Dietro il sipario del Monsters of Rock: caos, fango e tragedia

Il pubblico del Monsters of Rock 1988 davanti al palcoEra il pomeriggio del 20 agosto 1988 e il fango aveva già inghiottito praticamente tutto. Le scarpe, i sacchi a pelo, le speranze di chiunque avesse creduto che Castle Donington potesse concedere una tregua meteorologica. Circa centosettemila persone, il record assoluto del festival, premevano contro il recinto davanti al palco e da qualche parte in quella massa umana stava per cominciare la peggior giornata della storia dei festival hard rock e metal. La musica, quel giorno, era perfetta. Tutto il resto era fuori controllo.

Il Monsters of Rock di Castle Donington era già diventato, nel giro di pochi anni, il punto di riferimento del metal europeo. Dal 16 agosto 1980, quando i promoter Paul Loasby e Maurice Jones avevano varato la prima edizione con i Rainbow di Ritchie Blackmore come headliner, Donington aveva consolidato una reputazione precisa: era il luogo dove il rock pesante si manifestava nella sua forma più brutale e collettiva. Ogni anno l’evento cresceva, portava più band, più pubblico, più disordine gestibile a malapena. L’edizione 1988 era sulla carta la più ambiziosa di sempre: Iron Maiden headliner con Bruce Dickinson nel pieno della sua vocalità da stadio, poi KISS, David Lee Roth, Megadeth, Guns N’ Roses e Helloween, un cartellone che sembrava costruito per sfidare l’impossibile. Il campo, però, aveva altri programmi.

La notte precedente aveva piovuto senza sosta sul Leicestershire. Al mattino del 20 agosto il terreno in pendenza davanti al palco era uno scenario da trincea. Il backstage era un’isola di relativa civiltà, eppure era chiaro a tutti che la giornata era già fuori dal controllo di chiunque prima ancora che una nota venisse suonata.

In quel disordine i Guns N’ Roses, schierati nella parte bassa del cartellone subito dopo gli Helloween, salirono sul palco e il loro set fu un’esplosione primordiale. Appetite for Destruction era uscito da un anno e proprio in quelle settimane stava arrivando in cima alla classifica americana, riscrivendo il mercato del rock duro senza che quasi nessuno avesse ancora capito l’entità del fenomeno. Davanti a un pubblico che in buona parte li scopriva quel giorno, suonarono con la ferocia di chi non ha nulla da perdere, con Slash che attaccava gli assoli con la sigaretta in bocca. Era ancora rock nel senso più fisico del termine, prima che la fama trasformasse tutto in spettacolo controllato. Sotto il palco, però, la situazione precipitava. Axl interruppe più volte il concerto per chiedere alla folla di arretrare, avvertendo che c’erano persone a terra e ragazzi svenuti nelle prime file.

Durante quel set, nella calca che accompagnò It’s So Easy, due ragazzi morirono. Alan Dick, diciotto anni. Landon Siggers, venti. Schiacciati e soffocati nel fango profondo, travolti dalle spinte e dalle cadute a catena che si verificano quando una massa compatta perde la sua struttura interna. Le dinamiche di crowd crush erano ancora poco comprese dalla sicurezza degli eventi musicali dell’epoca: il protocollo prevedeva di aprire varchi di sfogo e far arretrare chi stava davanti, però in un campo fangoso e scivoloso con oltre centomila persone in stato di eccitazione qualunque manovra diventava difficile quanto la situazione stessa. Duff McKagan ha raccontato di aver visto dal palco ragazzi ammucchiati uno sopra l’altro nel fango, mentre altri continuavano a cadergli addosso. Servirono una ventina di minuti per tirarli fuori e la band fermò il concerto. Gli ultimi, ha ricordato, sembravano già senza vita. Il festival andò avanti. La notizia si diffuse in modo frammentato e per ore regnò una confusione in cui il dolore e l’incoscienza collettiva si mescolarono senza possibilità di separarli. I Guns la seppero solo la sera, rientrati in albergo, dal manager Alan Niven: stavano ancora festeggiando quello che credevano il loro giorno più bello. Duff McKagan lo avrebbe descritto come il passaggio dal punto più alto a quello più basso della sua vita.

Gli Iron Maiden, invece, rimasero all’oscuro di tutto fino a fine serata. Il promoter Stuart Galbraith e il manager Rod Smallwood decisero di non avvertirli. Smallwood ha spiegato che dirglielo non sarebbe servito a niente e avrebbe reso impossibile suonare con il cuore, deludendo migliaia di fan, così fece in modo che nessuno potesse avvicinarsi al gruppo. Steve Harris ha ammesso che, informati in tempo, sarebbero andati tutti in pezzi. La band salì sul palco in serata e firmò uno dei set più potenti dell’era Seventh Son of a Seventh Son. Solo dopo il concerto Smallwood entrò in camerino e raccontò ai musicisti quello che era successo a quei ragazzi, trovandoli devastati.

L’inchiesta del coroner si chiuse con un verdetto di morte accidentale, senza responsabilità attribuite all’organizzazione. Come ha riconosciuto lo stesso Galbraith, però, divenne evidente che non esisteva alcun modello su come gestire eventi di quel tipo. Anni dopo, da quella lezione nacque la Purple Guide, il manuale britannico di salute e sicurezza per i grandi eventi dal vivo. Le conseguenze arrivarono comunque nei mesi successivi e furono concrete: il dibattito sulla sicurezza dei grandi eventi rock si intensificò e il Monsters of Rock saltò l’edizione del 1989. Tornò a Donington nel 1990, con la capienza ridotta a settantacinquemila persone e una gestione degli accessi ridisegnata. Quello del 1988 fu il catalizzatore che indusse l’industria degli eventi britannici a prendere sul serio il problema della crowd safety. Un problema che il settore avrebbe continuato a non risolvere: Roskilde nel 2000, Astroworld nel 2021. Ogni volta la stessa inerzia, ogni volta lo stesso conto da pagare.

Per anni quella giornata fu ricordata quasi esclusivamente attraverso il filtro del disastro, con le performance ridotte a sfondo. Solo gradualmente la critica e i fan più attenti hanno restituito all’evento la sua complessità: Iron Maiden, Megadeth e i Guns N’ Roses sullo stesso palco nello stesso pomeriggio, metal da stadio e hard rock di strada uno accanto all’altro, la maestria tecnica di Dave Mustaine e la furia volutamente grezza di Slash e Duff McKagan separati da poche ore di scaletta. Un equilibrio che non si è più ripetuto e che quella giornata ha reso impossibile ricordare senza il peso di ciò che costò.

Trent’anni dopo, i tecnici, i roadie, i fan che stavano nel fango parlano di Donington 1988 con una mescolanza di orgoglio e vergogna collettiva difficile da articolare, eppure immediatamente riconoscibile. Orgoglio perché erano lì, perché la musica era quella, perché il metal in quel momento era davvero al centro del mondo. Vergogna perché quella grandezza aveva un costo e il costo aveva un nome e un cognome: Alan Dick, Landon Siggers. Diciotto e venti anni, andati a vedere un concerto e mai tornati a casa. Ogni anniversario del Monsters of Rock è anche il loro anniversario e i migliori tra coloro che quella scena la vissero dall’interno non lo hanno mai dimenticato. È questo che distingue un evento storico da un episodio di cronaca: la capacità di continuare a pensare, di non lasciare che la distanza trasformi il dolore in aneddoto.

Chi vuole conoscere più da vicino Bruce Dickinson può leggere What Does This Button Do?, la sua autobiografia del 2017.

Fonti: Louder (Classic Rock); Appetite 4 Destruction.

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