Le origini degli AC/DC: dai pub australiani a High Voltage
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L’Australia dei primissimi anni Settanta offriva un panorama musicale spaccato e ricco di contraddizioni: un ecosistema isolato dal resto del mondo, dove le tendenze arrivavano in ritardo e mutavano in forme impreviste. Da un lato le radio nazionali subivano il fascino androgino del glam rock britannico, trainato dal successo di artisti come T. Rex, Sweet e Gary Glitter. Sul versante opposto, i distretti industriali e i crudi sobborghi operai delle metropoli covavano una rabbia giovanile repressa, destinata a esplodere sistematicamente nei fine settimana. In mezzo a questo violento scontro sociale, due giovani immigrati scozzesi, cresciuti a Burwood, sobborgo di Sydney, stavano cercando di plasmare un’identità sonora destinata a sconvolgere il pianeta. La genesi del gruppo prende forma nel novembre del 1973 per volere del chitarrista ritmico Malcolm Young. L’intento primario era creare una macchina da guerra capace di suonare un rock and roll essenziale, ruvido e diretto, spogliato da qualsiasi divagazione intellettuale tipica del progressive dominante all’epoca. Reclutato il fratello minore Angus alla chitarra solista, la primissima incarnazione del progetto venne completata dal bassista Larry Van Kriedt, dal batterista Colin Burgess, già noto localmente con i Masters Apprentices, e dal cantante Dave Evans.
Il celebre debutto dal vivo si consumò la notte del 31 dicembre 1973 al Chequers, un angusto locale di Sydney. Il repertorio di quella serata inaugurale rifletteva le indecisioni stilistiche di un progetto appena nato: la scaletta mescolava cover di Chuck Berry, dei Rolling Stones e dei Beatles a composizioni originali ancora acerbe, eseguite con un’urgenza che cercava disperatamente un focus preciso. L’ispirazione per il nome, destinato a diventare un marchio globale, arrivò da un dettaglio domestico. Margaret, sorella maggiore dei chitarristi, notò la sigla AC/DC, corrente alternata e corrente continua, stampata sull’adattatore della sua macchina da cucire. Quelle quattro lettere sembravano incarnare la carica elettrica che i fratelli volevano trasmettere dal vivo. Fu sempre lei a suggerire ad Angus di salire sul palco indossando la vecchia divisa scolastica dell’Ashfield Boys High School. Dopo aver provato anche i costumi di Zorro e di Superman, Angus la indossò per la prima volta nell’aprile del 1974, a Victoria Park, a Sydney: quello che nacque come uno scherzo visivo si trasformò rapidamente in una divisa di battaglia inconfondibile. Sotto l’influenza del primo frontman, però, l’estetica del quintetto strizzava l’occhio alle mode patinate del momento. Dave Evans amava esibirsi con abiti sgargianti in velluto, lustrini e pesanti stivali argentati dal tacco alto. Questa direzione visiva strideva con l’attitudine proletaria di Malcolm, vero motore decisionale della formazione, che sentiva l’esigenza di virare verso lidi musicali decisamente più intransigenti.
L’unica testimonianza discografica di questo periodo di transizione è un singolo in vinile pubblicato il 22 luglio 1974 per l’etichetta Albert Productions: Can I Sit Next to You Girl, accompagnato dal lato B Rockin’ in the Parlour, che entrò tra i primi cinquanta della classifica australiana. Prodotto da George Young, fratello maggiore di Malcolm e Angus, e da Harry Vanda, il brano presenta un ritmo sincopato e un cantato che scimmiotta le pose teatrali del glam. Un raro videoclip promozionale girato per la televisione australiana mostra uno stridente contrasto: mentre Angus corre indiavolato imbracciando la sua Gibson SG, il cantante ancheggia goffamente con pose plastiche. Le frizioni tra la ruvidezza dei chitarristi e le velleità da popstar del vocalist divennero insostenibili in pochi mesi, aggravate dai contrasti con il manager Dennis Laughlin. Evans detestava le estenuanti condizioni dei tour nei pub: ambienti fumosi, claustrofobici e pericolosi, dove il pubblico non esitava a lanciare oggetti contundenti. Secondo le ricostruzioni più diffuse, il punto di rottura arrivò ad Adelaide, quando dopo un alterco con il management il cantante si rifiutò di salire sul palco. Le versioni dei protagonisti non coincidono del tutto. Di certo, nel settembre del 1974 la sua avventura nel gruppo era finita e si apriva un vuoto da colmare in tempi strettissimi.
Le audizioni per un sostituto si susseguirono senza risultati convincenti, generando frustrazione in sala prove. La soluzione emerse inaspettatamente dalle retrovie dell’entourage. Ronald Belford Scott, noto come Bon, era stato presentato a George Young ad Adelaide nell’agosto del 1974 dal vecchio compagno di band Vince Lovegrove e da allora lavorava come autista del gruppo, scarrozzando amplificatori attraverso le strade del continente a bordo di un malandato furgone. Dietro un sorriso sornione, incorniciato da tatuaggi fatti in casa e un’indole incline alla rissa, si nascondeva un navigato veterano della scena musicale. Avendo militato nei Valentines e nei Fraternity, Scott portava con sé un bagaglio di fallimenti, notti in cella e profonda disillusione verso l’industria discografica. Nel settembre del 1974 Bon salì sul palco del Pooraka Hotel di Adelaide per una jam con la band e pochi giorni dopo ne divenne ufficialmente il cantante. Quel provino improvvisato sancì una chimica istantanea e devastante. Appena afferrò l’asta del microfono, la sua voce nasale, graffiante e intrisa di blues malato si rivelò lontana anni luce dalle pose educate del predecessore. Quell’uomo, più grande di quasi un decennio rispetto agli altri, forniva la spina dorsale lirica e la sfrontatezza attitudinale perfette per sostenere la potenza delle chitarre.
L’inserimento di Scott segnò l’inizio di una gavetta dal vivo brutale. L’ecosistema musicale australiano degli anni Settanta si reggeva sul circuito dei pub: una rete sterminata di hotel e birrerie dove l’alcol scorreva a fiumi e la musica dal vivo catalizzava gli istinti primordiali della classe operaia. Suonare in quei luoghi significava rischiare l’incolumità fisica. Molti palchi erano protetti da reti metalliche per evitare che boccali di vetro infranti colpissero i musicisti, un dettaglio che rende l’idea del clima teso. Il pericolo maggiore aveva un nome preciso: gli Sharpies. Questa sottocultura giovanile, radicata soprattutto nei sobborghi di Melbourne, era una delle gang di strada più violente del paese. Vestivano in modo maniacale, con cardigan attillati, i celebri Connie, pantaloni a vita alta, capelli cortissimi ai lati con codino sulla nuca e pesanti scarpe da lavoro. Dietro quell’eleganza si nascondeva una ferocia inaudita. Odiavano i capelloni, disprezzavano gli hippie e detestavano il glam rock. L’unica cosa che tolleravano era il boogie pesante, martellante e suonato a volumi assordanti. Se una band non li faceva ballare e sudare entro i primi due pezzi, rischiava di essere cacciata dal palco a pugni e sputi.
Conquistare il rispetto di questi personaggi divenne la missione principale degli AC/DC. Malcolm capì che l’unico modo per sopravvivere era suonare più forte, più veloce e con più cattiveria di chiunque altro. Le serate al Largs Pier Hotel di Adelaide o al Broadmeadows Town Hall di Melbourne si trasformavano in vere battaglie. Mentre l’aria si faceva irrespirabile per fumo, birra stantia e sudore, il quintetto riversava sul pubblico un muro di suono inesorabile. Angus, vestito da scolaretto, appariva come il bersaglio perfetto per i bulli di periferia, eppure la sua energia tarantolata lo rendeva intoccabile.
La vita quotidiana della formazione era scandita dai ritmi logoranti della strada. Il fulcro di questa esistenza nomade era il furgone della strumentazione, guidato instancabilmente da Bon Scott, che oltre a cantare continuava a fare da road manager, tecnico del suono improvvisato e guardia del corpo dei fratelli Young. Le distanze colossali tra le città venivano coperte viaggiando di notte su strade spesso sterrate, sfidando fatica, guasti meccanici e caldo torrido. Dormivano rannicchiati tra casse e amplificatori Marshall, nutrendosi di cibo da asporto e birra a basso costo. Quando arrivavano a destinazione, Scott scaricava l’attrezzatura, montava la batteria, faceva il soundcheck e poi, grondante di sudore prima ancora dello show, impugnava il microfono per affrontare la folla.
È in questo contesto di privazioni e cameratismo che nacquero leggende urbane affascinanti, tramandate più dal passaparola che dai documenti. Una delle più raccontate vuole che, durante un concerto turbolento allo Station Hotel di Prahran, un gruppo di spettatori molesti lanciasse monete e insulti verso Angus. Bon, sempre secondo il racconto, senza interrompere la canzone sarebbe sceso dal palco con un salto, avrebbe steso il capobanda con un gancio destro e sarebbe tornato a cantare come se nulla fosse accaduto. Ben documentata, invece, è la dinamica scenica che il cantante rese iconica: caricarsi Angus sulle spalle e passeggiare in mezzo alla bolgia, facendosi largo a spallate tra i fan in delirio mentre il chitarrista continuava a macinare assoli a pochi centimetri dai volti sbalorditi. Le gang smisero di attaccarli e iniziarono a venerarli. Il suono sordo e massiccio della band trovò risonanza naturale nei quartieri operai di Sydney e Melbourne, dando voce a una generazione cresciuta tra fabbriche, fatica e frustrazioni. I testi di Bon riflettevano senza filtri questa cruda realtà: donne di malaffare, risse nei vicoli, malattie veneree e alcolismo cronico presero il posto delle liriche iniziali. La gavetta infernale aveva forgiato una macchina del suono letale, inarrestabile e finalmente pronta per chiudersi agli Albert Studios e riversare tutta quell’adrenalina nei solchi di High Voltage.
Abbandonare temporaneamente i palchi dei pub per rinchiudersi in studio rappresentava un rischio calcolato. Il quintetto aveva accumulato un’energia spaventosa grazie alle esibizioni dal vivo, però catturare quella ferocia su nastro richiedeva una guida esperta. Nel novembre del 1974 la formazione varcò la soglia degli storici Albert Studios di King Street, a Sydney, per incidere il primo album. Dietro la console sedevano due figure monumentali della scena australiana: George Young e Harry Vanda, ex membri degli Easybeats. Conoscevano i meccanismi della discografia e sapevano gestire il temperamento dei fratelli minori. La loro filosofia produttiva era brutalmente semplice: rifiutare arrangiamenti complessi e stratificazioni infinite. Il suono doveva sgorgare in presa diretta, riproducendo la spinta tellurica di un concerto. Microfonarono gli amplificatori in modo essenziale, spingendo i volumi al limite della saturazione per ottenere quella distorsione calda e organica diventata la firma della band. Le sessioni si svolgevano quasi esclusivamente di notte, spesso a ridosso di un massacrante show serale. I musicisti arrivavano carichi di adrenalina, ancora madidi di sudore, riversando la tensione accumulata direttamente sui microfoni.
Un dettaglio affascinante riguarda l’instabilità della sezione ritmica durante quelle nottate. Se la spina dorsale chitarristica e la voce di Scott erano già a fuoco, basso e batteria subirono avvicendamenti frenetici. Dietro le pelli sedette per sette brani su otto Tony Currenti, batterista italo-australiano dei Jackie Christian and Flight. Una sera stava registrando un pezzo che Vanda e Young avevano scritto per il suo gruppo: alle undici gli chiesero di trattenersi, perché dopo mezzanotte sarebbero arrivati Malcolm e Angus. Con sua sorpresa al microfono trovò Bon Scott, che conosceva dal 1968, al posto di Dave Evans. Nei quattro giorni di registrazione gli proposero due volte di unirsi alla band. La prima volta rifiutò per lealtà al suo gruppo, la seconda per via del passaporto italiano: gli AC/DC puntavano all’Europa e un passaggio da Roma lo avrebbe esposto al servizio militare. Per giunta, il suo nome restò fuori dalle copertine. Su Baby, Please Don’t Go subentrò invece Peter Clack. Anche il basso fu oggetto di scambi: Rob Bailey, membro dal vivo dell’epoca, lo suonò su quasi tutti i pezzi, mentre George Young lo imbracciò su Stick Around, Love Song e sulla title track. Questa frammentazione non intaccò la coesione del risultato, grazie alla visione monolitica imposta da Malcolm in sala prove.
Terminato a ritmi folli, High Voltage, nella sua veste originale destinata al solo mercato australiano, arrivò nei negozi il 17 febbraio 1975. Brani come She’s Got Balls, intrisa di ironia acida e dedicata da Scott alla sua ex moglie Irene, e l’infuocata cover di Baby, Please Don’t Go di Big Joe Williams, attribuita per errore a Big Bill Broonzy sulle prime stampe, misero in chiaro le coordinate del progetto: un hard rock sfrontato, inzuppato di blues polveroso e suonato con urgenza spietata, capace di anticipare l’estetica e la furia di generazioni di rocker.
Per approfondire ci sono tre libri. Highway to Hell. La vita e la morte di Bon Scott di Clinton Walker è un testo imprescindibile per comprendere a fondo la complessa figura del frontman: l’autore esplora minuziosamente le origini musicali di Scott, il suo impatto sulle dinamiche del gruppo e le atmosfere del durissimo circuito dei pub australiani degli anni Settanta. AC/DC. Maximum Rock’n’Roll di Murray Engleheart e Arnaud Durieux è una biografia monumentale e ricca di aneddoti, che copre in modo capillare la genesi della formazione, le turbolenze dei primi tour e le caotiche sessioni agli Albert Studios. I fratelli Young. La vera storia degli AC/DC di Jesse Fink è infine un’opera essenziale per analizzare le dinamiche interne alla famiglia: mette in luce il ruolo cruciale di George Young come mentore e produttore e la determinazione incrollabile di Malcolm nel plasmare il suono del gruppo.
Fonti: Clinton Walker, Highway to Hell; Murray Engleheart e Arnaud Durieux, AC/DC. Maximum Rock’n’Roll; Jesse Fink, I fratelli Young; ABC News; ac-dc.net; sito ufficiale degli AC/DC.