Quando i Poison e i Ratt si sfidarono a colpi di lacca per capelli

Il Sunset Strip di Los Angeles di notte, in bianco e neroIl Sunset Strip non perdonava i deboli. Alla metà degli anni Ottanta, quella striscia di asfalto tra West Hollywood e Los Angeles era diventata il ring più feroce del glam metal mondiale. Pelle aderente, sudore, whisky a fiumi e sogni di gloria: lì si decidevano le gerarchie, si firmavano contratti e si distruggevano carriere in una sola notte. Poison e Ratt erano due dei contendenti più agguerriti. Più che semplici rivali sul mercato discografico, fra loro c’era una tensione palpabile, fatta di sguardi velenosi, battaglie per i palchi migliori e una competizione che si respirava nell’aria calda delle notti californiane.

Per capire davvero questa rivalità bisogna tornare indietro di qualche anno. I Ratt erano già di casa sul Sunset Strip. Nati dalle ceneri dei Mickey Ratt, che Stephen Pearcy aveva portato a Los Angeles il primo gennaio del 1980, avevano affinato il loro sound tra le pareti sudate del Troubadour e del Whisky a Go Go. Dopo il successo dell’EP autoprodotto del 1983 firmarono con la Atlantic Records, un colpo da maestro per una band che fino a poco prima suonava per pochi dollari a serata. Il loro primo album su major, Out of the Cellar, uscito nel marzo del 1984, fu una bomba. Vendette oltre tre milioni di copie solo negli Stati Uniti, trainato dall’inarrestabile Round and Round, un singolo che arrivò al dodicesimo posto della classifica americana, entrò in rotazione pesante su MTV e portò la band direttamente dalle bettole di Los Angeles alle arene nazionali. Stephen Pearcy, con la sua voce graffiante e l’attitudine da bad boy di strada, Warren DeMartini con i suoi assoli precisi e veloci, Robbin Crosby e Juan Croucier: erano il prototipo della band hair metal di successo, talentuosi, affamati e già inseriti nel sistema.

I Poison arrivarono invece come outsider puri. Venivano da Mechanicsburg, una piccola città vicino ad Harrisburg, in Pennsylvania, dove erano nati con il nome di Paris. Scaricarono letteralmente un furgone sul Sunset Strip senza conoscere quasi nessuno e nel 1985, con l’arrivo di C.C. DeVille al posto di Matt Smith, trovarono la formazione definitiva. Bret Michaels, Rikki Rockett, Bobby Dall e C.C. DeVille portavano con sé un’estetica esasperata: trucco pesante, capelli cotonati fino al cielo, spandex attillatissimi e colori sgargianti. Per molti locali, incarnavano l’invasione degli intrusi dell’Est. La loro immagine era più pop, più provocatoria, più da party girls. Questo irritava chi sullo Strip aveva già piantato la bandiera.

La competizione andava oltre la musica: era totale, quotidiana, quasi tribale. Il Sunset Strip degli anni Ottanta funzionava con regole brutali. Le band spesso pagavano per suonare nei club più importanti. Per emergere bisognava tappezzare ogni palo della luce, ogni muro, ogni telefono pubblico con i propri flyer. La guerra dei volantini era reale: era normale uscire di notte e trovare i propri manifesti strappati o ricoperti da quelli di un’altra band. Al Whisky a Go Go, al Troubadour, al Roxy e più tardi al Cathouse di Riki Rachtman, il club che divenne il tempio del glam, ogni posto in scaletta poteva lanciare o affossare una carriera. Chi suonava dopo le 23? Chi apriva per una band più grande? Chi aveva il camerino migliore? Tutto contava.

Secondo numerose interviste dell’epoca e degli anni successivi, i rapporti tra Ratt e Poison erano freddi, a volte apertamente tesi. Nei backstage condivisi l’aria si tagliava con il coltello. Bret Michaels ha raccontato più volte quanto fosse difficile farsi accettare da un ambiente che guardava i nuovi arrivati con sospetto, quasi come usurpatori di un territorio già diviso. Stephen Pearcy, dal canto suo, rappresentava la vecchia guardia di Los Angeles: più street, più rock’n’roll crudo, meno disposto a cedere terreno ai ragazzi della Pennsylvania con il rossetto. Anni dopo, davanti a chi attribuiva ai Poison la nascita della scena, Pearcy ha rivendicato per Ratt, Mötley Crüe e W.A.S.P. il ruolo di apripista e ha ricordato che quei ragazzi venuti dalla Pennsylvania erano andati da lui a supplicarlo di farli aprire un suo concerto.

La svolta arrivò nel 1986. I Poison pubblicarono Look What the Cat Dragged In a maggio, per la piccola Enigma Records. All’inizio il disco faticò, però grazie alla spinta di MTV e a singoli irresistibili come Talk Dirty to Me, I Want Action e I Won’t Forget You divenne un fenomeno. Raggiunse il numero 3 della Billboard 200 e vendette milioni di copie in tutto il mondo. Gli outsider erano diventati star. Il loro pop metal orecchiabile, i video coloratissimi e l’atteggiamento da party animal cambiarono gli equilibri sullo Strip. Lo scontro tra chi era già dentro e chi voleva entrare era diventato una guerra tra pari, con milioni di dollari, passaggi radiofonici e copertine di Kerrang! e Metal Edge in palio. Il paradosso è che proprio i Poison aprirono i concerti nordamericani dei Ratt per Dancing Undercover e quel tour condiviso, nel 1987, fu tra i più redditizi dell’anno.

I Ratt non rimasero a guardare. Risposero con Dancing Undercover nell’agosto del 1986, un album solido che conquistò il disco di platino e confermò il loro status, seguito da Reach for the Sky nel 1988. Mentre i Poison puntavano sull’immagine e sui chorus da stadio, i Ratt puntavano su una musicalità più raffinata, con assoli di DeMartini che ancora oggi sono considerati tra i migliori del genere. La rivalità si alimentava di tutto: chi aveva i capelli più alti, chi attirava più groupies fuori dal locale, chi vendeva più magliette, chi appariva più spesso su MTV.

Dietro la lacca e il glitter, però, c’era molto di più. Il Sunset Strip era una macchina spietata che triturava gli ego. Le notti infinite, le droghe, l’alcol, le ragazze, la pressione di dover essere sempre sul pezzo. Molte band vivevano in appartamenti fatiscenti nonostante i contratti discografici, spendendo tutto quello che guadagnavano in look, promozione e feste. Era una meritocrazia brutale: solo chi riusciva a costruirsi un’identità forte in mezzo a centinaia di band con lo stesso taglio di capelli sopravviveva.

Poison e Ratt, ognuno a modo suo, ce la fecero. I Ratt con un sound più tecnico e radicato nel rock, i Poison con un’immagine esplosiva e un’attitudine da rockstar alla mano. Insieme contribuirono a definire l’epoca. Eppure, proprio mentre raggiungevano l’apice, le nuvole si addensavano. Nel 1991 il grunge di Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden avrebbe spazzato via gran parte della scena. I capelli cotonati, i pantaloni di spandex e i cori da festa sembravano improvvisamente fuori dal tempo. Molte band crollarono sotto il peso degli eccessi e del cambio di gusto del pubblico.

Oggi, guardando indietro, quella rivalità tra Poison e Ratt appare quasi romantica. Diversamente da altre faide dell’epoca non fu mai distruttiva: fu una competizione sana, a volte tesa, che spinse entrambe le band a dare il massimo, tanto che nel 2007 tornarono a dividere il palco per un intero tour estivo. Rappresenta perfettamente lo spirito degli anni Ottanta: ambizione sfrenata, eccesso, sogni grandi come il cielo di Los Angeles e la consapevolezza che sul Sunset Strip, come nella vita, non c’era spazio per i deboli.

Lo Strip non è più quello di allora. I club storici resistono, però l’atmosfera è cambiata. Eppure, quando si ascoltano Round and Round o Talk Dirty to Me, si torna immediatamente in quelle notti calde del 1986, tra flyer che volavano, capelli che sfidavano la gravità e due band che, senza saperlo, stavano scrivendo un capitolo indimenticabile della storia del rock.

Fonti: Blabbermouth; Brave Words; Wikipedia.

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