ripulita e vigorosa, carica di una nuova consapevolezza. Mancava solo l’impatto visivo, l’ultimo tassello del puzzle. Il videoclip diretto da Marty Callner completò l’opera, con David affiancato dalla nuova formazione dal vivo: Vandenberg e Vivian Campbell alle chitarre, Rudy Sarzo al basso, Tommy Aldridge alla batteria. Quando vidi arrivare sul set le due Jaguar bianche, una di David e l’altra del regista, e la magnetica Tawny Kitaen, capii che stavamo valicando un confine. Lei era molto più di una semplice comparsa: con la sua energia, le acrobazie sul cofano delle auto e quella chimica esplosiva con David, trasformò la canzone in un’icona visiva. Quelle immagini, quella luce soffusa, i capelli cotonati definirono l’estetica di un intero decennio. La musica e l’immagine si fusero in modo indissolubile.
Osservavo tutto dai monitor di controllo, nascosto nel buio della regia. Vedevo David, che solo qualche anno prima navigava a vista tra contratti, avvocati e una band in pezzi, evolversi sotto i riflettori e incarnare l’archetipo della rockstar che oggi celebriamo. La canzone narrava di solitudine, di un cammino individuale, eppure in quel preciso istante milioni di persone si preparavano a percorrere quella strada insieme a lui. Non era più solo.
Quando la nuova versione conquistò il primo posto della classifica americana, il 10 ottobre 1987, pensai a Bernie Marsden. Era stato lui a portare quel pezzo a Clearwell, però ormai era lontano dalle dinamiche della band: la formazione di allora si era sciolta poco dopo quelle sessioni. Anni più tardi Bernie ha confessato di sospettare che quel chorus, here I go again on my own, nascondesse un suo pensiero inconscio, la sensazione di non poter reggere ancora a lungo quella vita. Il tempo gli ha restituito parecchio: negli Stati Uniti gli hanno consegnato un certificato per otto milioni di passaggi radiofonici, abbastanza perché, in ogni minuto del giorno, da qualche parte in America quella canzone stia suonando. Una sorta di giustizia poetica. Quel brano resta la prova vivente che talvolta, per avanzare, occorre il coraggio di rivedere i propri passi, di distruggere per ricostruire. Here I Go Again ha saputo trasformarsi da un blues riflessivo e malinconico in un inno di resilienza collettiva cantato con affetto da milioni di persone. Io conservo la gratitudine di aver assistito, da una posizione privilegiata dietro le quinte, a quel viaggio straordinario, vedendo un uomo rialzarsi e riprendersi il suo destino.
Nota per il lettore: la voce narrante di questo racconto appartiene a un tecnico di studio immaginario, creato per guidarvi all’interno della narrazione. Gli eventi, le date, i nomi, i dettagli tecnici, i cambi di testo e i retroscena citati, invece, provengono dai racconti dei protagonisti e dalle cronache sui Whitesnake e su David Coverdale. Dove i ricordi divergono, il testo riporta entrambe le versioni.
Fonti: Bernie Marsden (intervista video, The Rock ‘n’ Blues Experience, YouTube); Ultimate Classic Rock; Songfacts.